Shopping spree saldi 2013

Gli acquisti più sensati fatti nell’ultima settimana di trasferta:

Auricolari Sennheiser cx150: considerate anche le recensioni su Amazon, forse il miglior rapporto qualità/prezzo che si trova in qualunque negozio. Buona qualità sonora in design gradevole a solo 19,99 (su Amazon o da Darty san Babila: follemente, da Saturn e Feltrinelli in Centrale costano dieci euro in più).

Guanti Thinsulate H&M: tessuto grigio isolante e un rivestimento interno in pile che ogni volta infilarli ti strappa un sospirello di godimento, alla modicissima cifra di 4,99. Made in China, ma a quanto ne so H&M di solito è attenta alla sostenibilità anche sociale della produzione.

Da Muji ci sono anche dei maglioncini grigi e neri scollo a V in lana e alpaca molto caldi per il prezzo (25 euro saldati al 50%).

image

Inoltre (update):

Luci da bici Reelight. Si montano sul mozzo con calamita corrispondente sui raggi: il passaggio della calamita a ogni giro di ruota fa lampeggiare i led per induzione. No batterie, no dinamo, teoricamente eterni. 29 euro da Decathlon.

image

Trova i tuoi stalker su Facebook: la mezza bufala di fine 2012

Sta girando parecchio un post che ripropone un trucchetto, molto discusso già mesi fa, che consentirebbe di visualizzare l’elenco dei follower che visitano più frequentemente il nostro profilo Facebook.

Il tutto parte dall’analisi del codice sorgente del profilo Facebook, che può essere effettuata da chiunque con un browser evoluto (su Chrome: tasto destro -> visualizza sorgente pagina). Una volta aperto il codice della pagina del proprio profilo, con CTRL-F si cerca la stringa “OrderedFriendsListInitialData“, che è seguita da una lunga lista di numeri.

Quei numeri sono codici che corrispondono ai profili dei nostri amici: incollandone uno per volta nella barra degli indirizzi del browser dopo https://www.facebook.com/ è possibile visualizzare i profili degli utenti che – secondo la teoria – sarebbero i più frequenti visitatori del nostro profilo, in ordine decrescente di maggior frequenza di visite. Secondo l’interpretazione, sarebbero quelli tra i nostri amici che vengono regolarmente a visitare il nostro profilo, si presume per interesse nella nostra persona.

Facebook ha già dichiarato più volte che non è così (è il genere di funzione che può facilmente generare frizioni sociali e problemi relazionali, cose che in Facebook sono attentissimi a evitare) ma anche non volendosi fidare, ci sono elementi che fanno pensare che l’interpretazione di quei codici come “i nostri stalker” non sia così attendibile.

Il codice presente in una pagina solitamente serve a generare qualcosa in quella pagina, e non c’è nulla sul nostro profilo che indichi i visitatori più frequenti: c’è invece un riquadro che mostra una selezione dei nostri amici. Quei codici potrebbero essere i dati di origine del riquadro Amici (e della pagina a cui si accede cliccando visualizza tutti), in cui compare sì una selezione dei nostri contatti, ma senza una correlazione diretta al numero di loro visite sul nostro profilo.

Secondo altri si tratterebbe di una “preparazione” degli amici di cui è più probabile che desideriamo ricercare il profili e contenuti, precaricati nel codice della pagina per velocizzare la ricerca.

Comunque sia, probabilmente quella selezione di utenti è frutto dell’algoritmo Edgerank – quello che determina quali contenuti ci vengono mostrati e quali no – applicato alle amicizie. Le foto degli amici che vengono mostrate sono presumibilmente una selezione tra gli identificativi utente dei nostri “migliori amici”, una lista prodotta dall’algoritmo che, come nel caso dei contenuti, è ottenuta pesando e incrociando una quantità di fattori diversi, tra cui le page view, i commenti, i like e in generale le interazioni reciproche tra persone. E’ probabile che il tagging sulle foto e negli eventi abbia un peso molto forte sull’algoritmo.

Lo stesso nome della variabile (“OrderedFriendsListInitialData“, cioè qualcosa che suona come “dati iniziali della lista degli amici in ordine”) lascia intuire che si tratti di una base dati usata per ordinare una lista di amici.

Per gli elementi che abbiamo a disposizione, la lista di contatti presente nel codice sorgente del nostro profilo non rappresenta le persone che lo visualizzano più spesso, ma una selezione secondo criteri sconosciuti di amici con cui abbiamo particolari affinità, derivate dal fatto che spesso interagiamo con i loro contenuti, e loro con i nostri.

Potrebe essere semicorretto affermare che si tratta di una lista di affinità elettive (o se non altro più elettive della media) in base alle interazioni che avvengono tra persone, e in particolare attraverso i contenuti che le persone esprimono. Quindi non è del tutto sbagliato affermare che tra quelle persone probabilmente ci sono quelle a cui piacciono di più i nostri contenuti, ma ci sono interazioni che esprimono un valore qualitativo della relazione (il like, il commento) e azioni più “quantitative” (il tagging, la presenza negli stessi luoghi): nessuna di queste rappresenta necessariamente un interesse affettivo, tantomeno un’intenzione di stalking).

La cosa veramente interessante però non è l’algoritmo o il suo funzionamento, quanto l’interesse che ha suscitato e le fantasie che ha scatenato. Ancora una volta una modalità di interazione “nuova” conferma una caratteristica umana “vecchia”: tutti desideriamo piacere, tutti siamo interessati a sapere a chi piacciamo, il bisogno di essere apprezzati e amati è una caratteristica fondamentale e un bisogno primario della natura umana.

 

foto di gopal1035 da flickr

perché voterò Vendola (e come ciò non sorprenderà nessuno)

ho smesso da lungo tempo di illudermi che in una democrazia rappresentativa il mio voto possa cambiare le cose. peraltro non vorrei nemmeno che IL MIO voto cambiasse le cose: desiderarlo è l’opposto della democrazia. ho però anche smesso di illudermi che il voto della maggioranza possa fare qualcosa di più che sostituire lo schieramento al potere con un altro schieramento che si comporti in modo simile sui temi che mi stanno a cuore.

mi sembra che le democrazie moderne assomiglino sempre più a una sorta di dittatura della maggioranza mediata da una casta di sacerdoti. e la maggioranza presa nel suo insieme è cattolica, mediocre e di centro (in Italia, probabilmente di destra). facile comprendere come non mi piaccia molto questo paese, e come alla fine dei conti non mi piaccia nemmeno più di tanto la democrazia rappresentativa.

il principio con cui vado a votare adesso, consumato l’ingenuo ottimismo della gioventù, è uno solo ed è del tutto strumentale: far avanzare il più possibile le istanze che mi premono.

non ho altri criteri: non mi interessa votare in modo da favorire le massime probabilità di vittoria al “mio schieramento”. votare per probabilità di vittoria è tapparsi il naso, deludere sé stessi e accettare di vivere in uno stato di emergenza per tutta la vita.

non credo nell’uomo del destino (ha fatto più danni della carestia), non credo nel populista rivoluzionario (di solito ha un secondo fine, che di solito è sé stesso), non credo nello sparigliatore di carte (di solito la situazione post-sparigliamento mi piace ancora meno di prima), né nel riformista ecumenico e moderno che prende voti da tutti (farà una politica centrista, senza ideali e in servizio della maggioranza, che è appunto cattolica, mediocre, di destra).

l’unico criterio che mi resta valido, quindi, è il puro opportunismo in salsa idealistica: quale dei candidati più probabilmente cercherà di portare avanti le istanze che mi premono? votando chi è più probabile che finiscano sul tavolo le questioni che mi interessano veramente?

quindi stavolta per me è facile, considerando quello che mi preme: difesa dell’ambiente e riconversione dell’economia, dell’agricoltura e della mobilità in ottica sostenibile, rifiuto totale, assoluto e definitivo del nucleare, diritti delle coppie same-sex adozione inclusa, guerra totale globale termonucleare contro l’evasione e la speculazione finanziaria, tobin tax e patrimoniale sui grandi capitali, riduzione dell’orario di lavoro per lavorare tutti e meglio, investimento sulla cultura e sul valore della scuola laica e statale, intervento statale in difesa della neutralità sulle infrastrutture strategiche (Internet, telefonia, ferrovie), risoluzione del conflitto tra impresa e lavoro su un tavolo istituzionale di pari diritti e doveri, una politica estera che metta al primo posto la pace superando le ragioni di Stato, solidarietà alla cooperazione internazionale, ai movimenti civili, alle ONG, ricorso sempre e comunque all’azione diplomatica come risoluzione dei conflitti, al rispetto delle risoluzioni dell’ONU, fine dell’ipocrisia sulle droghe, un approccio animalista ai rapporti tra uomo e altre specie (su questo punto Isotta ha fatto BAU).
e molto altro, ma non voglio menarla più di tanto.

io posso solo votare qualcuno che posso sperare voglia distanziarsi il più possibile dal soffocante abbraccio della Chiesa Cattolica® e dei poteri economici, finanziari e industriali, che abbia dimostrato di saper e voler lavorare sull’ambiente, che abbia o almeno sostenga di avere l’immaginazione visionaria per provare nuove forme di solidarietà sociale, di economia sostenibile, di valorizzazione del ruolo della donna nella società e al potere.

ovviamente, senza pensare di sorprendere qualcuno, e senza entusiasmi o ingenue adesioni incondizionate, quella persona è sicuramente Nichi Vendola. poi sono pronto a essere deluso per l’ennesima volta in vita mia, ma almeno saprò di averci provato.

questo ragionamento potrà sembrare cinico, egoista e disincantato, e invece no, perché il succo è: se si vuole un mondo migliore bisogna essere disposti a lavorare – in questo caso a votare – per un mondo migliore. votare per un mondo un pochino meno peggio non è abbastanza. e questo lo sa bene chi ha scelto di votare l’outsider Pisapia alle primarie di Milano.

 

 

 

Del perché non uso la trackpad sul Macbook, e del perché a Cult of Mac sono fuori di testa

Cult of Mac: There’s years of muscle memory at work that tells you that when you’re on your desktop or laptop, you scroll by swiping two fingers in the direction you want to go. Doing the opposite is going to seem counter-intuitive at first.

Me: Yes. It’s going to seem counter-intuitive because it is counter-intuitive.

Cult of Mac: “The reason Lion’s new way of scrolling seems so wacky at first is that after almost thirty years of using Macintosh OS, we’ve stopped associating our computer desktop as being analogous to a physical desktop, covered in pieces of paper“.

Me: Uh, actually we’ve never done that, because a computer desktop is not analogous to a physical desktop, and we all know that. It’s just a metaphor, and an outdated one at that.

Cult of Mac: “Likewise, we’ve also forgotten that a mouse pointer is supposed to represent where our finger is on that desktop“.

Me: Uh? WTF? No, it’s not. And anyway I don’t point my fingers at my real life desktop.

Cult of Mac: “Let’s think about how scrolling would work in a physical space“.

Me: 

Cult of Mac: “Let’s think of a web page loaded in Safari as a long piece of paper, while Safari is a fixed wooden frame around that paper“.

Me: Browser = wooden frame? Internet = a piece of paper? Are you out of your MIND?

Cult of Mac: “If you wanted to move the paper so that words that were below the lower boundary of the frame were within its viewing pane, you would have to use your finger to push the paper within the frame’s viewing area up towards the top”.

Me: IF I were in a physical space. I FUCKING AM NOT!

Cult of Mac: “If you remember that a computer desktop is actually a GUI metaphor for a physical desktop, and virtual objects are meant to manipulated using the same physics as real objects”

Me: NO THEY ARE NOT. IT’S A METAPHOR, NOT A REPLICA. WTF!!!!

Cult of Mac: “It becomes clear that OS X Lion’s so-called “reverse scrolling” is anything but. It’s actually realistic scrolling“.

Me: No! Realistic is NOT standard. Realistic is NOT intuitive. Realistic is NOT real.

Cult of Mac: “Adjust Your Thinking

Me: Yeah, fuck you.

it’s the question, stupid

davanti a un problema, l’approccio più naturale per il cittadino della società moderna è quello di andare a cercare una risposta e/o una soluzione. è talmente ovvio che persino scriverlo sembra imbecille. viviamo in una cultura pragmatica, che ha fatto dell’approccio scientifico una sorta di religione, e finché il problema è del tipo che ci si presenta nella maggior parte dei casi – scegliere un ristorante o chiedere indicazioni stradali – fin qui tutto bene.

però trovare una soluzione alla maggior parte dei problemi, quelli veri, quelli che contano veramente e riguardano la nostra percezione di noi stessi rispetto al mondo che c’è fuori, non è altrettanto facile, meccanico, intuitivo. se stiamo male, istintivamente scegliamo l’approccio a cui siamo abituati: cerchiamo qualcuno che ci dica cosa fare. un medico, un prete, un amico, uno sport; sono entità molto diverse tra loro, ma spesso assumono lo stesso ruolo nelle nostre vite: li scegliamo per avere una risposta, spesso perché speriamo sappiano la risposta che vogliamo avere, spesso addirittura per smettere di pensare alla domanda.

in adolescenza, età in cui il genere di problemi di cui sto parlando è particolarmente frequente e intenso, ci appoggiamo a un’industria culturale che sembra avere delle risposte pronte e valide per tutti. l’oroscopo, la musica, la letteratura dannata che ci fanno sentire così compresi e non soli, sembrano dare risposte facili e comprensibili.

ma non esiste nulla o nessuno che possa dare risposte facili e comprensibili ai nostri problemi, perché nessuno le ha. nessuno ha nemmeno gli stessi problemi, come può avere le soluzioni? quello che serve quando stai male e hai un problema non sono risposte generiche e applicabili a tutti, non è il manualetto di autoaiuto, non è la religione, che traslando il tuo malessere su un piano universale lo annulla e gli toglie qualunque identità, e nemmeno la letteratura, che fa più o meno lo stesso: quello che serve non è cercare le risposte ma le domande. citando douglas adams, la soluzione non è 42, ma la domanda a cui la risposta è 42.

per esempio non ci chiediamo quasi mai perché abbiamo fatto una certa cosa. e se ce lo chiediamo non consideriamo mai spiegazioni alternative alla prima che ci viene in mente, e di solito ci rassicura e conferma nella nostra visione di noi stessi. non siamo culturalmente, o forse persino geneticamente progettati per considerare motivazioni alternative alle nostre scelte che non siano la prima che ci viene in mente (che in genere conferma l’immagine che abbiamo di noi stessi), che vadano in conflitto con come ci vediamo, o ancora meglio, con come vogliamo che gli altri ci vedano.

è per questo che la psicoanalisi funziona meglio della religione o di qualunque altro sistema, per avere delle risposte (e non solo delle soluzioni). risposte non te ne dà, perché nessuno te ne può dare, ma ti costringe a farti un sacco di domande: quelle che non hai voglia di farti, quelle da cui stai fuggendo attraverso la ricerca di risposte. è curioso che l’immagine dell’analista nella concezione di chi non ha mai fatto analisi sia quella del medico o del prete: immaginiamo di sederci, che il tipo sulla poltrona ci chieda che cos’abbiamo, quindi faccia una diagnosi professionale con parole complicate (la psicoanalisi ne ha un sacco, ma non te le dice mai perché, a differenza della medicina, non fa una correlazione diretta tra diagnosi e cura). poi immaginiamo che ci dia la cura, il tipo di cura a cui ci hanno abituati il medico e il prete: le benzodiazepine o venti ave maria due volte al giorno.

l’analista invece ti guarda strano e ti fa delle domande che non capisci, a cui non hai risposte (per forza: sei lì per quello) e che ti mettono a disagio e ti fanno sentire stupido e molto poco a contatto con te stesso. a volte tace, a volte fa digressioni WTF, a volte sembra non avere idea di cosa ti passi per la testa, e sembra così perché è così: non ha idea di cosa ti passi per la testa. né lui, né il medico, né l’amico, né il parroco. e come potrebbero?

però a differenza degli altri tre, l’analista ha un metodo che ha visto un tasso di successo probabilmente superiore a quello degli altri tre soggetti messi assieme: ti mette sulla sua sedia e ti costringe a interrogare te stesso con le domande che contano, quelle che non vuoi sentirti fare. perché la risposta non sono le risposte, “la” risposta forse non c’è neanche, e sicuramente non ce l’ha nessun altro al di fuori di te.

tutto questo sembra uno spottone per la psicoanalisi ma non lo è: il punto è che nemmeno “andare in analisi” è una soluzione di per sé. il punto è che se non riesci a farti le domande che non ti vuoi fare, ad accettare che esistono e che sono l’unica strada per affrontare il problema, se non cerchi di capire quali sono, qualunque struttura politica, religiosa, scientifica, artistica o sportiva trovi a cui appoggiarti non sarà mai la soluzione, ma solo un modo di evitare il problema.

o, detto in modo più elegante da un qualche monaco buddista anonimo e probabilmente apocrifo: Se la risposta non è dentro di te, dove la cercherai?

 

 

 

 

 

 

6 cose che ho capito non mangiando carne

quelli che seguono sono i pregi che ho sperimentato io in cinque mesi senza carne (e pesce, salvo poche trasgressioni necessarie). ovviamente alcuni di questi sono soggettivi. l’intento non è di predicare, ma di informare sulla mia esperienza. poi finirò a predicare, già lo so.

 

costo della spesa
non è tanto il fatto che la verdura costa molto meno al chilo della carne (2-3 euro contro 15-30 euro), ma la resa. a parità di peso la verdura occupa molto più volume della carne, riempie di più, quindi se ne mangia, a peso, molta meno.
con una spesa di verdura di 8-10 euro al banchetto al mercato mangio da una settimana a dieci giorni, a volte anche due settimane grazie a un uso creativo degli avanzi (integrando pasta e uova, formaggi e burro bio, che cerco sempre di acquistare da animali allevati all’aperto). la mia stima di spesa giornaliera per il cibo oggi è tra i 2 e i 4 euro, prima era almeno il doppio.

 

praticità in cucina
con tre o quattro verdure base in frigo e un po’ di creatività o di pratica è possibile cucinare una varietà di piatti impressionante. cipolle, zucchine, patate, cavoli e broccoli, melanzane, persino il pomodoro, hanno una versatilità notevole, soprattutto se combinati. la cucina indiana insegna che le verdure consentono più cotture della carne. le verdure permettono anche di riciclare meglio gli avanzi. la verdura locale dura più di quella del supermercato, e molto più della carne.

 

nutrizione
sappiamo che alcuni tipi di carne non sono affatto sani per l’organismo, a causa della presenza di grassi saturi che stimolano la produzione di colesterolo LDL da parte del fegato. con la possibile eccezione del pesce, della chiara d’uovo e delle carni bianche magre (non la coscia del pollo per intenderci, ma il petto del tacchino) le carni stimolano la produzione di colesterolo LDL, le verdure no. e la soluzione non è acquistare cibi a ridotta quantità di grassi. non funziona così.

A varied diet that emphasizes plants, fish, legumes, whole grains, and fruits is significantly better at lowering problematic cholesterol than a more conventional diet of prepared foods equally low in saturated fats and cholesterol.

sono ovvietà ma per capirci: il filetto di manzo non è “magro”, la maggior parte dei tagli di carni bianche non sono “magri”, la mozzarella (come quasi tutti i latticini) non è affatto magra, la coscia di pollo e il tuorlo d’uovo non sono magri. è tutta roba che stimola il fegato a produrre colesterolo LDL. che non c’è bisogno che spieghi cosa fa.

riguardo ai grassi usati abitualmente per cucinare, il burro contiene un 51% di grassi saturi e un 21% di monoinsaturi (proteine quasi niente), mentre l’olio d’oliva contiene tra un 7,5 e un 20% di saturi contro un 55-83% di monoinsaturi, e un 3,5-21% di polinsaturi.
i monoinsaturi e polinsaturi riducono la produzione di colesterolo LDL nel fegato, i saturi la favoriscono.

tutto cio è detto molto brutalmente, orrendamente semplificato e, immagino, nei dettagli scientificamente contestabile in una varietà di modi.

dopo decenni che ci hanno detto che le proteine animali erano necessarie per una corretta nutrizione, oggi quasi tutte le organizzazioni che si occupano di nutrizione affermano che non solo è possibile, ma è più sano nutrirsi di proteine vegetali, variando la dieta e combinando verdure diverse.

volendo limitare le proteine animali, la chiara d’uovo è la fonte più sana di proteine. io il tuorlo lo butto (anzi lo congelo e mia mamma ci fa le torte, che si mangia lei).

 

riduzione del peso
al di là dell’innegabile vantaggio di non consumare grassi animali (che insieme agli zuccheri e ai grassi vegetali idrogenati sono i principali responsabili dell’obesità), la dieta vegetariana consente di consumare meno, in peso e in calorie, della dieta animale. come sopra: a parità di peso la verdura occupa molto più volume della carne, riempie di più, quindi se ne mangia, a peso, molta meno. i grassi impiegati sono principalmente vegetali insaturi (olio d’oliva, brodo vegetale). ovvio che il tipo di cottura ha un bell’impatto sulla dieta, ma le verdure sono generalmente cucinate con cotture più sane (grigliate, al vapore, stufate, oppure crude). chiaro che se uno vive di parmigiane, umidi, fritti e sformati di verdura, vabbè.

nei primi due mesi senza carne (e facendo esercizio fisico) ho perso una decina di chili: meno appetito, meno grassi, digeribilità del cibo molto migliore (la carne è indigesta, ho scoperto). un’altra cosa che succede smettendo di mangiare carne è rendersi conto dopo qualche tempo che la carne cruda puzza di cadavere. letteralmente di morto. il pollo, poi, non avete idea.

è anche utile parlare con qualcuno che abbia lavorato in un macello. non tanto riguardo al trattamento degli animali – che quello vabbè, si sa – ma riguardo allo stato di conservazione e di igiene della carne che viene messa in commercio. io ho un amico che ha fatto quel mestiere: ci sono cose che probabilmente non volete sapere, quindi non ve le dico.

 

ambiente (ed etica)
qui la questione non è nutrizionale ma riguarda la sensibilità individuale su cosa è giusto e cosa è morale, quindi del tutto soggettiva. l’allevamento è una delle prime due cause di emissioni di gas serra sul pianeta. se ci aggiungiamo il trasporto delle carni e la loro lavorazione, possiamo ragionevolmente affermare che se la maggior parte della popolazione del mondo fosse vegetariana (il 30-40% degli indiani lo è, contro un 3-6% del mondo occidentale) molti dei nostri problemi con le emissioni di CO2 e altri gas serra sarebbero fortemente ridotti. ci sarebbe da affrontare il problema dell’incremento di coltivazione necessario per far fronte ai bisogni, ma lì la riconversione e le tecnologie sarebbero di grande aiuto.

c’è poi un discorso più ampio sulla biodiversità e sul numero di specie (soprattutto marine, ma non solo) che stiamo facendo estinguere per soddisfare i nostri bisogni alimentari, ma è lungo e noioso.

sul piano etico non so che dire se non il mio punto di vista: la tendenza attuale del genere umano a considerare che tutte le risorse del pianeta siano a sua disposizione senza nemmeno un piano per rinnovare quelle che sarebbero rinnovabili avrà un posto sul podio della vergogna nei libri di storia futuri insieme ai danni provocati dalle guerre e alla crudeltà dei regimi totalitari. il nostro uso della tecnologia ci ha resi molto efficienti nel consumare risorse, per niente a rigenerarle.

ma anche: decidere che le altre specie animali sono inferiori (rispetto a criteri che sono solo umani) è diverso dal decidere che possiamo fare di loro ciò che ci pare. decidere che possiamo fare di loro ciò che ci pare è diverso dall’arrogarci il diritto di decretare la morte e la sofferenza di specie che soffrono quanto noi. mi pare che abbiamo sufficiente esperienza con ideologie che hanno tracciato arbitrariamente la differenza tra specie e razze inferiori e superiori, per rendercene conto. come in tutte le cose, avere la capacità tecnica di fare qualcosa non significa che sia etico farlo, così come la capacità di costruire un missile nucleare non è eticamente uguale a lanciarlo.

per maggiori informazioni su come faccio la spesa io, dovesse mai fregartene qualcosa, ecco qui.

 

Vegetables, by mhaller1979

Kobo e Kindle, pro e contro di entrambi

 

(ATTENZIONE: questo è un post del 2012 e riguarda quello che fu forse il primo modello di Kobo distributo in Italia. Molta acqua è passata sotto i ponti ed è probabile che alcuni, se non molti, dei punti trattati in questo post non siano più attendibili al 100%).

 

Mondadori ha mandato in prova – a me come a tante altre persone – un Kobo, il lettore di e-book (e sistema di pagamento e distribuzione di libri elettronici) che è stato abbinato al catalogo di e-book Mondadori. il modello di distribuzione è molto simile a quello di Amazon, e il paragone col Kindle, anche per affinità di formato e user experience, viene naturale. ho pensato che un post che li comparasse potesse essere utile a chi deve decidere quale dei due e-reader acquistare.

disclaimer: Mondadori non ha chiesto questa recensione in cambio del Kobo, ma il lettore accorto (o sospettoso :) vorrà tenere conto del fatto che essa è stata scritta a partire da un oggetto non acquistato (per quanto dal costo contenuto: meno di 100 euro). per parte mia li sto usando entrambi e non mi pare di poter dire di avere una preferenza assoluta per uno dei due.

il paragone è tra il Kobo nuova versione e il Kindle Touch (d’ora in poi KT) originale, cioè versione non paperwhite.

la conclusione finale dopo tre mesi di utilizzo è che Kobo è troppo instabile per un uso intensivo, e la trovate in chiusura del post.

 

dimensioni

le principali differenze sono sul peso e dimensioni (il Kobo ha quasi 30 grammi in meno, circa 7 mm in meno in altezza e 3 in larghezza). lo schermo è posizionato più in alto quindi c’è più spazio nella cornice in basso per i pollici, il che è decisamente apprezzabile quando si legge in piedi.

 

hardware e storage
le specifiche sono abbastanza simili. mi pare probabile che il Kindle sia stato preso come riferimento per la progettazione del Kobo. niente di male in ciò, il leader di mercato traccia sempre una strada che viene seguita da altri.
le principali differenze sono nella chiarezza dello schermo (Kobo è più bianco del KT tradizionale, di cui però credo sia uscita una versione migliore), e nello spazio a disposizione per gli ebook: KT ha 4GB, Kobo 2GB. ma la vera differenza è nella presenza di uno slot per micro SD sul Kobo, che permette di aumentarne la capienza fino a 32GB. l’espandibilità è molto importante per quanto mi riguarda, e questo è un punto nettamente a favore del Kobo.

 

compatibilità

un altro punto a favore del Kobo è la compatibilità con i formati dei file. KT per il testo accetta il formato nativo Amazon (AZW) più TXT e MOBI (e PDF, che comunque risulta poco pratico da leggere, su entrambi i reader). altri formati devono essere convertiti attraverso Calibre, un’applicazione disponibile sia per PC che Mac che Linux, poi spostati sul Kindle usando l’applicazione Amazon apposita.

Kobo legge direttamente anche i file EPUB, che mi pare il formato principe per quanto riguarda gli e-book, e non richiede di software esterni per convertire né per metterli sul lettore: è sufficiente un drag and drop. questa è una delle differenze più importanti, per quanto mi riguarda, tra i due reader. inoltre Kobo è compatibile con CBZ e CBR, caratteristica sicuramente apprezzata dai letttori di fumetti e graphic novel.

 

aspetto e sensazione al tatto

esteticamente Kobo appare più gradevole e elegante, con la finitura opaca leggermente gommata, i bordi a taglio e il dorso con un motivo trapuntato. la versione nera trattiene decisamente le ditate e va pulita spesso. il grigio neutro e i design di KT è meno chic, per chi ci tiene a queste cose. Kobo è disponibile in 4 colori, KT solo nel grigio d’ordinanza.

 

esperienza di lettura

punto importante, vediamo nel dettaglio i vari aspetti.
schermo più bianco quindi migliore lettura nel Kobo, abbiamo detto, ma questo dipende probabilmente dal fatto di sfruttare una tecnologia più recente: il nuovo Kindle Touch Pearl White paperwhite probabilmente sarà altrettanto brillante (non l’ho provato).

la gestione della libreria è forse un tantino più evoluta su Kobo: c’è anche la vista per copertine e non solo quella a lista. lo screensaver può mostrare la copertina del libro che si sta leggendo. Kobo mostra nella libreria la percentuale di lettura dei libri che si stanno leggendo.

per fare un paragone tecnico della resa grafica dei caratteri non credo di avere sufficienti competenze. entrambi i lettori consentono di modificare dimensioni e spaziatura del carattere. KT consente di scegliere fra tre tipi di caratteri predefiniti (ridotto, normale e sans serif) mentre Kobo permette di usare molti font diversi. margini e allineamento sono impostabili per il singolo libro su Kobo ma non su KT.
non entro negli altri dettagli dei menu perché sono piuttosto simili, le differenze più visibili mi sembrano quelle appena descritte.

sulla velocità di cambio pagina il Kindle Touch mi sembra più reattivo, e Kobo qualche volta, anche se raramente, sembra mostrare piccoli rallentamenti nel girare pagina e qualche incertezza nel mostrare i menu. roba di decimi di secondo, comunque. non ne sono certo ma ipotizzo che dipenda dal sistema operativo usato: KT è costruito su una versione customizzata di Linux mentre Kobo è basato su Android, che è un sistema che utilizza le risorse di sistema in modo differente, e potrebbe essere responsabile di qualche rallentamento, che in ogni caso non mi pare essere di ostacolo a una lettura agevole.

il fatto che entrambi sono basati su sistemi operativi aperti è lodevole, e dovrebbe consentire agli smanettoni di installare modifiche alle interfacce originali, il che è sempre una buona cosa.

 

il processo di acquisto

l’associazione dei reader con il proprio profilo online e con il database del sistema per gli acquisti inizialmente confonde un tantino, ma si tratta solo delle prime volte. la differenza forse dipende dal fatto che usando presumibilmente Mondadori due database (il proprio e quello della piattaforma di vendita gestita da Kobo) il processo di acquisto è un po’ più lungo e laborioso. Amazon ha lavorato moltissimo sulla messa a punto del flusso e l’integrazione tra Kindle e proprio profilo online, e la differenza mi pare si veda.
fare qualunque cosa che preveda la comunicazione tra Kindle e Amazon è quasi del tutto fluido, mentre almeno inizialmente su Kobo c’è qualche intoppino in più (compresa qualche piccola accortezza iniziale per montare un volume esterno Android su Mac, ché Android come file system a volte può essere un po’ scorbutico con OSX), ma la possibilità di fare drag and drop diretto tra computer e Kobo mi pare che ripaghi ampiamente dei piccoli problemi iniziali.

 

integrazione con i social network

questo è un punto che probabilmente non interessa alla maggior parte dei lettori ma per me è importantissimo. sono un lettore sociale e condivido molto di ciò che leggo sul social network (Facebook e Twitter sono gli unici due supportati da entrambi i reader).
se l’esperienza di condivisione di un brano su KT non è il massimo, su Kobo è proprio disagevole. inoltre non mi pare che Kobo non salvi i brani evidenziati sul un profilo personale come invece avviene su Kindle.

ma soprattutto su Kobo il sistema di selezione di brani del testo è impreciso al limite dell’irritante. selezionare è un delirio, e il brano condiviso viene troncato una volta pubblicato su Facebook (se viene pubblicato: a volte pare non accada, senza ragioni evidenti). la stragrande maggioranza delle persone probabilmente lo trova irrilevante, ma per quanto riguarda me e pochi matti come me questo è un notevole svantaggio, che mi impedisce di usare Kobo come unico e-reader. mi auguro davvero che nelle versioni successive (o magari con un upgrade, se è previsto) il problema venga risolto.

 

punteggi e gamification

Kobo prevede un sistema di punteggi che è una specie di gioco e ha lo scopo di divertire il lettore e spingerlo a leggere, e funziona in modo simile ai badge di Foursquare. non vitale, ok, e nemmeno imposto (si può disattivare). non ho usato il reader abbastanza per avere un giudizio compiuto, ma comunque l’idea è carina.

 

durata della batteria

non posso ancora fare veri paragoni, ma a chi si appresta a comprare il primo e-reader basti questo: non è il caso di preoccuparsi. le cariche durano settimane, ci si dimentica quasi che sono oggetti alimentati a batteria.

 

librerie disponibili

questo è uno dei punti più importanti e su cui varrebbe la pena di discutere. perché alla fine questi oggetti sono supporti, ma il prodotto è quello che ci leggiamo su. e quello che conta per l’acquirente è la disponibilità dei titoli (e il prezzo, che vediamo dopo).

non ho elementi per giudicare le dimensioni dei cataloghi di entrambi: danno entrambi dei numeri ma mi è difficile dire quanti titoli siano disponibili in italiano sulle due piattaforme. Amazon ha il vantaggio di essere partita prima, di essere più conosciuta tra gli appassionati di e-book e di avere un catalogo enorme, in lingua straniera, mentre ovviamente Kobo ha il vantaggio del catalogo Mondadori. non mi pare tutti i titoli siano disponibili su entrambe le piattaforme, ma onestamente non mi son messo a fare troppe prove. è però un criterio di scelta importante: chi legge solo in italiano deve capire quale dei due cataloghi è più completo o adatto a lui, chi legge in inglese probabilmente troverà più titoli (a prezzi presumibilmente migliori) su Amazon, ma chi legge libri acquistati e scaricati altrove apprezzerà molto la facilità di trasferimento su Kobo e la compatibilità sia con il formato EPUB che con MOBI.

 

prezzi

il modello di business su cui si basano questi e-reader è quello dei rasoi a testina di ricambio o delle stampanti: il supporto costa “poco” (meno di 100 euro),  il vero guadagno per il distributore è nei ricambi.

e qui c’è un discorso da fare che magari è personale, ma mi preme. gli e-book tutti gli e-book indipendentemente da chi sono venduti, hanno dei prezzi troppo cari. ho idea che la percezione del mercato dell’e-book sia che dovrebbe costare molto meno della metà del libro fisico, mentre non è così.

la ragione è ovvia: un libro di carta ha dei costi di materiali e distribuzione che sono virtualmente azzerati nel caso dell’e-book. è vero che dietro un libro ci sono lavori che spesso non consideriamo (scelta dell’autore, diritti, grafica, impaginazione, e quel ruolo importantissimo ricoperto dall’editing) ma ci sono anche dei costi che non sentiamo come nostra responsabilità: il marketing, la pubblicità, il costo francamente eccessivi di strutture editoriali mastodontiche, e il fatto che molti dei costi dipendenti dal libro fisico sono probabilmente riversati anche sull’e-book, per pareggiare i conti.

l’editoria è in crisi e di ciò siamo tutti consapevoli e preoccupati, ma la percezione è quella che è, e le persone sono disposte a spendere quello che sono disposte a spendere. in questo periodo, poco. mi pare chiaro che il futuro dell’editoria online sia destinato a seguire il percorso di altre industrie nell’abbassamento dei prezzi: è accaduto con la musica, sta accadendo con il cinema, è inevitabile che accada con i libri. un contenuto digitale può essere ottenuto in tanti modi, e le persone sono disposte ad acquistarlo solo a un prezzo che ritengono equo. la mia opinione è che debbano completamente cambiare le logiche di prezzo, perchè la vendita di e-book possa prosperare anche in Italia.

ma questo non c’entra su quale e-reader acquistare. io continuerò a usare entrambi. l’integrazione con il sito è migliore in Kindle, ma alcune caratteristiche (compatibilità con i formati, facilità di upload dei libri, espandibilità dello storage) mi fanno propendere per la soluzione Kobo. peccato per quelle difficoltà nella pubblicazione di estratti sui social network direttamente dal lettore.

Aggiornamento: ho dimenticato di sottolineare che Kindle ha la presa per le cuffie ed è in grado di riprodurre file mp3 e, soprattutto, audolibri, mentre il Kobo no. caratteristica che, considerando gli audiolibri, è di sicuro valore, e per che alcuni può essere determinante.

 

Aggiornamento:

RISOLUZIONE DEI PROBLEMI: dopo qualche mese il mio Kobo si è inchiodato su una schermata e ha smesso di rispondere ai comandi.  Ci sono due modi per resettare il Kobo se si blocca: il primo è tenere tirato per qualche secondo il tasto di accensione sul bordo superiore del reader, finché non si accende la lucina blu a fianco. Se questo non funziona, in basso sul retro del Kobo c’è un buchino: inserendo (piano!) la punta di una graffetta e tenendola premuta il Kobo dovrebbe resettarsi.

Se anche questo non è sufficiente, si può provare a fare un rispristino alle impostazioni di fabbrica tenendo premuti il tasto Home (quello in basso sul fronte del Kobo Touch) e il tasto Accensione (sul bordo superiore) per almeno 15 secondi.
Una volta ripristinato in questo modo è necessario reimpostare l’account utente e la connessione wi-fi, e risincronizzare la libreria.

 

CONCLUSIONE dopo tre mesi di utilizzo
nonostante le caratteristiche di maggiore flessibilità sui formati e lo storage esterno (che non ho mai usato) il Kobo mi pare sia ancora troppo flagellato da bug, problemi di integrazione con lo store, difficoltà a gestire una libreria di file importati, freeze e necessità di reset, per reggere il confronto con Kindle. ora sono nella fase in cui ignora completamente la mia libreria in locale e mi si è inchiodato su un apparente download infinito dello stesso libro.

forse è troppo giovane, forse non si è prestata sufficiente attenzione alla customizzazione di Android perché tutto andasse liscio, fatto sta che mi pare che Kobo crei un sacco di problemi all’utilizzatore intensivo; sicuramente li ha creati a me: entrato in un loop di freeze e reset, in questo momento è poco più che un fermacarte. dopo sei o sette hard reset senza risultati apprezzabili, mi sono reso conto che è molto più semplice convertire gli epub in mobi attraverso Calibre e passarli su Kindle.

 

maldestro tentativo di conforto all’universo femminile che passeggia incerto in una Rimini di inizio autunno insolitamente calda

signorina mora e un po’ bassina con gli occhiali che pensi di non piacere e che nessuno dei tuoi amici ti guardi perché sei mora e un po’ bassina e hai gli occhiali, tu non te ne accorgi ma quel tipo in fondo al gruppo che sta sempre un po’ in disparte, credi, ti mangia con gli occhi.

ragazza dal bel seno che stai sempre un po’ curva e non si capisce se è per proteggerlo o per nasconderlo: ti capiamo, ma guardare non è toccare, e nascondere non è far sparire.

signorina esuberante nei modi e nel vestire che sei il centro della vita del gruppo perché anche esporsi è un modo di nascondersi: non c’è bisogno di fare tutta quella fatica.

ragazzina che indossa sempre un principio di broncio e un leggero corrugamento della fronte e cammina sempre a qualche centimetro di distanza in più e si irrigidisce per un secondo quando la toccano: rilassati, non ti vogliamo fare del male.

ragazza più alta della media, non hai niente che non va: quando gli altri ti guardano non è perché sei più alta della media.

ragazzina con i cargo pants e il giubbotto oversize che nascondono il tuo corpo agli sguardi del mondo, sei vittima di un malinteso: tu vorresti essere diversa ma sappi che quando piaci, piaci come sei, non come vorresti essere.

e anche tu, giovane donna che nascondi il tuo corpo in troppi vestiti, come farai quando dovrai scoprirlo?

signorina un po’ sovrappeso che stai in disparte per non essere al centro dell’attenzione, forse è stare in disparte che ti fa sentire in disparte, non il tuo aspetto fisico.

ragazzina che compri la t-shirt di Forever Alone come profezia che si autoavvera: non si autoavvererà.

ragazza che hai passato due ore a scegliere i vestiti e prepararti per essere al massimo, hai dimenticato di indossare un sorriso.

ragazzina che ti ricopri di tatuaggi e piercing, fai bene se ti piacciono, e sai che ci piacciono, ma ricordati che inchiostro e metallo non possono difenderti dal mondo.

giovane donna che fai di tutto per nascondere il primo accenno di rughe, credi veramente che siano quelle che vediamo, quando ti guardiamo?

ragazza che non mette gli shorts per non mostrare un accenno di cellulite, le tue gambe sono molto più belle di quanto tu pensi che la cellulite possa imbruttirle.

giovane donna che pensa di avere dei brutti piedi e li nasconde, guarda che tu non ti intendi di piedi.

 

untitled, by Leanne Surfleet

acquistare il servizio inesistente

oggi ho visto questa cosa qui al supermercato. appartiene alla categoria delle cosiddette monoporzioni, cioè prodotti confezionati per rispondere alle esigenze di consumo di una persona sola. questo in teoria, ma in realtà questa confezione contenente 6 fette di melanzana già tagliate rappresenta molto di più.

l’idea alla base della monoporzione è di non sprecare cibo, quindi evitare uno spreco alimentare, economico e ambientale. Conad e le altre catene di distribuzione interpretano questa visione incartandoti mezza melanzana in una confezione di polistirolo e pellicola in plastica (che non dovresti smaltire se acquistassi l’ortaggio) e mettendotela al doppio del prezzo della melanzana intera. c’è qualcosa che non va nel ragionamento?
sì, ma non è tutto qui.

Conad la melanzana te la taglia anche a fette, in modo che tu non debba affrontare lo sforzo (mentale, suppongo) della complessa operazione di affettare una mezza melanzana. e qui è interessante perché entra in gioco una questione psicologica: avendo appurato che non c’è vantaggio economico né ambientale, qual è il vantaggio percepito di acquistare una melanzana già tagliata? qual è la motivazione del consumatore che la compra e la paga quattro euro al chilo? quale spiegazione razionale dell’acquisto dà a sé stesso?

non può essere la comodità né la scarsità di tempo: fare sei fette da un centimetro di melanzana richiede più o meno 10 secondi, 20 se sei scarso col coltello, e il processo di cuocere una melanzana alla griglia è cognitivamente molto più complesso e richiede molto più tempo di quello di affettarla: a quel punto la compri già grigliata. non voglio sapere quanto possa costare mezza melanzana grigliata al chilo, ma almeno lì eviti una lavorazione reale (la cottura), di cui non sei costretto ad acquisire il know how. ma tagliarla? non è una questione di tempo e comodità, quindi non è pigrizia.

il vero vantaggio di chi compra una melanzana già affettata è la percezione di un servizio inesistente; o se esistente, inutile. la società dei consumi ha la tendenza a ampliare e diversificare continuamente la gamma dei prodotti che offre, cercando continuamente nuove nicchie. lo scopo non è più solo di vendere un prodotto a chi lo cerca, ma in qualche modo di trasmutare la melanzana per renderla interessante e nuova a chi non è sicuro di volerla. uno dei modi di resuscitare un prodotto e renderlo diverso è di aggiungervi un servizio, maggiorandone il costo. l’assistenza per il computer, la rateazione per il cellulare, la cottura per il cibo: da qui, il taglio per la melanzana.

solo che il taglio della melanzana, come abbiamo visto, è un servizio inutile, quindi un servizio inesistente per il consumatore: è la vaga percezione di un servizio. e qui sta la perversione di cui diviene complice l’acquirente: la progettazione del servizio inesistente.

non voglio una melanzana tagliata perché non so tagliarla, la voglio tagliata perché è PIU’ di una melanzana non tagliata (infatti costa di più, il che da un lato conferma la mia corretta percezione di aver acquistato un pacchetto comprendente prodotto + servizio, dall’altro esprime la mia capacità di spesa come consumatore).

non importa se il servizio applicato al prodotto non è utile, non me lo chiedo nemmeno perché non ho il tempo di starci a pensare (“sono impegnato, ho cose più importanti da fare”): mi basta la rapida scarica di gratificazione chimica che avviene nel mio cervello quando in una frazione di secondo riconosco a vista, istintivamente, forse persino inconsciamente, un prodotto che mi dà di più, ma soprattutto mi riconosce il fatto di essere una persona esigente, che merita una nicchia di mercato a sé, con poco tempo perché molto impegnata, una persona di valore. (se i miei 10 secondi di taglio della melanzana valgono più della differenza tra 2 e 4 euro al chilo vuol dire che il mio tempo vale molto, e di conseguenza che io valgo molto).

il prodotto monoporzione prelavorato non è indice di semplice pigrizia, e sarebbe un errore liquidarlo così. in realtà risponde a diversi bisogni, che saranno anche indotti ma sono molto complessi e, mi si perdoni il termine, evoluti.

riconosce e rispetta il mio valore come persona molto occupata.
esprime il mio status di acquirente benestante e contemporaneamente il fatto che non do molto peso al denaro.
mi consente di smaltirlo correttamente perché ho una coscienza ambientalista, cosa che i miei vicini possono ben verificare da come faccio la raccolta differenziata.
con la sua essenziale postmodernità da terziario iperavanzato rappresenta la mia modernità da cittadino del terziario iperavanzato, dove il bene non è più il prodotto ma il servizio, dove il prodotto tende a scomparire per lasciare posto al servizio immateriale.
un giorno forse potrò acquistare una confezione vuota con scritto “tagli di melanzana” e riderne con gli amici, congratulandoci implicitamente per la raffinata ironia che ci rende simili e culturalmente superiori.

tutto ciò è molto sbagliato, e non solo moralmente.
tutto ciò rasenta la perversione.
tutto ciò, se continua ad essere applicato a tutto, anche su grande scala, ci ucciderà.