Quando il conflitto diventa il fine

II post più commentato della settimana su Friendfeed è un classico flame (quindi niente di nuovo) che parte da un tweet critico verso Friendfeed (anche qui niente di sorprendente) scritto da una persona con una certa visibilità professionale su Internet (e pure qui è difficile stupirsi). Chi volesse leggerlo lo trova qui, a me non interessa esprimere un parere.

Il merito del dibattito, almeno inizialmente, riguarda se sia vero o meno che molte persone se ne vanno da Friendfeed, e, se è vero, perché questo accada.
Io non so se sia vero, non ho dati né credo li abbia nessuno, posso solo osservare empiricamente che tutte le persone che frequento abitualmente, me compreso, che qualche anno fa erano molto attive su Friendfeed, oggi o hanno chiuso il profilo oppure non lo usano se non per lurkare ogni tanto.

Però quello che mi interessa non è affermare che ci sia una diaspora da Friendfeed (non è detto: può esserci un ricambio) ma capire perché quelli che se ne vanno se ne vanno o mantengono un profilo inattivo. Un’ipotesi ce l’ho e vale quel che vale, cioè uno.

L’internet delle origini era esclusivamente testuale, quindi per forza di cose fortemente conversazionale: dai forum alle mailing list ai newsgroup, lo scopo della presenza online era la conoscenza, la conversazione, il dibattito, la discussione, anche accesa. Fin dall’inizio un elevato grado di conflittualità negli ambienti online è stato considerato normale: chi è cresciuto in quegli ambienti ha dovuto abituarcisi in fretta, e non è stato un prezzo troppo alto, per scoprire la socialità online.

Per molti partecipare a flame e altre manifestazioni di conflitto online era ed è tuttora una scelta: la dimostrazione di appartenere a una tribù libera, priva di autorità, che rifiuta il bon ton bourgeois e il buonismo. Per alcuni si tratta di una sorta di ribellismo culturale, altri hanno trovato nel litigio online una loro realizzazione o comunque una dimensione di intrattenimento, altri ancora hanno maturato la consapevolezza che per avere la massima libertà di espressione possibile devi accettare i lati più aspri e conflittuali di un ambiente libero, anche difenderne gli spazi di autonomia. Queste persone sembrano condividere una visione del conflitto come  intellettualmente fecondo.

Per altre persone, però, convivere con il conflitto continuo, anche oltre le normali esigenze del dibattito, non è stata una scelta ma una necessità. Fino a un certo punto l’hanno accettata di buon grado, ma quando sono comparsi ambienti caratterizzati da un confronto  meno aspro e più meditato hanno deciso di trasferirvisi. Se chiedessimo alle persone che sono uscite da Friendfeed, sospetto che scopriremmo che una delle motivazioni principali per evitare gli ambienti di rete conflittuali è quella che i teenager intervistati al riguardo negli USA definiscono “too much drama”. Troppa tensione, troppi conflitti, troppe persone che sembrano volersi mettere in mostra attraverso l’aggressività, trovare una realizzazione personale nell’aggressione verbale e in quello che è qualcosa di più di un dibattito acceso.

Il drama è, in altre parole, tutto quello scazzo e quelle noie (sul lavoro, in famiglia, a scuola, tra amici e amiche) di cui faremmo volentieri a meno e che non possiamo più permetterci emotivamente. Con l’avvento dei nuovi media il carico informativo sulle nostre vite è aumentato rapidamente: la strategia di sopravvivenza è di liberarsi di tutte le informazioni che sono inutili o troppo stressanti; per molti adulti, anche quelli che ci sono cresciuti, i litigi online sono ormai diventati psicologicamente una zavorra. Non è solo questione di non potersela più permettere nelle proprie vite: per molti liberarsi di questa zavorra è anche un modo di crescere emotivamente e – nella misura in cui il conflitto si sostituisce alla ricerca di una sintesi come scopo finale – anche di crescere culturalmente.

Update: è nata una discussione su friendfeed in cui (da parte di quasi tutti) si argomenta con critiche sensate a questo post, soprattutto, comprensibilmente, alla conclusione, che so essere arbitraria.

Il Decalogo del Cinefilo Integralista: 
Istruzioni per l’Uso Responsabile della Sala Cinematografica

Nel 2004, sul newsgroup it.arti.cinema, scrissi il decalogo definitivo di come comportarsi al Cinema, detto anche Decalogo del Cinefilo Integralista o dei Cinebani, che poi fu linkato su maestrinipercaso.it e ripubblicato su Desordre.biz. Ieri se ne è riparlato su Friendfeed quindi l’ho recuperato – grazie a Desordre – e ora lo ripubblico cui, in quanto attuale oggi come allora.

1.
Al Cinema si arriva almeno mezz’ora prima, anche con il posto garantito. Non per fanatismo, ma per godersi religiosamente l’aspettativa, passeggiare sulla morbida moquette rossa dell’atrio, ascoltare di nascosto quello che si dicono le coppie mentre arrivano. E soprattutto scegliersi con cura i posti (vedi punto 3).

Anche se sono decisi dal computer, se si è in più di due è bene essere quello che assegna i posti. Comunque sconsigliato andare al cinema in più di quattro.

2.
Niente Popcorn, coche cole, merendine, cazzi e mazzi: al cinema si va per guardare un film, non per mangiare.
Se hai fame vai in pizzeria, ma non venire a rompere i coglioni a me col crik crok mentre guardo un film

3.
I Posti: Avanti e Centrali, e su questo non si discute. Nessun possibile negoziato: rigorosamente i posti centrali tra la quarta e la settima / ottava fila, a seconda delle dimensioni dello schermo e della distanza tra prima fila e schermo.

4.
Lo Squillare in Sala (anche a film non iniziato) di un cellulare lasciato (anche inavvertitamente) acceso implica l’immediata punizione con taglio della mano rituale sul ceppo in cui il bigliettaio infila le matrici dei biglietti. La cerimonia sarà pubblica, per educare le masse.

5.
Durante la Pubblicità si sta zitti e si guarda lo schermo: anche quella è stata girata da un regista (cioè qualcuno molto più bravo a girare dello spettatore, quindi è il caso di mostrare rispetto).
Parlare durante i trailer è quasi altrettanto grave che parlare durante il film (vedi punto 6).

6.
Durante il Film *Non si Parla*, mai, MAI, per *nessuna ragione*.
Inoltre si evita di tossire e si respira piano.

 

-> La versione in formato RTF del Decalogo è scaricabile QUI <-

 

 

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Quando google autocompleta la coscienza collettiva

sulla falsariga di questa bella campagna adv dell’United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women, è interessante – o perlomeno curioso – fare un esperimento con il completamento automatico di google per vedere quale immagine del paese riflette rispetto alla percezione delle cosiddette minoranze – o forse sarebbe più corretto parlare di categorie culturalmente discriminate (premettendo che la selezione mette insieme realtà sociali del tutto diverse, e l’aggregazione è basata solo ed esclusivamente sui pregiudizi più comuni).

poiché nel database delle frasi proposte dal completamento automatico rientrano sia le frasi ricercate più spesso sul motore che le frasi più comuni che google trova sui siti web, dare per scontato che i risultati del completamento automatico siano esattamente rappresentativi della media del sentire italiano sarebbe forse una conclusione stiracchiata (anche perché spesso queste frasi sono digitate con intento interrogativo più come affermazione).

pur tenendo presente ciò, il colpo d’occhio non è comunque il massimo del gradevole.

 

 

a occhio, comunisti e ebrei in Italia se la passano molto meglio di omosessuali, rom e donne.

se ci sono delle conclusioni che si possono trarre, mi pare siano piuttosto evidenti (e mi pare che le uniche obiezioni che si possono fare siano sul metodo).

altra obiezione possibile: inserire i comunisti e non i fascisti rispecchia un approccio ideologico e significa dare per scontato che i comunisti siano discriminati e i fascisti no.

 

infatti: i fascisti no.

 

fascisti

 

 

 

La guida alla depilazione maschile del vanz

Un classico ora ripubblicato su Slideshare:

Perché depilarsi: 6 buone ragioni

1. Si suda meno, quindi si puzza meno (sì, uomini: puzziamo).

2. Ci si sente più freschi, più puliti, persino più tonici.

3. La prima volta che ci si strofina addosso al(la) partner, essa/o dice “oh, però!”.

4. Sesso e autoerotismo migliorano. Purtroppo il maschietto italiano eterosessuale medio tende a preoccuparsi un po’ poco del piacere tattile della propria partner sessuale. E probabilmente anche del proprio.

5. Riducendo l’attrito, la depilazione favorisce la pratica di diversi sport e il massaggio. Non a caso è di rigore nel ciclismo e nel nuoto.

6. E’ un gioco che se fatto insieme al/la partner alimenta le fantasie e garantisce ore di allegro divertimento a sfondo sessuale (inoltre, per alcune parti del corpo fa comodo avere un aiuto).

 

Leggi tutta la guida alla depilazione maschile del vanz su Slideshare.

 

rasoi

Citizen Bezos

tra le ipotesi che ho visto fare sulla ragione per cui il Lord dei New Media Jeff Bezos abbia acquistato la cosa che sembra più lontana dalla sua Amazon, cioè il quotidiano (wtf) cartaceo (WTFF) Washington Post, l’ipotesi che sembra più convincente è che l’abbia fatto per la distribuzione.

il ragionamento parte dal punto di vista – ragionevole, persino ovvio – “cosa ha il Post che serve a Amazon”? una rete di distribuzione capillare, punti vendita sul territorio, e un mercato di subscriber acquisiti che può essere tranquillamente servito e commercialmente sfruttato da Amazon. però potremmo provare, per puro esercizio, a ribaltare il ragionamento: cosa ha Amazon che serve al Post?

la risposta è, curiosamente, la stessa: la distribuzione. anche Amazon ha una rete di distribuzione capillare, e ha anche un’audience, ben più grande di quella del Post, già acquisita, che paga per leggere e sicuramente non ha nulla in contrario a leggere gratuitamente (che il modello di business della vendita delle copie sia defunto Bezos lo sa da un bel po’).

e allora cosa succederebbe se a ogni pacco Amazon spedito ogni giorno negli States (anzi, nei paesi di lingua inglese) contenesse una copia del Washington Post (ovviamente alleggerito nei costi di produzione, riorganizzato per ottenere il massimo dall’interazione tra digitale e cartaceo?), e se ogni iscritto a Amazon ricevesse quotidianamente il WP digitale? di quanto salirebbe il numero di lettori, e quindi la raccolta pubblicitaria?

nonostante tutto, un quotidiano resta comunque una macchina per vendere pubblicità, e più persone leggono quel quotidiano più pubblicità si vende. la circolazione di Amazon e le sinergie tra i due soggetti permetterebbero al WP alleggerito di sopravvivere? persino di fruttare?

ma facciamo anche un altro esercizio di speculazione: come sappiamo bene in Italia, un quotidiano può essere una straordinaria macchina da propaganda anche se in perdita. e Bezos è una persona molto ambiziosa.

 

MBDCIKA EC019

Facebook può sostituire il blog?

 

Tesi: il profilo personale su Facebook è ormai pronto a sostituire il blog personale.

Ciò può avvenire perché:
◐ Facebook è push e non pull, quindi i nostri contenuti passano sul feed delle notizie dei nostri lettori (che non devono venirsele a cercare sul blog). Ciò fa sì che non sia richiesto un atto volontario per venirci a leggere.
◐ In virtù di ciò, i nostri post su Facebook sono più letti e ottengono più commenti della maggior parte dei post sui blog piccoli (che non hanno una media di 600 lettori).
◐ Commentare su Facebook è più facile, immediato e richiede meno impegno (il login è automatico, la soglia psicologica al commento è più bassa).
◐ Il like – che non esiste sul blog – e il reshare con un click rappresentano azioni a costo zero per il lettore ma un alto valore di gratificazione per lo scrivente.
◐ Facebook integra nella timeline e consente la gestione di gallery fotografica personale, preferiti dell’autore, informazioni e risorse selezionate in modo più semplice e immediato di un blog.

Antitesi: Facebook per sua natura non può sostituire completamente un blog personale.

◑ Facebook non trasmette lo stesso senso di luogo, di ambiente personale, di proprietà e appartenenza dei contenuti di un blog.
◑ I contenuti su Facebook hanno una vita (permanenza sul feed delle notizie) molto più breve, e un algoritmo su cui non abbiamo il controllo totale definisce cosa vediamo e cosa no.
◑ Facebook non ha i feed, quindi non possiamo aggregare i contenuti altrui (tranne che usando le liste, che sono poco usate).
◑ Su Facebook i contenuti si contendono uno spazio finito, quindi popolarità e successo di un contenuto ne determinano la visibilità.
◑ Le limitazioni nella formattazione dei post su Facebook non sostituiscono quella di un blog (i link possono essere postati solo per esteso, c’è un limite pratico a una foto e un link per post).
◑ L’accesso ai nostri contenuti è precluso a chi non appartenga alla nostra rete sociale approvata, non è indicizzato dai motori e non sono disponibili statistiche.
◑ Facebook non ha un archivio mensile né le categorie dei post (e forse dovrebbe averli). Lo spazio dedicato sulla timeline a informazioni personali, amici ecc ruba troppo spazio al contenuto.

 

editor

La ciclabile sul lungomare di Rimini

I miei complimenti al Comune di Rimini: i lavori per la nuova ciclabile dal Porto a Riccione sono cominciati e procedono in fretta, e la soluzione trovata sembra ottima.

Il tratto di Marina centro da transitabile in doppio senso per le auto passa a senso unico, la carreggiata è stata divisa in modo da ricavare una sola corsia per le auto, un parcheggio in diagonale e, sul lato mare, una ciclabile ampia a doppio senso che non ha rubato spazio al marciapiede, quindi garantendo la separazione tra pedoni e cicli. E’ così che si rende vivibile un lungomare.

ciclabile

È una soluzione che sarà moto gradita dai ciclisti riminesi, che sono tanti e appassionati; anzi per quanto in corso d’opera la ciclabile è già usata da centinaia di ciclisti ogni giorno (forse non dovremmo, ma dà troppo gusto).

Bravi. Prossimo passo: la chiusura totale alle auto :D

qui la news del Comune

qui il progetto tecnico

 

io vado in fissa – se e perché comprare una bici a scatto fisso

 

mi capita ogni tanto di discutere, in rete o di persona, del fatto che la mia bici è a scatto fisso, e quasi sempre ricevo le stesse obiezioni, che sono poi le stesse cose che pensavo io delle fisse prima di informarmi e comprarne una. in città è pericolosa, non ha le marce, non puoi andare in collina, non puoi piegare in curva, è da fighetti, non c’è nessuna ragione pratica o sensata per rinunciare alla ruota libera. tutte cose che, tranne la prima (la mia idea è che una fissa, se dotata di freno, nel traffico sia più sicura di una bici normale), sono abbastanza vere.

(per chi non lo sapesse, la bici a scatto fisso ha la trasmissione collegata direttamente alla ruota, senza la possibilità di contropedalare liberamente. quando la bici è in movimento i pedali girano sempre, e non è possibile avanzare per inerzia tenendo i pedali fermi. il sistema impedisce anche di avere le marce, il che rende la bici più leggera e semplice, ma inadatta alle salite e discese ripide).

prima di tutto spiego perché, da totale dilettante del ciclismo, ho comprato una bici fissa: perché mi piaceva. mi piaceva la linea, mi piaceva nera opaca, mi piaceva il manubrio a corna di bue. ma soprattutto perché volevo provare qualcosa di nuovo. ogni tanto bisogna provare a fare cose nuove, anche se all’inizio ci mettono un po’ di paura. effettivamente le prime pedalate su una fissa ti mettono un po’ d’ansia, e la prima settimana che la usi hai qualche momento WTF, anche se non sono mai andato nemmeno vicino a cadere.

io sono un ciclista urbano. la uso in città, comunque in pianura, e non ho ambizioni di corsa o di escursionismo in collina. vivo al mare e se voglio fare una pedalata la faccio più volentieri in piano, quindi il problema della salita ripida per me non si pone (nel caso, ho anche una city bike più adatta all’escursionismo). per la ragione spiegata sopra – pedali che girano sempre – non puoi neanche piegare troppo, se no rischi di toccare per terra col pedale mentre curvi. ma non corro, quindi non piego.

poi è chiaro che non è una bici per tutti: richiede agilità e una certa forza nelle gambe e nelle braccia, non è molto pratica quando piove (niente parafanghi, anche se sul bagnato la frenata è più efficiente) né per portare le borse della spesa (non c’è modo di metterci borsoni laterali, io uso lo zaino o la messenger), niente sterrato (ma tanto quello solo in mountain bike) e come tutte le bici con ruote sottili non è molto confortevole sul terreno sconnesso o sul pavet. inoltre la fissa non è una bici adatta a ciclare con la testa per aria: richiede sempre un minimo di concentrazione: sul mezzo, sulle condizioni del terreno, sul traffico circostante. non è da andarci con la testa tra le nuvole, ma questo dovrebbe valere per qualunque bici.

la questione della sicurezza è la più discussa. grazie al pedale fisso, la fixie consente di rallentare o bloccare la ruota posteriore contropedalando, cioè spostando il peso in avanti e bloccando il pedale con una gamba tesa all’indietro. è una mossa spettacolare (la ruota si blocca e la bici skidda) ma è anche difficile da imparare, necessita di fasce che legano i piedi ai pedali (aiutano la frenata: io alterno le fasce ai pedali con le gabbiette anteriori per fermare il piede senza bloccarlo), richiede di sviluppare nuovi muscoli e parecchio allenamento, non è adatta alle persone pesanti, ma consente uno stop più rapido della frenata tradizionale. io ho scelto una bici fissa con entrambi i freni e non consiglierei a nessuno di partire subito con una fissa senza freni (molte sono vendute senza). alcuni dopo aver imparato li fanno togliere, io credo li terrò, per sicurezza.

ma una fissa dotata di freni non è più pericolosa di una bici normale: grazie al minore peso e alla maggiore maneggevolezza e risposta (la trazione diretta dà un maggior controllo e rende la bici più reattiva) nel traffico la fissa si governa meglio di una bici tradizionale. inoltre è del tutto silenziosa e richiede meno manutenzione (e si guasta meno). e ci puoi ballare ;)

però il vantaggio principale di pedalare in fissa probabilmente sta proprio nel fatto che senti meglio il mezzo (o, come dice Marco, “senti meglio la strada”): non c’è quel po’ di gioco e ritardo nella trasmissione del movimento tra gambe e ruota causato dal cambio di marcia o anche solo dall’esistenza di meccanismi intermedi, ti consente e comunica maggiore controllo, maggiore governabilità, reattività e flessibilità, la pedalata è più fluida. una volta abituato alla fissa, tornare su una bici normale è un po’ una delusione, non tanto per una sensazione di minor controllo, quanto perché, mah, ti sembra un po’ noiosa. è difficile da spiegare, è un po’ come la differenza che passa tra correre con le scarpe e a piedi nudi, tra guidare una moto e uno scooterone da città, o un’auto con il cambio manuale rispetto a una col cambio automatico.

sulla fissa ti vengono meglio tutta una serie di cose divertenti che appartengono al repertorio del ciclista urbano smart: stare fermo in equilibrio, zigzagare tra le auto, scattare al semaforo. inoltre tende a essere molto leggera (la mia pesa 8 chili) e quindi più scattante e meno faticosa.

da quando la uso ho scoperto che girare in città senza poggiare i piedi per terra, inflilarsi agilmente tra le auto, andare senza mani sentendo meglio il controllo della bici, non doversi preoccupare del cambio delle marce (e che ti scenda la catena), sono tutte cose divertenti. ho scoperto che si possono benissimo fare distanze medie (20-40km) senza marce. ovviamente faticando di più, che è un ottimo esercizio fisico. ho scoperto anche che per contropedalare si impegnano una serie di muscoli che non sono usati in nessun’altra occasione, e che te ne accorgi perchè le prime volte che li usi fanno male (dice qui Scottie: “Riding a fixie turns your legs into tree trunks“. aggunge heltonbiker: “quando torno su una bici a ruota libera mi sembra manchi una funzione fondamentale, perché non posso usare le gambe per frenare“. e David: “it will make you a better rider“).

sui modelli e sui prezzi: ormai quasi tutti i marchi principali fanno almeno un modello di fissa. la fissa italiana classica direi che è Cinelli, ottime bici ma sui sette-ottocento euro. di fisse medie se ne trovano attorno ai quattrocento o forse anche meno. a me piace State, per esempio, ma basta fare una ricerca su google e si trovano modelli di tutti i tipi.

quando qualcuno mi chiede perché usare una fissa l’unica cosa che posso rispondere è: è più divertente, hai più controllo del mezzo, ma vale la pena di farlo solo se ti incuriosisce, se la bici ti diverte di per sé e per te non è solo un mezzo di trasporto, se sei una persona a cui piace provare cose nuove. se poi ne compri una flip-flop (convertibile da fissa a libera e viceversa, come sono molte) mal che vada giri la ruota e la usi come bici normale. vedere qualche documentario su YouTube come Line of Sight (però quelli sono pazzi), o questo film qui, può aiutare capire se la cosa ci intriga veramente.

 

Aggiornamento:
1. i commenti di Joe e altri mi spingono a sottolineare due cose: la prima è che  oggi pur con un anno di uso intensivo di fissa alle spalle, e sentendomi ormai perfettamente a mio agio sul mezzo, continuo a ritenere irresponsabile togliere entrambi i freni. almeno una volta al mese mi trovo in una situazione in cui se fosse senza freni, pur con tutte le abilità possibili, difficilmente riuscirei a evitare il rischio di incidente. ognuno decide di fare con la propria salute, ma la fissa senza freni è una scelta che può mettere a rischio anche i pedoni, oltre a sé stessi.
2. non fatevi fregare: a parità di materiali e componenti, grazie all’assenza di alcune parti (essenzialmente il gruppo del cambio anteriore e posteriore, con tendicatena e deragliatore) una fissa dovrebbe costare meno di una ruota libera, non di più. a parte che nonostante una leggera differenza nella geometria del telaio e nelle dimensioni (le fisse tendono a essere un po’ più piccole delle road normali) convertire una city o una road in fissa è fattibilissimo e non richiede molto lavoro, una fissa nuova anche di media qualità, acciaio o alluminio, non dovrebbe mai costare più di 4-500 euro. ovviamente il brand e i materiali si pagano, e le classiche Cinelli costano di listino quasi il doppio (ma trattando dovreste riuscire facilmente a far scendere il prezzo a 700-750 euro).

 

Aggiornamento: molti si chiedono quali siano le differenze nel modo di frenare e nell’efficienza della frenata tra fissa e contropedale. la spiega bene questo pezzo qui: http://bicifissa.blogspot.it/2008/01/freno-contropedale.html

industrializzazione, automobilizzazione e internettizzazione hanno danneggiato la nostra empatia

il passaggio da paese rurale a industriale avvenuto nella prima metà del 900 ha causato una forte mobilità sociale, che insieme ad altri fattori ha determinato la fine della famiglia estesa tradizionale – un nucleo sociale collettivo che comprendeva un ampio numero di parenti – e la diffusione della famiglia nucleare, con genitori e figli che vivono lontano dal gruppo famigliare esteso che caratterizzava la famiglia rurale. l’effetto è stato quello di ridurre i contatti con persone e nuclei sociali diversi, quindi le capacità empatiche dell’individuo. l’avvento della TV come media di intrattenimento di massa ha ulteriormente ridotto l’esposizione fisica della famiglia nucleare all’altro da sé.

la diffusione dell’automobile ha determinato un ulteriore isolamento della persona: allontanatosi dalla famiglia estesa, ora il lavoratore si isola anche dalla società nel quotidiano, riducendo sempre più i rapporti casuali con persone diverse. a causa dell’isolamento fisico all’interno del veicolo, le interazioni tra automobilisti, ciclisti e pedoni sono ridotte al minimo livello di comunicazione possibile: occhiate, gesti, parole non udibili, rivolte più a esprimere le proprie emozioni a sé stessi che a comunicare con l’altro.

la riduzione dei contatti quotidiani con persone non appartenenti alla famiglia ristretta ha avuto l’effetto di ridurre la capacità di confrontarsi col diverso da sé: come la famiglia nucleare riduce la capacità di empatia dell’individuo, l’automobilista, isolato nel suo abitacolo, perde la capacità di interagire in modo culturalmente produttivo con gli altri perché non deve confrontarsi quotidianamente con persone appartenenti a culture diverse, come accadeva quando camminavamo o usavamo i mezzi pubblici.

l’automobile funziona come un media che filtra la comunicazione, impoverendola. ha poca banda emotiva, consente solo un linguaggio povero e basico, impedisce lo scambio e la comprensione.

internet, pur avendo potenzialmente una banda di modalità espressive più ampia, sembra avere un effetto simile: riduce le capacità empatiche delle persone, che faticano a mettersi nei panni dell’altro e spesso riducono lo scambio a conflitto. l’impossibilità di vedere la persona davanti a sé sembra disumanizzarci nel contesto del dibattito online, nel senso di diminuire la nostra capacità di considerare l’interlocutore come un essere umano con gli stessi diritti, le stesse imperfezioni e le stesse fragilità che esibiamo noi, e delle quali non riusciamo a essere consapevoli. questa non è necessariamente una caratteristica del media, ma un effetto dovuto alla nostra immaturità nell’usarlo.

 

l’isolamento geografico della famiglia nucleare, quello spaziale dell’automobile, quello visivo della Rete ci hanno gradualmente disabituato all’empatia e ad alcune delle più basilari regole di rispetto sociale. in automobile gridiamo parole che ci guarderemmo bene dal pronunciare se stessimo passeggiando, su Internet scriviamo cose che non potremmo mai dire di persona allo stesso interlocutore.

bisogna reimparare il rispetto, la considerazione dell’interlocutore, la capacità di rivolgersi agli altri come persone e non come oggetti. bisogna reimparare l’empatia, e per farlo è necessario un sforzo continuo di consapevolezza di chi abbiamo davanti, dei suoi diritti e del suo essere un nostro pari, meritevole dello stesso rispetto che esigiamo da lui. bisogna reimparare a non considerarsi al centro dell’universo.

 

foto di ElenahNeshcuet da flickr