shame

(recensione)

Brandon è un brillante e affascinante middle manager perfettamente inserito nella società e nella sua azienda. è molto bello e fascinoso e ha un rapporto speciale con le donne: ha modi gentili, è attento e premuroso. Brandon è un disadattato e il suo problema e la sua identità si esprimono e si manifestano solo attraverso un uso compulsivo del sesso. Brandon non usa le donne perché odia le donne, le usa perché non ha scelta: il sesso di qualunque tipo, violento, improvviso, progettato, inaspettato, pagato o guadagnato, di coppia o autoerotico è quello che Brandon fa, a cui pensa continuamente. la seduzione è un’attività su cui è allenato ed è molto preparato perché porta al sesso. e il sesso è l’unica cosa che Brandon vuole fare, che non riesce a togliersi dalla testa, 24 ore al giorno.

Brandon ha anche una sorella, Sissy, con cui intrattiene un rapporto conflittuale, di grande affetto e di frequenti liti, una sorella bella e seduttiva che lo ferisce con un carattere solare, esuberante e flirtoso. il rapporto tra Brandon e Sissy non è molto sano e si vede lontano un miglio, sin dall’inizio del film, che (SPOILER) finirà male. gli sceneggiatori , tra cui il regista Steve McQueen, non si sono impegnati moltissimo per rendere la storia tra Brandon e Sissy articolata e coinvolgente. soprattutto nell’escogitare un finale che sembrasse un minimo ragionato, invece che frettoloso e maldestro.

però non è gravissimo perché il protagonista di Shame è la figura di estrema solitudine di Brandon, e quella va dato atto che esce in modo chiaro e convincente. la solitudine metropolitana del rivolto verso l’interno, del dedito alla propria ossessione. Brandon è un bel ritratto di uomo reso incapace di provare piacere, curiosità e entusiasmo da una fissazione (fisica, ma soprattutto digitale) per la pornografia, da una coazione a ripetere. il mondo nella testa di Brandon è un girone frastornante di amplessi e coiti che assorbe tutta la sua attenzione, la sua dedizione, le sue energie. Brandon non soffre: è anestetizzato. intrappolato in un circolo vizioso che non gli consente di reagire al mondo esterno se non in funzione della sua ossessione. visto da fuori, Brandon è del tutto normale.

la televisione è un mobile che sta in soggiorno

“io non ho la televisione” di per sé significa “non possiedo l’elettrodomestico TV” ma spesso contiene diversi significati impliciti. a seguito di questo status update su facebook e friendfeed:

“Non ho la televisione”: sono sempre stupito da questo accanirsi sull’apparecchio con lo scopo voodoo di ucciderne i contenuti, parlando del media”

ho raccolto una serie di significati di quella frase, cioè disvalori che si attribuiscono alla “televisione”:

– trasmette contenuti e informazione di pessima qualità
– è diseducativa per i bambini
– porta via tempo e energie vitali
– trasmette cose che non mi interessano
– rappresenta una realtà noiosa, non interessante, demenziale o becera
– è passiva e non consente di essere produttivi
– cambia il rapporto tra le persone anche se è spenta
– non possederla è una dichiarazione d’intenti

come si vede subito, quasi tutte le critiche sono ai contenuti, non all’oggetto né al media TV. più precisamente, mi permetto di indovinare, sono ai contenuti mainstream, trasmessi in orari di punta sui canali di maggiore ascolto. perché nessuno può, credo, negare che considerando l’intera offerta dei contenuti forniti attraverso il mezzo televisivo esistano contenuti di informazione, di cultura e di intrattenimento di qualità.

per dire che se rifiutare il televisore significa rifiutare in blocco la televisione, cioè il media compresi i contenuti, ciò significa anche disinteressarsi del cinema trasmesso in TV in un momento in cui le sale di provincia chiudono, di quello straordinario rinascimento del media che sono le serie TV, dell’offerta culturale, informativa e di inchiesta presente sui canali satellitari e digitali, italiani e esteri. significa rifiutare Report, Rai News, l’informazione di Al Jazeera, le inchieste e i documentari della BBC, HBO, Comedy Central, la storia dell’arte di Philippe Daverio, Rai Storia, Rai Scuola e una coda lunga di canali culturali, artistici e musicali da tutto il mondo trasmessi sul satellite in chiaro. rifiutare la televisione significa rifiutare un bel po’ di cultura accessibile gratuitamente.

non solo. all’atto pratico, senza entrare nella massmediologia mcluhaniana che è un altro campo da gioco, ai fini culturali il media è un veicolo neutro: quello che cambia sono la qualità e l’utilità dei contenuti rispetto al singolo spettatore. la convinzione diffusa che leggere un libro sia tempo investito in modo più produttivo e educativo che guardare la TV è del tutto infondata, se non la si contestualizza rispetto al singolo spettatore. e non v’è dubbio che rispetto a chiunque guardare un documentario della BBC o un film di qualità sia culturalmente e educativamente più produttivo che leggere un libro della Fallaci o la saga di Twilight. quale sarebbe la nostra reazione se qualcuno a una cena dicesse “io non leggo cose stampate su carta”? perché invece troviamo così alto e nobile affermare “io non guardo la TV”?
demonizzare il media, addirittura l’elettrodomestico, mi sembra non solo alimentare un equivoco ma esercitare un esorcismo, piantare spilloni in una bambolina voodoo.

quello che probabilmente si intende comunemente come TV è in realtà quella fascia di programmi di intrattenimento generalista progettati per un grande pubblico indifferenziato che ormai si identifica con il target principale del prime time RAI: over 65, del sud italia, a bassa e bassissima scolarizzazione. la tv del sabato sera, della domenica pomeriggio, il prime time, certe fasce pomeridiane e mattiniere da casalinghe non sono la Televisione, sono la parte più visibile dei contenuti televisivi. sono la più esposta perché sono negli orari in cui la maggior parte di noi può trovarsi davanti alla TV.

sorvolo sul fatto che un programma a basso o bassissimo contenuto culturale può essere di gradevole intrattenimento, e mi piace pensare che si possa concordare che non farà alcun danno se a scegliere di guardarlo è una persona matura e che ha già compiuto il proprio percorso di evoluzione culturale. se davvero qualcuno sostiene che dopo aver guardato un episodio di Jersey Shore si sia diventati un po’ più scemi, sarei davvero curioso che mi mostrasse i dati scientifici che lo dimostrano.

il fatto è che l’altissima diffusione del media e l’assenza di filtri in accesso ha reso la TV straordinariamente appetibile dal punto di vista commerciale, soprattutto da parte del largo consumo con un mercato indifferenziato, e come veicolo di propaganda attraverso l’informazione, col risultato inevitabile di trasformarlo in un collettore di contenuti mirati al mercato del largo consumo e in un megafono di cattiva informazione inquinata dalle esigenze della propaganda politica.

ma la critica al media come entità maligna che ruba tempo e energie che si potrebbero dedicare ad altro è in realtà una critica a una parte di noi che non ci piace, cioè una resa. è la lamentela del tossico che attribuisce la colpa del suo stato alla droga. non è il contenuto che ipnotizza la persona, ma la persona che sedendosi davanti al televisore senza progetto (cioè senza aver operato la decisione volontaria e ragionata di vedere qualcosa che ha scelto) decide in autonomia di farsi ipnotizzare da qualunque cosa passi sullo schermo. non è la TV ad essere diseducativa: siamo (semmai) noi che ci diseduchiamo se accettiamo di guardare qualunque cosa, anche quelle che non ci interessano o non sono adatte a noi.

sulla libertà delle altre persone di guardare contenuti che noi consideriamo di bassa qualità, sul (presunto) effetto diseducativo che tali contenuti fanno sulla società, sul dovere delle emittenti di trasmettere contenuti educativi, sull’effetto di Mediaset sull’Italia degli ultimi 30 anni non mi pronuncio perché è sono temi davvero troppo ampi.

mi resta però ancora da capire perché alcuni media siano di per sé buoni e altri cattivi. se la TV è passiva, i libri non sono meno passivi della televisione. se la TV ha contenuti di cattiva qualità, non è che su Internet siano solo di sonetti di Shakespeare (e per fortuna). quello che fa la differenza sono le scelte che operiamo noi nell’utilizzare il media. e qui sta la diferenza tra la Rete e la TV: la maggior parte dei contenuti sugli altri media sono utilizzabili quando decidiamo noi (un libro lo prendi in mano quando vuoi, Internet è on demand e ti permette di farti il palinsesto) mentre la TV (e la radio) di per sé costringe a vedere cosa passa in quel momento. questa è l’unica differenza di valore che vedo tra i due media (e per cui esistono, fortunatamente, dei rimedi tecnologici).

con queste premesse, se “non guardo la TV” – in particolare se intesa come “tutti i contenuti prodotti e trasmessi in televisione” – è una dichiarazione di intenti, mi chiedo quale sia, questa dichiarazione: “desidero limitare volontariamente la scelta di contenuti a mia disposizione”?

la vittoria di breivik

c’è una cosa che mi colpisce nel dibattito sulla strage di Utøya in cui uno sciroccato totale di nome Anders Behring Breivik ha fatto fuori a sangue freddo 69 teenager in nome della difesa della razza ariana, di un presunto ordine dei cavalieri templari e di un sacco di altre minchiate frutto di una probabile schizofrenia paranoide. mi colpisce che ci si stia seriamente chiedendo se la massima pena prevista dall’ordinamento norvegese per strage sia sufficiente per la gravità del reato.

il codice penale norvegese prevede una pena massima di 21 anni di carcere. per quanto la strage in questione sia stata particolarmente odiosa, schockante, difficile persino da accettare, cosa fa sì che riguardo a Breivik si possa pensare di derogare dall’ordinamento giuridico di un paese?

uccidere molte persone è più grave che ucciderne poche? quante sono “molte”?
uccidere persone per motivi razziali o ideologici è di per sé, davanti alla legge, più grave che ucciderle per altri motivi?

e se lo è, in base a quale principio non è sufficiente il massimo della pena? cosa ci fa pensare che per Breivik non valga il principio in base al quale la pena deve essere rieducativa? gli psichiatri non sono nemmeno d’accordo sulla sua salute mentale: chi l’ha stabilito che sia irrecuperabile? e se è irrecuperabile, perché per lui non deve essere riservato il trattamento riservato a tutti gli altri malati irrecuperabili? in che modo 40 anni di carcere sono meglio di 21? cosa dovrebbe succedere negli altri 19? nel doppio del tempo Breivik dovrebbe diventare più recuperabile? in base a quale dato scientifico o ragionamento razionale?

la Norvegia è probabilmente uno dei paesi più civili, moderni e razionali del mondo, è il paese che ha insignito del Nobel per la pace Amnesty International, l’ONU, Madre Teresa e il Dalai Lama, tutti soggetti che hanno lottato attivamente contro la pena di morte.

la Dichiarazione universale dei diritti umani, carta dei princìpi su cui si basano le Costituzioni dei paesi più civili del mondo e su cui credo nessun cittadino norvegese in buona salute mentale abbia da ridire, all’articolo 3 stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona“.

quali sono le basi giuridiche, etiche e persino razionali che danno modo di pensare che solo nel caso di Breivik non valga tutto ciò che è stato stabilito per il resto della popolazione? come la mettiamo con l’articolo 7 della Dichiarazione universale, in base al quale “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a un’eguale tutela da parte della legge“?

perché alla fine sta qui, mi pare, il punto più pericoloso: al di là del fatto che per un tale orrore 21 anni possano essere pochi per il sentire comune, derogare dai principi del codice penale norvegese significa in qualche modo metetre in discussione i princìpi espressi nella Dichiarazione dei diritti umani, quindi le basi stesse della convivenza civile su questo pianeta; il frutto di secoli, millenni di evoluzione, dibattito, negoziazione e sintesi delle società civili di tutto il pianeta Terra. e se ciò può avvenire in uno dei paesi che più hanno contribuito a stabilire quei diritti, ciò non può rappresentare un precedente pericoloso per tutte quelle società che ancora stanno cercando faticosamente la strada verso il pieno rispetto dei diritti umani?

non c’è il rischio che la Norvegia, per soddisfare una richiesta più emotiva che razionale, invece che dare un esempio di civiltà (come finora ha fatto, su questo caso, a partire dalle dichiarazioni del premier durante la cerimonia di commemorazione delle vittime) finisca involontariamente a fare da cattiva maestra per il resto del mondo?

non c’è il rischio che l’introduzione di una pena in deroga alla legislazione finisca per rappresentare la vittoria finale dell’odio assoluto di Breivik?

 

cambiamenti non newtoniani

c’è sta roba del comportamento dei fluidi non newtoniani che non ti insegnano a scuola (in quelle per gente normale, almeno) e anche il TG1 si guarda bene di raccontarla. in pratica, esistono delle sostanze in natura che in stato di quiete hanno una certa viscosità, ma se viene loro applicata una forza, tipo vengono agitate, assumono una fluidità maggiore o minore. praticamente, fludificano (o addensano) agitandole. che è la ragione perché strizzando il tubetto il ketchup non esce, ma scuotendolo sì.

alcune hanno dei comportamenti davvero bizzarri.

una di queste sostenze è il ketchup, un’altra – curiosa affinità newtoniana tra condimenti – la maionese, una terza è il sangue. e se io fossi un napoletano a cui hanno menato il torrone per decenni sul miracolo di san gennaro, un po’ le palle mi girerebbero, a scoprire di essere stato truffato con tanta faccia tosta e costanza. mi girano anche se sono nato in emilia.

forse anche le persone si dividono tra newtoniane e non newtoniane. ci sono persone che tendono a restare sempre nello stesso stato, e per cambiare necessitano che sia loro impressa una certa forza dall’esterno. tendono a uno stato di quiete, richiedono sollecitazioni per evolvere.

che magari non suona lusinghiero, ma è sempre meglio dell’alternativa newtoniana, che sono le persone che non cambiano mai. quelle mi fanno un po’ paura, visto che la coerenza a tutti i costi sembra essere il presupposto del fanatismo cieco.

poi ci sono le persone che sanno cambiare senza bisogno di pressioni esterne, ma lo fanno spontaneamente, per processi evolutivi interni. ecco, quelle io le ammiro. quelle che conosco sono quasi tutte donne.

in ogni caso la capacità di cambiare è auspicabile, rende persone migliori. sia che avvenga a séguito di forze che sono applicate in modo costruttivo, che in modo distruttivo. anche se si tratta di traumi (non gravi, che poi entrano in gioco altre dinamiche poco augurabili). ma dopo una certa età le persone equilibrate dovrebbero essere in grado di migliorare, qualunque cosa succeda loro.

 

foto by Rodrick Bond da flickr