cose che ho imparato nella prima metà del 2012

quando un governo dice “il peggio è passato”, probabilmente è il momento di rannicchiarsi con le spalle al muro e le mani sulla testa.

la speculazione finanzaria internazionale è come lo squalo. non può mai smettere di nuotare e ha come imperativo genetico una sola cosa: nutrirsi.

il sistema finanziario costruito dalle istituzioni globali è talmente autolesionista, iniquo e grottesco che sembra uscito dalla Guida galattica degli autostoppisti. lo stesso vale per la maggior parte delle istituzioni di cui sopra.

la prima classificazione sismica completa dell’Italia è stata fatta tra il 2003 e il 2006 e si basa sui dati statistici di una cinquantina d’anni di rilevamenti. il che la rende più attendibile dell’oroscopo, ma non di tantissimo.

i media non solo possono cambiare il mondo, ma modellano le società e le vite di tutti noi in modo molto più profondo e pervasivo di quanto pensiamo.

probabilmente abbiamo sottovalutato i rischi e gli effetti negativi a lungo termine della comunicazione interpersonale mediata da Internet.

il bosone di Higgs esiste ma non è una particella, e tanto meno ha a che fare con dio. forse è un campo, forse no, insomma nessuno sa cosa sia veramente, nemmeno Higgs. la fisica funziona più o meno sempre così: tira a indovinare che una cosa esista, poi quando la trova ci mette 30 anni a spiegarsela, poi arriva qualcosa che la nega di nuovo e deve rimettere in discussione tutto. dev’essere molto frustrante o molto divertente, o entrambe.

sarebbe bene cominciare a coltivare patate in giardino.

i cani sono quasi tutti creature spettacolari.

fotografare le persone dev’essere uno dei mestieri più belli del mondo.

nonostante abbiamo a disposizione tecnologie che solo vent’anni fa non saremmo nemmeno riusciti a sognare, le impieghiamo principalmente per aumentare la capacità di consumo di un decimo della popolazione mondiale. la malnutrizione si è dimezzata dal 1970 al 2005, ma è rimasta pressoché invariata dal 2005 a oggi. volendo, avremmo potuto quasi azzerarla. le persone che soffrono di sotto o malnutrizione sono un miliardo: una su sette.

considerare ambiente e lavoro come alternative mutualmente esclusive ha fatto parte della logica della politica industriale e edilizia del ventesimo secolo, con la complicità delle sinistre e dei sindacati. oggi abbiamo la conferma che non solo è eticamente aberrante, ma è economicamente fallimentare.

potremmo presto renderci conto che il dogma della crescita infinita e della piena occupazione a 40 ore settimanali è una logica di riduzione del danno che a lungo termine non fa nulla per risolvere la dipendenza.

il 22 agosto abbiamo finito di consumare tutte le riserve e le materie prime a disposizione della specie umana per il 2012. dal 23 agosto stiamo andando a credito sugli anni futuri.

tutti vogliamo qualcosa dagli altri, anche se crediamo di no. l’egocentrismo è una caratteristica naturale ed è il motore della vita sociale. nelle persone e nelle relazioni sane è un impulso che può fare grandi cose.

quello che resta emotivamente alla fine di una relazione matura e equilibrata sono due estremi: uno, negativo, di quello che avresti potuto fare per renderla migliore, per farla funzionare meglio, per compensarne gli squilibri. l’altro, positivo, su quello di bello che ti resta, sui viaggi, sulle esperienze fatte insieme all’altra persona, sull’affetto che continua a esistere e non è scalfito dalla fine della relazione. fortunatamente il secondo è molto più confortante e molto più forte del primo. tutto il resto conta molto poco.

la psicoterapia è un regalo che ciascuno dovrebbe potersi fare: dovrebbe essere fornita a costi accessibili a tutti dallo Stato, come l’istruzione.

i teenager di oggi hanno musica più figa e divertente di quella che avevo a disposizione io.

la privacy sarà il tema socialmente più scottante dei prossimi anni.

noi non siamo i nostri genitori: non siamo destinati a compiere gli stessi errori e tantomeno tenuti a fare le stesse scelte.

non sta scritto da nessuna parte che si viene al mondo per essere felici.

 

non chiamiamoli immaturi

non è vero che “i giovani” non hanno valori. li hanno e sono valori importanti, forse persino più importanti, perlomeno meno ingenui, di quelli che avevamo noi. se non altro perché sono sganciati dalla politica in senso stretto: li vivono come abbastanza importanti da non richiedere un supporto ideologico.

non si basano sul dogma irremovibile delle ideologie ma richiedono una rimessa in discussione perpetua, un’elaborazione e una continua crescita per quanto riguarda i modi di realizzarli. sono però convinto che i giovani di oggi abbiano valori molto importanti, molto maturi e di cui sono più consapevoli, forse anche intimamente convinti, di quelli che avevamo noi.

magari sono valori più sfumati, con meno certezze rispetto a quelli che pensava di avere la mia generazione, che poi li ha visti fallire anche a causa delle certezze assolute che riponevamo nel modo di realizzarli.

bollare una generazione come superficiale in base all’immagine che ne danno i media (che forse ci dà segretamente sollievo) e alle sue peggiori manifestazioni televisive non solo è un errore, ma è una consolazione meschina. il fatto che non sembrino riuscire a esprimere i loro valori con grandi movimenti di piazza – cosa che potremmo pensare se non avessimo sotto gli occhi Occupy – significa solo che noi non siamo riusciti a evitare che loro venissero rinchiusi in una gabbia. perché stava a noi evitare che succedesse.

se siamo ridotti a voler cercare sicurezza nel dipingere a tutti i costi coloro che sono venuti dopo di noi come non all’altezza del nostro percorso (e guardiamo bene dove ci ha portato), a farne una questione di competizione generazionale, abbiamo capito e imparato davvero poco dalle nostre vite.

Gli altri come “oggetti di sé”: il narcisismo e i suoi effetti sulle relazioni interpersonali

Leggendo Alone Together di Sherry Turkle mi sono imbattuto nella citazione di uno psicoanalista viennese di nome Heinz Kohut, fondatore della “Psicologia del Sé“, che ha fatto studi sul narcisismo, in particolare come il narcisista vive le relazioni in modo strumentale. E’ parecchio interessante, forse utile per alimentare la consapevolezza di come usiamo gli altri e come le relazioni ci aiutano (o meno) a venire a patti con le contraddizioni del narcisismo.

Wikipedia definisce il narcisismo come un disturbo della personalità e, in termini generali, l’amore che una persona prova per la propria immagine e per se stesso.

Senza voler affrontare Kohut nella sua complessità, ci sono alcuni elementi che trovo interessanti, e per capirmi meglio ho fatto qualche ricerca. In The Moral Self, Pauline Chazan traccia un parallelo tra Aristotele e Kohut per delineare le dinamiche entro le quali la percezione di sé influisce sulle modalità con cui ci costruiamo una morale rispetto agli altri.

Semplificando molto, per Aristotele è necessario amare sé stessi per poter amare gli altri, l’amore per sé è solidamente fondato nella sfera dell’etica: solo se una persona si ama sarà in grado di relazionarsi con gli altri in modo virtuoso. Il narcisismo come amore e rispetto di sé ci fa ragionare per dinamiche virtuose nei nostri confronti, e – che sia per forma mentis o per scelta etica – applicare le stesse dinamiche alle relazioni con gli altri. L’amore per sé è una forza che ci consente di avere relazioni con gli altri equilibrate, soddisfacenti e basate sull’etica.

Allora perchè il narcisismo è considerato una patologia? Secondo la psicologia del sé il narcisismo è una questione più complessa del semplice amare sé stessi. Il narcisismo è amore di sé che non si verifica nel contesto di una personalità equilibrata, ma è spesso la messa in atto di un conflitto interiore, della perdita di equilibrio tra il bisogno di amarsi e l’impossibilità a farlo, dovuta alla difficoltà di venire a patti con la propria immagine di sé.

Si manifesta come un conflitto altalenante tra il desiderio di celebrare il proprio amore di sé e la perdita di autostima dovuta alla percezione distorta di alcune caratteristiche di sé stessi, che siano caratteriali o fisiche. Il narcisista si trova quindi intrappolato in un conflitto in cui ha bisogno di riempire il vuoto che si forma tra la scarsa autostima dovuta ai difetti percepiti e il bisogno di avere un’alta immagine di sé, e lo fa cercando conferme nelle relazioni con gli altri.

Kohut conia il termine selfobject (“oggetto di sé”) per definire il modo in cui il narcisista usa gli altri nel contesto delle relazioni interpersonali, per rafforzare la propria immagine rispetto alle qualità su cui si sente deficitario. Cerchiamo persone che possano rassicurarci, lodarci, gratificarci proprio sui punti su cui ci sentiamo più deficitari.

Questo elemento è presente in qualche misura in molte relazioni: in quelle più sane è reciproco e non ha effetti negativi ma anzi positivi sull’immagine di sé dei due partecipanti. Dall’amicizia all’amore, il rafforzamento reciproco dell’autostima è un elemento centrale della vita relazionale. Ma se l’approccio agli altri è puramente strumentale, come nel caso del narcisismo patologico, finiamo per andare in cerca, se non costruire, relazioni che possono facilmente dimostrarsi disfunzionali, nella misura in cui non si tratta di relazioni complete e simmetriche, ma che servono esclusivamente a uno dei due elementi della coppia per rafforzarsi su alcuni aspetti specifici.

 

Echo and Narcissus by John William Waterhouse, 1903

le mie regole per una spesa che non rovini il pianeta

non si può più ignorare che i comportamenti della specie umana stanno modificando il pianeta, che abbiamo avviato un processo di degrado che lo rende sempre meno abitabile a tutte le specie viventi, compresa la nostra. se dieci anni fa la questione era dibattuta, oggi non lo è più. negli ultimi giorni lo confermano sia uno studio dell’Environment Programme dell’ONU che una ricerca di 22 scienziati pubblicata su Nature, secondo la quale oltre il 40% della massa emersa è sfruttato per attività umane. nel 2025 supereremo il 50%, che lo studio prevede sia la soglia critica che mette in modo un rapido mutamento della biosfera. nel 2025 oltre il 50% degli ecosistemi terrestri avranno subìto un mutamento artificiale.

la biodiversità è la base della vita umana sul pianeta: un equilibrio durato milioni di anni che, se cambiasse rapidamente, renderebbe il pianeta non più in grado di sostenere la vita umana in termini di temperatura, eventi climatici, produzione di cibo, energia, quindi abitabilità del pianeta. a planetary-scale critical transition, la definiscono. basti dire che (fonte Jeremy Rifkin) un aumento di un grado nella temperatura del pianeta corrisponde al 7% in più di acqua in circolo nell’atmosfera, che riprecipita in eventi meteorologici sempre più estremi. secondo lo studio è probabile un aumento medio di 3 gradi entro il 2100. con +3 gradi, la quantità di acqua in più immessa nell’atmosfera è enorme: gli oceani perdono di salinità, il sistema circolatorio fondamentale per la vita sul pianeta che è la Corrente del Golfo si ferma e il clima del pianeta cambia completamente. e rapidamente, perché i sistemi più sono complessi più subiscono crisi rapide.

 

lo studio è qui

 

“sì ma cosa posso fare io?”. appunto. ti dico cosa faccio io.

semplificando: le emissioni di gas serra (anidride carbonica e metano) sono le tre cause umane principali del riscaldamento dell’atmosfera. le fonti umane principali di queste emissioni sono l’uso di combustibili fossili per produrre energia e nei motori, l’allevamento intensivo, la deforestazione e l’uso di clorofluorocarburi (nei frigoriferi e nei deodoranti). quindi le regole base sono: evitare il più possibile l’uso di auto e aerei, mangiare meno carne, soprattutto rossa, risparmiare elettricità e privilegiare quella da fonti rinnovabili, tenere la temperatura in casa più verso i 19 che i 21 gradi, e acquistare in modo consapevole.

premetto che non sono un esperto di bio né di stile di vita complessivamente sostenibile (rivolgetevi a chi ne sa di più qui e qui) però ho alcune semplici regoline che sono adottabili da chiunque. ecco come faccio la spesa io:

– carne: non ne so molto di come acquistarla sostenibilmente perché non ne mangio più, ma ove possibile è meglio preferire animali che brucano e che non siano stati allevati in modo intensivo. agnello, selvaggina in genere. oggi è più facile scoprire la provenienza della carne, basta chiedere al macellaio o cercare nei negozi bio carne che non provenga da allevamento intensivo. il bovino è buono quanto devastante per l’ambiente. al mondo ci sono 1,3 miliardi di bovini, un miliardo di maiali e 19 miliardi di polli e galline, e tutti emettono quantità di metano di gran lunga superiori agli umani. sono semplicemente troppi. non c’è abbastanza pianeta per loro E per noi.

– pesce: la pesca oceanica e industriale devasta l’ambiente. in certi casi la specie ricercata rappresenta solo il 20% del pescato, il restante 80% va sprecato (o viene usato per farne mangimi animali e ve lo ritrovate come farcitura del pollo insieme a un sacco di altre cose che non volete sapere). tonno e merluzzo sarebbero da evitare comunque perché li stiamo estinguendo, ma se proprio dobbiamo mangiare tonno almeno scegliamo secondo la classifica di Greenpeace (AsDoMar è il più sostenibile).

– uova e latticini: comprare uova bio da allevamento a terra e in spazi aperti è abbastanza facile, idem con mozzarelle e latticini. alcune uova e latticini Bio come quelle Granarolo hanno una certificazione, purtroppo la legislazione italiana al riguardo è fumosa e per niente stringente in termini di obblighi per i produttori. l’ideale sarebbe cercare prodotti certificati da associazioni indipendenti con etichettatura di Tipo I in base agli standard ISO 14020. mai trovato uno. l’alimentari qui vicino ha le uova “del contadino” e ambientalmente me lo faccio bastare (eticamente è più complesso).

– verdura e frutta: la scelgo di stagione che sia coltivata il più possibile vicino per evitare il trasporto. la provenienza è sempre indicata, se posso scelgo quella coltivata in regione (basta chiedere) o venduta dall’agricoltore locale nei farmers market (ogni città ne ha uno).

– pane, dolci, biscotti, prodotti da forno non ne compro quindi non so cosa dirvi, se non che eviterei come la peste per ragioni nutrizionali qualunque cosa contenga sciroppo di glucosio-fruttosio (HFCS) e grassi vegetali idrogenati o acidi grassi trans. mi faccio ogni tanto la focaccia e il pane in casa, soluzione che richiede non più di un paio d’ore in tutto. lievitazione e cottura comprese.

– surgelati: no. ho tempo per cucinare e semmai congelo roba comprata fresca. il ciclo di produzione dei surgelati ha impatto ambientale, così come le materie prime usati per farli e il trasporto. inoltre, a differenza della Francia in Italia i surgelati fanno piuttosto schifo. ingredienti in scatola sì: non richiedono energia per la conservazione.

– tè, caffè e cioccolata è impossibile acquistarli a basso impatto, vista la provenienza delle materie prime.

– detersivi. non ne so abbastanza di impatto ambientale quindi come principio scelgo quelli non prodotti da grandi gruppi multinazionali come Procter and Gamble e Unilever e mi oriento su quelli senza marca prodotti in zona (sull’etichetta c’è lo stabilimento di produzione) che costano anche meno. la cosa che vi diceva la vostra mamma che i detersivi di marca lavano meglio? balle.

– elettronica e servizi di cloud: cerco di acquistare prodotti di aziende che abbiano un record non negativo per la guida di Greenpeace, ma volte ciò cozza con le mie esigenze (HP è meglio di tutti, Blackberry peggio di tutti). uso i servizi di cloud (storage online, musica ecc) che sono alimentati il più possibile con energia verde (Google e Yahoo bene, Facebook benino ma meno bene per l’uso di carbone, Amazon, Apple e Microsoft male per uso di carbone e nucleare e la scarsa trasparenza). invece, pensare di comprare qualcosa di elettronico che non sia stato prodotto o assemblato in Cina, quindi non abbia attraversato metà pianeta, è virtualmente impossibile.

 

per saperne di più si possono legere libri come questo, e se volete togliervi tutte le voglie di cibo eticamente e ambientalmente non sostenibile, questo.
(se potete, in ebook, che produrre e spostare libri costa, in termini ambientali).

fondamentali, se capite l’inglese, lo speech di Jeremy Rifkin al Ceres e The Earth is Full di Paul Gilding al TED.
(oltre ovviamente a An Inconvenient Truth di Al Gore)

 

Perché continuiamo e continueremo a non capire il successo del Movimento 5 Stelle

La prima reazione dei partiti all’avvento del Movimento 5 Stelle è stata l’indifferenza, che ha lasciato posto allo scherno, che ha lasciato posto allo sdegno, che ha lasciato posto all’incredulità, che ora lascia posto al tentativo di imitazione.

Le ragioni per cui i partiti non hanno capito e continuano a non capire il successo di 5 Stelle sono diverse, ma alla base sta la concezione, marchiata a fuoco sul cranio delle nuove leve in quelle fabbriche di candidati che sono i partiti italiani, secondo cui la Politica si fa in un solo e unico modo: dentro alle istituzioni, in un parlamentarismo rivolto all’interno. Confrontandosi con i movimenti civili solo (e forse) a decisioni prese, confrontandosi (?) con i propri elettori solo in occasione delle campagne elettorali.

E sono 60 anni di campagne elettorali quasi continue, in cui i politici italiani hanno interiorizzato una forma di comunicazione che è stata di marketing e non politica, nel senso di dibattito e confronto continuo con la propria base elettorale. La comunicazione di quasi tutti i politici italiani con il proprio elettorato avviene per veline, comunicati stampa vaghi e stilati per compiacere il più possibile la maggior parte possibile del proprio elettorato senza affrontare quasi mai i temi da punto di vista progettuale, del dibattito, dell’apertura al dialogo prima che siano prese le decisioni, e non solo dopo.

Magari anche quella di Grillo, eh? Ma il Movimento 5 stelle ha un vantaggio, anzi due: ha un programma stilato in modo semplice e diretto, con dei punti chiari e comprensibili, ed è percepito come il Nuovo.

E’ chiaro che, con l’abitudine radicata al velinismo di partito, il linguaggio e i temi di Beppe Grillo sembrano provenire dalla luna. E le critiche che i partiti fanno a Grillo per quanto riguarda i suoi toni, il populismo, la faciloneria, la semplificazione e la superficialità con cui tratta pubblicamente certi temi sono sensate e comprensibili. Grillo si comporta pubblicamente in modo aggressivo, semplificatorio al limite della macchietta. Ma questo non significa che il Movimento 5 Stelle sia l’immagine pubblica di Grillo.

Beppe Grillo non è che avesse scelta: sapeva benissimo che parlando in modo pacato, ragionevole, strutturato e razionale non aveva la minima possibilità di ottenere la visibilità necessaria a lanciare un movimento. Da una parte perché con messaggi semplici e estremi è più facile attirare l’attenzione di un elettorato stremato da 60 anni di comizi elettorali apparentemente indistinguibili uno dall’altro, ma soprattutto perché i media non gli avrebbero dato 5 minuti di attenzione se non si fosse espresso in modo clamoroso, se non avesse cominciato ad aggregare consenso rapidamente nell’unico modo in cui è possibile farlo. Che possiamo anche chiamare facile populismo, se ci fa sentire meglio.

Ma pensiamo veramente che creda letteralmente, in tutte le sparate che fa, e che tutti quelli che lo seguono siano abbagliati dalla figura del Messia? A me pare probabile che quasi nessuno, all’interno del suo movimento, ami veramente l’estremismo verbale di Beppe Grillo, che è necessario quanto probabilmente scomodo per molti. Ma Grillo non è il Movimento 5 Stelle: probabilmente Grillo non è neanche Grillo. Beppe Grillo ha dovuto mettersi su un piano dialettico necessariamente estremo, semplificatorio, dirompente. Che poi gli riesca bene e ci si diverta anche non c’è dubbio.

Ma mettiamo pure che lui sia davvero così: è veramente questo il punto? Accusarlo di essere un capopolo accentratore e messianico, disinteressarsi di tutto il resto del movimento – di cui lui è solo la figura simbolica – e esorcizzarlo definendolo antipolitica, è davvero il piano su cui vogliamo metterci? Agitare lo spettro dell’uomo forte desideroso di potere assoluto è davvero uno spauracchio che vogliamo agitare, senza sentirci ridicoli?

E i partiti vogliono davvero continuare a ignorare il fatto che su molti punti il movimento 5 Stelle ha un programma che oggi è molto più vicino ai desideri della maggior parte dell’elettorato di quello di qualunque altro partito, e disprezzare l’elettorato – anche quella parte rilevante del proprio – che desidera seguirlo? E fino a quando? It’s the issues, stupid.

Io non credo che il movimento 5 Stelle avrà mai un risultato che gli consentirà di formare un governo o persino di influire su una coalizione, ma mi pare evidente che in Italia c’è un problema: sul piano della progettualità, della capacità di avere e praticare idee nuove e dirompenti – consentitemi, rivoluzionarie – in un momento in cui è un bisogno vitale per il paese, la macchina della politica italiana si è inceppata da anni. E sul piano della comunicazione con il proprio elettorato forse ha già superato il punto di non ritorno. Qualunque cosa accada che abbia anche solo la minima speranza dare una spallata che ci faccia uscire da questa impasse è meglio dello stallo e della lenta spirale in caduta libera che è la rappresentanza politica in Italia in questo momento.

Ma una vittoria il Movimento 5 Stelle la otterrà: non sarà la perdita della maggioranza parlamentare per i partiti tradizionali, ma la definitiva perdita di fiducia dei loro elettori.

 

Edit: una questione importante che avevo dimenticato nella prima stesura. Le generazioni più giovani non ragionano più in termini  di destra e sinistra. Che piaccia o meno (e a me sicuramente non piace) è così. Quindi la questione se 5 Stelle sia di destra o di sinistra può avere senso ma è irrilevante all’atto pratico. Sempre più in futuro si dovrà ragionare sul merito delle singole istanze, indipendentemente dalla loro (e dalla propria) appartenenza o identità o coerenza ideologica. Continuare a ragionare in questi termini significa allontanarsi sempre più dall’elettorato di domani.

 

Internet bene comune, adesso.

Ovviamente, solidarietà per le famiglie coinvolte dai terremoti in Emilia e massimo rispetto per l’efficienza e la civiltà del popolo e delle istituzioni emiliane. Da modenese so che l’Emilia ha una cultura sociale, politica ed economica in grado di affrontare una catastrofe naturale con una rete di solidarietà ed efficienza nei soccorsi, nelle procedure e nelle strutture che è forse unica in Italia.

Non a caso la prima esigenza emersa sui social network non è stata di soccorsi, di aiuti, ma di accesso: aprite i wifi, si diceva. Mettete a disposizione connessione utile. Richiesta emersa dalle persone, a cui si sono accodati gli stessi fornitori di connettività che tutti gli altri giorni dell’anno ti installano un router chiuso. Lo stato e le autorità locali no: non potevano. Perché c’è un decreto legge assurdo e pretestuoso, ma anche mai abrogato, che vieta i wifi aperti, in qualunque situazione.

Ricevendo via twitter da Orlando la proposta di creare una mappa collaborativa dei wifi aperti in zona mi sono chiesto: ma perché? Perché in una situazione di emergenza in una delle regioni più evolute al mondo ci si deve ridurre a pensare a un’iniziativa privata, non organizzata e molto probabilmente poco efficiente per fare qualcosa – garantire la massima connessione possibile tra i nodi della Rete – che non solo ha una effettiva utilità in caso di emergenza, non solo dovrebbe essere già garantita dallo Stato o dalle istituzioni regionali, ma contiene già questa possibilità nella sua natura, a costo zero?

Ne ho avuto la conferma quando ho cercato di chiamare al cellulare mia mamma e mi sono imbattuto in un’assenza di servizio mai vista prima. Il perché è ovvio: la rete cellulare è una tecnologia tradizionale e ormai obsoleta che risale a 40 fa e non ha possibilità di evolvere in modo significativo: ha una capienza massima di accessi, in caso di emergenza salta, così come le linee telefoniche tradizionali, i trasporti, tutto quello che è basato su infrastrutture gerarchiche e chiuse, basate su logiche proprietarie di controllo e non scalabilità precedenti alla Rete.

Come in tutti i casi di servizi erogati attraverso strutture e protocolli privati, nel momento dell’emergenza il sovraccarico causa il blocco. Accade con l’elettricità, la telefonia, i trasporti. Non parliamo poi del petrolio. E’ il primo problema in causa di emergenza: il picco di uso blocca il sistema.

Ma internet è l’unico servizio che pur dipendendo da strutture centrali ha una straordinaria capacità pervasiva di sopravvivere: per sua natura Internet rerouta le richieste grazie a protocolli aperti e alla capacità di non fare distinzioni tra chi si collega e con che scopo: la natura aperta del sistema è anche la sua forza.

E allora qui la questione vera è: perché, vista la sua importanza, la sua strategicità in termini di accesso, soccorso, assistenza, perché questa straordinaria capacità di interconnessione non è considerata dalle autorità, che siano locali o centrali, come un bene comune da garantire a tutti? Perché la possibilità di chiamare un’emergenza è prevista nella telefonia cellulare ma non per quanto riguarda la Rete?

Perché le istituzioni locali (emiliane, nello specifico) hanno sempre avuto posizioni forti e politiche sull’acqua-bene-comune, ma non hanno mai osato fare la cosa più logica, semplice, sensata, socialmente necessaria: sfidare quell’assurdità che sono i decreti (obsoleti, inutili, odiati da tutti) che impongono il riconoscimento dell’identità utente e dire: sai che c’è, Stato? Io voglio che i miei cittadini abbiano accesso alla Rete sempre e comunque, in caso di emergenza ma anche tutti i giorni. Almeno per strada, gliela do io, senza se e senza ma.

La Rete è un bene comune, una risorsa necessaria, l’unica infrastruttura nazionale e globale che grazie al suo essere aperta e basata su standard pubblici è in grado di connettere tutti a tutti istantaneamente, e superare danni fisici al sistema. E’ una risorsa vitale non solo in caso di emergenza (che già dovrebbe bastare per garantirla) ma ogni giorno a tutte le persone che possono avere bisogno nei momenti più imprevisti di accedere alle autorità, ai dati e a informazioni vitali, alla solidarietà dei loro concittadini. Semplicemente, ai loro cari.

E questo è solo l’inizio, nessuno può dire oggi cosa ci consentirà di fare la Rete in futuro, una volta che sarà liberata: è un media in continua, rapidissima evoluzione a cresce di valore a tassi che le altre tecnologie si scordano. E’ l’unica risorsa in grado di mantenere collegate le persone, collettivamente, in qualunque evento, e di evolvere e adattarsi a qualunque situazione. Perché questo non è riconosciuto come vitale, strategico, un diritto civile? Ancora di più (pare): una questione di sicurezza nazionale? Che cos’è la sicurezza nazionale se non, prima di tutto, la sicurezza dei cittadini?

Le tecnologie di copertura a livello di città esistono e in alcuni luoghi, dalla Lituania alla California, sono attive da anni: perché la Regione Emilia Romagna e i comuni emiliani, simboli dell’eccellenza civile italiana, ancora non hanno il coraggio di sfidare un decreto accidentale, maldestro e inutile, fonte di imbarazzo per tutta la nazione, e dare ai loro cittadini una connessione aperta, stabile, ubiqua, vitale in caso di emergenza?

Ma davvero: cosa stiamo aspettando?

 

 

immagine di sjcockell da flickr

il ruolo sociale dello zombie

quando parlo della mia fascinazione per il fenomeno culturale degli zombie, noto spesso perplessità nei miei interlocutori. sono e resto convinto che il cinema zombie non abbia il riconoscimento che merita: si tende a considerarlo cinema horror di scarsa qualità (a volte lo è), a basso budget (spesso lo è) e in generale non degno di attenzione rispetto al cinema più autoriale e legato a temi apparentemente più vicini alla nostra realtà.

a una prima lettura probabilmente è così, ma è un’analisi che non tiene conto della stratificazione simbolica e di significati che lo zombie ha nella nostra cultura; in altre parole, il cinema e la letteratura zombie parlano di molto più che un evento improbabile come un’epidemia virale che uccide e resuscita gli umani generando caos e distruzione. il cinema zombie non è horror e non è fantascienza perché parla prima di tutto di noi, delle nostre paure e del modo in cui abbiamo interiorizzato la società dei consumi.

nel cinema sci-fi degli anni 50 e 60 la minaccia era esterna e spesso usata per scopi di propaganda politica: gli Ultracorpi di Don Siegel, gli alieni del Giorno dei Trifidi o la Guerra dei Mondi, la Cosa da un Altro Mondo di Christian Nyby e Howard Hawks sono una metafora, volontaria o involontaria che sia, della spersonalizzazione nelle società comuniste, della disumanizzazione dei regimi del socialismo reale, delle masse senza volto cinesi, cambogiane, nordcoreane.

il Nemico è inequivocabilmente esogeno, proveniente dallo spazio (“esterno”, guarda caso), facilmente identificabile come altro da sé. inequivocabilmente Altro e in alcun modo paragonabile a Noi. il paradigma della minaccia esterna regge (e continua a funzionare) nella fantascienza fino alla saga di Alien e ancora ai giorni nostri (Cloverfield).

nel 1968 però (e l’anno forse non è del tutto casuale) George Romero scrive e autoproduce, con poco più di 100.000 dollari, la Notte dei Morti Viventi, e dà una spallata al pensiero unico del Nemico Esterno interiorizzando la minaccia, portando al centro le dinamiche sociali dell’infezione e della diffusione tra umani: ora il nemico è interno, ed è umano. nel cinema zombie il virus non viene dallo spazio: è una mutazione di virus terrestri, o creato in laboratorio dall’esercito o da una multinazionale.

questo particolare cambia tutto: ora il nemico siamo noi.

non è forse un caso che tre anni più tardi Walt Kelly, autore del fumetto Pogo, disegni una striscia in cui il protagonista, osservando una foresta trasformata in discarica, pronuncia la frase “abbiamo visto il nemico e siamo noi“. c’è il Vietnam, l’escalation nucleare, la protesta nelle strade con la polizia che uccide gli studenti, all’orizzonte c’è il grande tradimento di Nixon. i cittadini, narcotizzati fino a quel momento dal pensiero unico del sogno americano in base a cui nulla di male ti può accadere se fai il tuo dovere e rispetti l’autorità, hanno perso l’innocenza, cominciano a fare autocritica.

dice Romero:

Night of the Living Dead started with anger, really. We were all 1960s guys who were all pissed off that peace and love hadn’t quite worked the way we hoped.

l’immaginario zombie appare da subito a Romero, figlio di un cubano e una lituana e particolarmente sensibile ai temi politici e sociali, adeguato a rappresentare l’orrore del nuovo ordine americano: i film successivi della serie contengono spesso critiche a qualche aspetto della società capitalista e consumista, fino a Land of the Dead, che è un film che non mi sembra eccessivo definire socialista.

la critica forse più riuscita è quella alla società dei consumi espressa in Dawn of the Dead (in Italia intitolato Zombi), in cui un gruppo di sopravvissuti riesce ad asserragliarsi in un supermercato. il film contiene alcune delle battute più memorabili della serie, tra cui “Quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra“.

in una scena memorabile si vedono i fuggitivi regredire all’infanzia afferrando tutto quello che trovano, con la gioia di poter avere tutto gratis, e nel dialogo che meglio esemplifica la tesi del film due personaggi dicono:

– What are they doing? Why do they come here?
– Some kind of instinct. Memory of what they used to do. This was an important place in their lives.

la società dei consumi ha vinto, e ci ha incatenati a sé persino dopo la morte.

il cinema zombie – ma questo vale anche per altri sottogeneri dell’horror – non è solo entertainment per teenager. spesso contiene riflessioni e critiche (di cui si trova eco anche nelle serie di 28 days e Resident Evil) che vanno oltre il semplice intrattenimento: è un grimaldello che alcuni autori socialmente e politicamente lucidi hanno usato per fare politica al cinema garantendo la diffusione dei loro film grazie agli aspetti spettacolari, ma sia Romero che Carpenter (in altri generi) sono tutt’altro che autori di cinema superficiale.

 

cinema a parte, la grandezza e il fascino del concetto va oltre l’uso politico del media zombie: sta nel fatto che lo zombie può assumere simbolicamente il ruolo di qualunque paura esistente nel nostro subconscio, e tutte le paure devono trovare una via di sfogo. dall’immigrazione alla rivoluzione, dal terremoto all’olocausto nucleare alla crisi ambientale, lo zombie outbreak rappresenta l’evento inatteso e impossibile da fronteggiare che azzera migliaia di anni di storia e spazza via l’economia reale (ricorda niente?), le gerarchie, le autorità, le religioni e le ideologie, le infrastrutture materiali su cui si basano le nostre città e quelle immateriali su cui si basa la civiltà come la conosciamo.
ma proprio grazie a questa sua capacità di fare tabula rasa, lo zombie rappresenta anche la possibilità di un nuovo inizio, una nuova frontiera, una nuova società da ricostruire.

consigliatissimo al riguardo World War Z di Max Brooks e la serie The Walking Dead, criticata per certe scelte ma filologicamente molto fedele.

 


in public domain, La notte dei morti viventi si può scaricare legalmente qui (in inglese)

What is “the original”?

At the exhibit’s entrance were two giant tortoises from the Galápagos Islands, the best-known inhabitants of the archipelago where Darwin did his most famous investigations. The museum had been advertising these tortoises as wonders, curiosities, and marvels. Here, among the plastic models at the museum, was the life that Darwin saw more than a century and a half ago.

One tortoise was hidden from view; the other rested in its cage, utterly still. Rebecca inspected the visible tortoise thoughtfully for a while and then said matter-of-factly, “They could have used a robot.” I was taken aback and asked what she meant. She said she thought it was a shame to bring the turtle all this way from its island home in the Pacific, when it was just going to sit there in the museum, motionless, doing nothing. Rebecca was both concerned for the imprisoned turtle and unmoved by its authenticity.

It was Thanksgiving weekend. The line was long, the crowd frozen in place. I began to talk with some of the other parents and children. My question—“Do you care that the turtle is alive?”—was a welcome diversion from the boredom of the wait. A ten-year-old girl told me that she would prefer a robot turtle because aliveness comes with aesthetic inconvenience: “Its water looks dirty. Gross.” More usually, votes for the robots echoed my daughter’s sentiment that in this setting, aliveness didn’t seem worth the trouble. A twelve-year-old girl was adamant: “For what the turtles do, you didn’t have to have the live ones.” Her father looked at her, mystified: “But the point is that they are real. That’s the whole point.”

The Darwin exhibition put authenticity front and center: on display were the actual magnifying glass that Darwin used in his travels, the very notebook in which he wrote the famous sentences that first described his theory of evolution. Yet, in the children’s reactions to the inert but alive Galápagos tortoise, the idea of the original had no place.

(Sherry Turkle, Alone Together)

alone together di sherry turkle: i social media ci rendono davvero “soli”?

è uscito (anche in italiano) il nuovo saggio di Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, in cui la ricercatrice di scienze sociali che è stata tra le prima a studiare le community e la socialità online traccia il ritratto di una società assorbita dallo strumento (cellulare, tablet) come soluzione ai propri bisogni di socialità. non l’ho ancora letto ma mi pare di capire che la tesi sia che stiamo rinunciando alla conversazione umana in favore della velocità e dell’ipersemplicità delle relazioni digitali, il che ci consente di riempire spazi “vuoti” e ci costringe a delegare le interazioni umane al digitale.

al di là dell’indiscussa competenza della Turkle, che non è in discussione, leggendo le sintesi che ne fanno i magazine (quindi, molta prudenza) il sospetto è quello di una tesi parziale, che tiene conto degli svantaggi ma sembra meno attenta al lato consapevole e ai vantaggi di questo utilizzo della tecnologia.

perché nulla ci dimostra che si tratti di una scelta subìta e non cercata. è indubbio che, se parliamo di relazioni e conversazioni, il web sia molto più ricco di possibilità e opportunità di qualunque piazza. poi è vero che a volte (spesso) queste conversazioni sono necessariamente semplificate, sintetizzate, ridotte ai minimi termini, e questo per la complessità dei ragionamenti – come per l’utilizzo della lingua – è un limite. ma davvero non è una scelta, accettare questo limite in favore della varietà umana, di reazioni e di idee, molto maggiore e più selezionata a cui ci consentono di accedere in social media? parafrasando (e ribaltando) Guzzanti: sconosciuto per strada, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?

mi sembra – è una convizione diffusa che mi lascia sempre perplesso – che la preoccupazione per l’auto-isolamento reso necessario dall’utilizzo di interfacce totalizzanti, e soprattutto la denuncia della perdita delle interazioni umane casuali sia vista come un processo disumanizzante di cui siamo vittime, mentre sono abbastanza convinto che sia una scelta almeno in parte consapevole: l’accettazione di piccoli svantaggi per potere ottenere grandi vantaggi.

poi è vero che l’assorbimento totale della nostra attenzione da parte dei cellulari ci impedisce, o rende più difficile, vivere la città, osservarla, studiare le persone. stiamo un po’ perdendo la curiosità e l’allenamento a osservare il genere umano in azione (sempre che li si abbia mai avuti). e così la capacità di osservare la complessità di relazioni e rapporti di potere che si sviluppano continuamente, in modo fluido, al livello stradale delle attività umane. ma siamo certi che sia una limitazione del tutto subìta? siamo certi che prima lo facessimo, invece di essere assorbiti non da un cellulare ma dai nostri pensieri? e dedicarsi in solitudine ai propri pensieri ha davvero, in senso assoluto, maggior valore che condividerli con gli altri e ottenerne una conversazione?

 

 foto: Das Fotoimaginarium