vodafone, ma io e te…?

Vodafone, ci conosciamo da tanto tempo. ho una sim Omnitel dagli anni ’90. non ho mai sentito il bisogno di cambiare operatore, e quando l’ho dovuto fare per lavoro me ne sono pentito, tanto da tornare indietro. per quanto tu non sia economicissima, sono ragionevolmente soddisfatto della copertura e soddisfatto dei piani dati, mi piace il Relax e trovo comodo il Passport. il 4G LTE è una scheggia.

spesso riesco persino a usare il tuo sito e l’app senza bestemmiare, e sono molto contento quando mi regali 2GB senza che te li abbia chiesti. persino il tuo customer care funziona. non arriverò a dire che ti voglio quasi-bene, ma sei uno dei brand che non odio. ti trovo sopportabile: per un operatore di telefonia è molto. hai anche un bel colore corporate e una delle migliori animazioni grafiche degli ultimi anni, il cono di luce rosso.

insomma, mi piaci, ma perché vuoi vendermi la linea fissa?
siamo nel 2015, Vodafone: perché cerchi di appiopparmi una Vodafone Station, perché?

mi spiace, Vodafone, ma telefonia e internet fissa non sono il tuo mestiere. fattene una ragione. lo dico con cognizione di causa: sono il customer care personale di due persone a cui sei riuscita a vendere la tua Vodafone Station e relativo telefono VOIP.

non funzionano, Vodafone. sono trappole infernali. sono astruse e incomprensibili, metà delle volte non funzionano e l’altra metà si comportano a WTF. la tua internet è lenta e funziona a caso (va solo quando chiamo il 190, per ricadere subito dopo).

potrei dirti di investire massicciamente, sviluppare infrastrutture e rete, usare dei router degni di questo nome, darci un servizio fisso che sia almeno paragonabile a quello dei tuoi competitor e non indegno di un paese europeo.

ma invece fattelo dire, Vodafone: voce e internet fissa anche no. te lo dico perché ti rispetto. invece di passare il tempo a cercare di vendere una linea fissa a chi ce l’ha già perché non riesci a condividere un database utenti con i tuoi venditori in outsourcing, stai su quello che sai fare. cessa e desisti, e concentrati sulla telefonia mobile.

dacci finalmente una flat 4G, fai ricerca su servizi mobile innovativi, dacci il traffico voce e dati criptato, dammi un contratto con 30GB/mese come 3, fai una partnership con Spotify che includa traffico dati illimitato, sviluppa uno smartphone Linux da 50€, innova come ti pare e come ti conviene, ma lascia stare l’internet fissa, Vodafone. smetti di cercare di vendermela: non te la compro, non te la comprerò mai.

 

voda

 

perché le nostre città stanno diventando “brutte”

perché certe città sono brutte e altre belle? perché le persone sono disposte a spendere soldi per andare in vacanza in alcune e in altre no? qual è il costo umano e sociale – persino economico – di vivere in una città brutta?
è una del milione di domande che mi faccio dall’età della ragione e, come per molte altre di queste, grazie all’Internet oggi ho trovato uno che ha la risposta.

Alain de Botton è un autore svizzero che scrive della ‘filosofia della vita quotidiana’ spaziando tra temi come l’amore, il viaggio, l’architettura e la letteratura. il mio genere di autore.

de Botton partecipa alle iniziative Living Architecture e alla scuola di formazione The School of Life, e ha scritto un libro intitolato The Architecture of Happiness sul perché le città sono brutte o belle, dal quale The School of Life ha tratto una bellissima infografica animata: talmente bella che sono io per primo a dirti che se hai solo 14’ minuti probabilmente faresti meglio a passarli guardando il video che a leggere questo post.

 

il dibattito sulla soggettività della bellezza è da sempre un campo minato, ma che una cosa sia brutta è ben chiaro alle persone che la guardano. è il punto da cui parte De Botton per ricordarci che non dobbiamo lasciare che una questione filosofica porti la nostra società a fare scelte che la danneggiano: lasciare che le nostre città evolvano verso il brutto perché tanto “il bello oggettivo non esiste” è un grave errore.
6 sono le qualità che rendono una città vivibile e desiderabile per gli esseri umani:

. ordine e varietà, equilibrio e simmetria MA con caratteristiche di diversità e alternanza. no all’anarchia progettuale senza un tema ricorrente, ma anche no all’iterazione seriale alienante: “complessità organizzata”, la definisce De Botton.

. attività umane visibili: le persone e le cose che fanno, per lavoro o per divertirsi, devono essere visibili dalla strada, animare il paesaggio urbano. questo umanizza e dà vita alla città

. compattezza: lo sprawl dei sobborghi residenziali nelle metropoli è disumanizzante. le belle città hanno quartieri compatti, dove dalle finestre si vedono altre case, e le piazze sono grandi quanto il raggio visivo per riconoscersi tra umani. non c’è un paese al mondo che abbia costruito una bella piazza da decenni, dice De Botton, ed è un tema che gli urbanisti dovrebbero prendere in serissima considerazione.

. l’ordine delle arterie di circolazione insieme al mistero delle viuzze pedonabili. grandi strade per smaltire il traffico con efficienza insieme a stradine che serpeggiano, nelle quali uno possa avere il brivido di potersi perdere, e che stimolino la curiosità del turista.

. la corretta scala: il gigantismo delle metropoli, causato dall’averle cedute a banche e corporation globali, fa sentire la città lontana e l’umano insignificante. palazzi di massimo 5 piani sono l’ideale per una città vivibile e in cui ci si possa identificare. torri e grandi edifici devono essere usati per rappresentare valori comuni, “interessi condivisi e bisogni sociali a lungo termine”.

. riconoscibilità locale: la globalizzazione culturale e dei mercati, la standardizzazione della progettazione, dei materiali e delle tecniche ha reso simili tutte le città moderne. per piacere e piacersi una città deve mantenere caratteristiche stilistiche locali, materiali da costruzione del luogo: se non si rispetta il genius loci le città diventano tutte uguali, e perdiamo il confort dell’appartenenza, il divertimento della scoperta, il bisogno umano di vivere la propria città come un’espressione della società e della cultura in cui siamo immersi.

 

il libro di riferimento è The Architecture of Happiness, a 8,99 in formato Kindle o a 10,78 su play.com in paperback, spedizione gratuita.

l’articolo di Slate attraverso il quale ho scoperto autore, libro e video (via Umberto)

 

60 windows on Bruxelles – vanz on flickr

ricominciare?

c’è questa cosa che non scrivo più sul blog e pensavo fosse perchè oggi scrivo molto di più sui social media, che sono molto più interattivi e conversazionali: hai azione-reazione immediata, sono più veloci, sono push quindi ti leggono di più, ti commentano di più eccetera. pensandoci bene, però, ho il sospetto che non si tratti solo di una sostituzione ma anche di una questione di inibizione, che c’entrerebbe, quella sì, col leggere sui social media.

perché ora grazie a un feed di facebook attentamente calibrato, grazie a aggregatori intelligenti come feedly e pulse e circa e zite e medium e flipboard*, grazie alle liste su twitter e grazie ai feed su netvibes e feedly, grazie alle app di agenzie e editori come al jazeera e reuters, in ogni momento ho accesso a una quantità di contenuti freschi e di qualità a un click di distanza che solo 3 anni fa era impensabile.

intendiamoci: the verge, salon, the atlantic, slate, esquire esistono da anni e li leggo da anni. ma il numero di testate, la frequenza dei contenuti di qualità che producono, la facilità di accesso in ogni momento, è aumentata un bel po’. e il fatto che questi contenuti mi vengono spinti contro non mi infastidisce: il sovraccarico informativo è un problema solo se non sai gestire l’informazione in entrata.

alla fine, forse è solo che preferisco impiegare il mio tempo a leggere pezzi di qualità allo scrivere minchiate.

però dovrei ricominciare, e forse lo farò, perchè a smettere di scrivere si perde l’abitudine a scrivere, quindi si scrive peggio, si legge peggio, si parla peggio, si pensa peggio.

*il mio magazine su flipboard lo trovi qui

non ho paura della morte: ho paura del tempo.

L’uomo tecnologico ha un passato da demiurgo e un futuro da profugo: se mai ci arriverà, al futuro, perché le sue migliori menti sono reietti in una società divenuta antiscientifica per reazione al disastro ambientale, e il piano di quel che resta della Nasa per salvare l’umanità ha un sacco di buchi da cui scorrono via quantità insostenibili di tempo: anni, decenni, forse millenni. E allora potranno salvarci solo le uniche forze in grado di viaggiare nel tempo e trapassare le dimensioni: la gravità e l’amore.

Sci-fi dal volto umano e di grande respiro, con un passo narrativo impeccabile, ideale conclusione di una trilogia di sci-fi escatologica: se Contact cercava Dio attraverso la Scienza e Mission to Mars trovava il Creatore nell’Alieno, Interstellar divinizza il Tempo e ne neutralizza la crudeltà attraverso l’Amore, la più umana delle emozioni.
Da vedere.

 

Interstellar

la condanna morale del mercato è un fatto anche quando è sommaria

al netto di quanto sia corretto sul piano dei fatti il servizio di Report su Moncler, non sono stato da subito d’accordo con il sarcasmo sulla facile indignazione per i metodi della raccolta del piumino (trovo quasi sempre inutile se non irritante il sarcasmo sulle reazioni emotive delle persone, quando sono in buona fede), e non sono stato da subito d’accordo sulla posizione-Gabbana “il lusso è così”, semplicemente perché non è vero: esiste la produzione di alta gamma che è anche qualità etica e sostenibile, e nello specifico l’esempio di Patagonia è tra i migliori al mondo. (anche la posizione “se vuoi la sostenibilità devi essere disposto a pagarla” mi pare che salti un passaggio o due, ed escluda la possibilità di un’industria che veda come parte del profitto la sostenibilità e la stima etica del mercato, o addirittura che non abbia – gasp! – come obiettivo il profitto).

ma se una cosa me la porto a casa da tutta questa faccenda è che piaccia o no, che sia razionale o l’indignazione emotiva di un giorno, sempre più il destino dei brand è di affrontare il passaggio attraverso il giudizio morale, anche sommario, del mercato, sempre più le persone sono sensibili, attente – magari superficialmente, grossolanamente, ma attente – alle questioni che riguardano l’etica nella produzione industriale, sempre più è necessario avere una posizione trasparente rispetto alle pratiche, e non solo a quelle produttive. che si tratti di una sensibilità evoluta autonomamente o l’effetto della sensibilizzazione da parte dei movimenti animalisti e ambientalisti, o della sub-informazione semplicistica in stile 5 stelle o altro, è irrilevante.

non dovrebbe sorprendere, poiché non è cosa di oggi, che si tratta di un giudizio morale che riguarda tutte le scelte industriali: dal pricing (equo, ragionevole, “morale”) alla distribuzione (in termini di trasporti, inquinamento, emissioni) alla promozione (l’etica del messaggio, il rispetto della donna nella comunicazione, la tutela dei più piccoli) fino naturalmente al prodotto: le condizioni di lavoro inaccettabili e le paghe non eque, lo scarso rispetto dell’ambiente, i processi che prevedono crudeltà sugli umani o sugli animali. smontiamo un’altra posizione superficiale: le sofferenze degli animali NON sono “più importanti di quelle umane” per le persone. si tratta di sensibilità parallele, visto che gli esseri umani sono in grado di empatizzare su più di un livello. l’obbligo morale di evitare inutili sofferenze a tutti gli esseri viventi è sempre più diffuso nel mercato, soprattutto nel pubblico femminile e soprattutto nelle generazioni più giovani.

è probabilmente vero che quello di cui stiamo parlando è un giudizio morale spesso sommario e superficiale, ma si dà il caso che questa sia una ragione in più e non in meno per prestarvi attenzione: sembra che scopriamo oggi che i mercati sono irrazionali. non c’è mercato più irrazionale di quello elettorale, ma quando Obama perde le elezioni l’unica frase che gli esce di bocca è “I hear you”. non “vi sbagliate” o “giudicate irrazionalmente”.

Furla, autunno-inverno 2012/13

Perché la bici è il capro espiatorio della rabbia urbana

 

E’ un po’ che accumulo statistiche sugli incidenti stradali e le violazioni del traffico in contesto urbano per documentare una teoria: che nonostante molti automobilisti considerino i ciclisti un elemento pericoloso del traffico in città – forse addirittura più pericoloso delle auto – in realtà le bici hanno un ruolo quasi irrilevante sulla scarsa sicurezza delle nostre strade.

Le vere vittime della strada sono i pedoni, e lo sono a causa della velocità delle automobili, soprattutto in città (ogni settimana sulle strade perdono la vita 11 pedoni, nell’ultimo anno (2012) sono state 589 le vittime e oltre 20mila i feriti).
Ma siamo tutti ANCHE pedoni, quindi potenziali vittime delle automobili. Mi stupisce come molti non sembrino avere la consapevolezza della pericolosità di una tonnellata di lamiera lanciata a più di 50 all’ora in città. Sul perché ciò avvenga la mia teoria è che l’automobile, separando l’umano dal mondo esterno attraverso lamiere e lunotto, ne ottunda sottilmente i sensi, facendo percepire come meno reale al guidatore ciò che si trova al di là del lunotto.

Ma lo spiega meglio di me questo pezzo scritto da Carl Alviani, giornalista di National Public Radio, integrando dati statistici e un elemento a cui non avevo pensato: l’automobilista demonizza il ciclista perché ha paura di un nuovo modello di spostamento che si oppone a quello tradizionale a motore, a cui è abituato e i cui difetti accetta o rifiuta di vedere. Il ciclismo è la minaccia del nuovo e del diverso, e come ogni modello disruptive è accolto con scetticismo e ostilità.

Riassumo in pochi punti il pezzo, che vi consiglio di leggere cercando di evitare lo spirito maligno che ci pervade tutti, ciclisti e automobilisti, quando parliamo di biciclette in città. Alviani sostiene che il tema del ciclismo urbano sia controverso e generatore di conflitto quanto la questione israelo-palestinese.

Tesi n°1: Il ciclismo in città è pericoloso sia per il ciclista che per gli altri.
Confutazione: Dopo quasi 25 milioni di chilometri percorsi, Citibike, il bike sharing di new York, non ha ancora causato una singola vittima tra ciclisti o pedoni. Tra il 1999 e il 2009 negli USA sono stati uccisi da veicoli a motore 59.925 pedoni, mentre le bici hanno causato 63 vittime. 63 è lo 0,1% di 59.925, mentre le bici sono usate per l’1,6% degli spostamenti.

Tesi n° 2: I ciclisti violano le regole del codice della strada più degli automobilisti. 
Confutazione: per quanto sia difficile portare statistiche sulle violazioni non sanzionate, la probabile verità è che i ciclisti violano regole DIVERSE (per esempio passare col rosso, o i contromano) ma che la loro violazione di quelle regole ha un impatto inferiore sulla sicurezza stradale (come dimostrano i dati sulle vittime citati sopra). In Oregon ciclisti si fermano completamente agli stop solo il 7% delle volte, mentre gli automobilisti solo il 22%, ma quale dei due comportamenti è complessivamente più pericoloso per la cittadinanza?

Tesi n° 3: Gli automobilisti odiano le bici perché interferiscono con un sistema a cui sono abituati.
La spiegazione che Alviani dà dell’avversione degli automobilisti per il ciclismo è: l’odio irrazionale di un sistema che si vede messo in discussione. Una forma di cecità selettiva di matrice culturale impedirebbe all’automobilista di vedere le continue violazioni delle regole del codice che le auto commettono continuamente, dal non fermarsi alle strisce pedonali al non usare le frecce. L’automobilista spesso dà per scontate queste violazioni (nel contesto di una specie di patto sociale tra automobilisti, aggiungo io) ma la sua mente registra ogni singola violazione compiuta da un mezzo diverso da quello a cui è abituato. Uno studio del 2002 rivela la tendenza dell’automobilista a considerare le infrazioni dei ciclisti come causate da inettitudine o sconsideratezza, ma non altrettanto le stesse infrazioni causate dagli automobilisti.

I dati dimostrano quindi che nella società, costituita per la maggior parte di automobilisti, esiste una stereotipizzazione negativa del ciclista, una cecità selettiva che causa un pregiudizio infondato nei confronti della bicicletta, che è invece il mezzo di trasporto più sicuro e sostenibile e – per ragioni ambientali e di costi del carburante – il futuro quasi inevitabile di chi oggi guida un’auto.

La soluzione, dice Alviani, è di fare usare di più la bicicletta agli automobilisti, perché abituarsi al suo uso contribuisce a riequilibrare il pregiudizio culturale e la percezione della sicurezza e della sostenibilità del mezzo.

                Disclaimer: quando parlo di “automobilisti” non mi riferisco a una tribù nemica e misteriosa. siamo tutti automobilisti, pedoni e almeno qualche volta ciclisti. alcuni del comportamenti che attribuisco agli automobilisti in questo post sono comportamenti che vedo in me stesso quando sono al volante.

 

Why Bikes Make Smart People Say Dumb Things di Carl Alviani

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Buone ragioni per andare alla Molo Street Parade e cose da fare quando sei là

Beh, la Molo Street Parade è un affare strano, perché pensi che sia un concerto e la affronti come tale, però quando ci arrivi scopri che non è un evento ma un processo, un nastro di possibilità che costringe a esplorazioni e scelte, come quando vai al bar e c’è la vetrina dei cornetti che non sai mai se dentro c’è la marmellata o la Nutella.

In un un serpentone di DJ set suonati a bordo di 12 pescherecci lungo un chilometro di porto c’è sempre qualcosa che – lo senti – sta succedendo da un’altra parte, il che all’inizio ti spiazza e ti costringe a spostarti continuamente da una barca all’altra. Presto sei sudato come un russo e capisci che non è la strategia migliore. Poi a un certo punto intuisci più o meno la zona in cui ti piace stare e diventi stanziale – anche perché dalle 22 in poi la ressa è tale che scordati di poter andare da qualunque parte.

Ma la Molo non è solo stare davanti a una barca a ballare, ci sono un sacco di altre cose che si possono fare, soprattutto se ci vai presto e la vivi come un’intera giornata invece che solo una serata.

Per esempio ti può capitare di girare nel piazzale del porto molto presto nel pomeriggio, quando i tecnici montano e provano i sound system e i baristi preparano i chioschi. Lì, oltre all’incognita di improvvise bordate di pura violenza sonora che ti fanno la riga ai capelli, può capitarti di fare quattro chiacchiere con la gente che lavora, il che è sempre interessante. E si sa che dove c’è gente che lavora è pieno di umarelli in bicicletta che guardano e fanno commenti. Anche con loro c’è sempre da far chiacchiere, e non si fanno certo pregare per raccontarti le robe dei loro tempi.

Però puoi anche prendertela comoda e sederti sulla spiaggia libera – o sederti al bar del porto a prendere un aperitivo – ascoltando in sottofondo la musica di intrattenimento che le barche suonano nel tardo pomeriggio. Oppure fare la cosa più classica del porto di Rimini: l’aperitivo con la posta del sol al Rock Island.

Poi la Ruota, naturalmente. Che non sarà l’idea originale del decennio, ma ha rappresentato da subito un punto di riferimento fondamentale nella skyline bassa e uniforme di Marina Centro. Almeno una volta, lo sanno tutti, un giro sulla ruota va fatto, e la Molo Street Parade è una delle migliori occasioni per farlo. Consigliato il tramonto per romanticismo, o il momento di massima affluenza (dalle 22 in poi) per godere della vista dall’alto dei serpentoni di gente che si allungano sul lungomare e su via Destra del Porto.

Ovviamente mangiare la piadina con i sardoni, che senza godi solo a metà? Anche solo per vedere quelle decine di metri di griglie sfrigolanti e il fumo unto e azzurrino di cottura del pesce azzurro che si alza lentamente nella luce del tramonto, che sembra di stare in Apocalypse Now, e il tutto evoca un girone dantesco. Hell’s Kitchen.

Cuoche e pescatori, poi, sono un concentrato di romagnolità che vale da solo il viaggio. Soprattutto in quell’oretta prima di cena in cui i pescatori scaldano le griglie, preparano i sardoni, bevono vino, e le azdore cuociono le piade e preparano i contorni e i piatti, e si sfottono a vicenda in romagnolo stretto da una parte all’altra della strada.

I tecnici del suono e i paraphernalia del live. I palchi, le console, i macbook, le tastiere e i mixer, le strutture per le luci, gli impianti del CO2 per i fumi, tutta l’attrezzatura tecnologica e meccanica dei DJ set che viene issata a bordo, montata e provata a due metri da te per la gioia degli umarelli e dei fan di Come è fatto.

I volontari delle ambulanze, che sono presenti ma non li noti mai, che sono pronti a qualunque evenienza però sperano di non dover fare niente per tutta la sera. Ma ci sono, stanno in piedi in un angolo e stanno sobri per noi.

Ma anche i DJ, le star della serata che alla fine sono quelli che fanno ballare, la ragione originale per cui siamo qui, che mettono in prima linea la loro professionalità e spesso aprono per altri più famosi, sotto al sole, coi display in piena luce e in condizioni di lavoro decisamente non ottimali.

Ma soprattutto, perdonate la nota sentimentale, tutti voi e tutti noi, a chi viene per ballare e a chi viene per baciarsi, a chi capita quasi per caso con la famiglia o gli amici al pomeriggio per fare un giro in bici sulla ciclabile, poi finisce per fermarsi a cenare a piada e sardoni e sedersi sul muretto a bere birra e godersi il tramonto e finisce a ballare fino all’una di notte, e torna a casa stanco, sudato e forse un po’ più felice.

A chi fa tutto questo e sta sereno.

 

Stai sereno alla Molo Street Parade

Vedi tutte le foto della Molo Street Parade nella gallery su Google+

La Molo Street Parade è al Porto di Rimini, sabato 28 giugno, dalle 18 all’1.

 

Maria Elena Boschi, i bimbi congolesi adottati e l’ipocrisia di un paese che ha problemi ben più seri

Si è parlato e ancora si parlerà delle foto che ritraggono il ministro Boschi nell’atto di accogliere a Kinshasa un gruppo di bambini congolesi: la scelta di mandare il ministro per le Riforme Costituzionali è stata accusata di strumentalità e populismo, immagino anche da certa sinistra. Nulla è valsa la spiegazione del ministro riguardo alla sua presenza.

Al di là del fatto che si possa, con un candore straordinario, trovare fastidiosa l’idea che chi si occupa di comunicazione per la Presidenza del Consiglio organizzi una photo-op (cioè faccia il suo mestiere) per un evento del genere, o anche che si possa, vivendo forse nell’800, trovare scandalosa l’esistenza stessa delle PR in politica, mi pare ci sia un equivoco di fondo, un malinteso su cosa sia e a cosa serva la comunicazione politica.

Le critiche sembrano basarsi sulla convinzione che che la comunicazione politica debba essere reportage obiettivo e neutro, che al di fuori dal Parlamento (dove, ricordiamo, è passata gente che chiamava i colleghi “cicciolini”, sventolava fette di mortadella, saliva sul tetto per protestare o appariva sulle copertine dei periodici con in braccio un cane) un evento come quello a cui abbiamo assistito debba rappresentare una genuina tranche de vie della giornata di un politico.

Viene da immaginare che, secondo questa interpretazione, qualunque manifestazione pubblica di un politico dovrebbe essere riportata dalla stampa solo nel caso sia spontanea e frutto di un impeto genuino e del tutto disinteressato, nonostante nessuno possa affermare sia mai stato così nella storia dello Stato moderno – o, se preferiamo, in quella della fotografia. Qualunque cosa poi significhi disinteressato in questo contesto, non so neanche se cercare di capirlo: la politica, come ogni mestiere, ha degli interessi e degli obiettivi.

Il punto della comunicazione non è se il politico sia sincero e genuino nel compimento dell’atto rappresentato, ma se sia credibile nel compierlo, e  cosa comunichi quel gesto. Se la politica è arte del possibile, la comunicazione politica è narrazione del possibile, ovvero un (altro) modo di far passare i valori, le idee e la visione del futuro di un partito o governo attraverso immagini, gesti, azioni simboliche. Questo la Lega lo sa benissimo, pur facendone un’esecuzione becera e, quella sì, spesso offensiva.

E’ ben poco rilevante e nessuno può dire se il ministro Boschi in quelle immagini sia sincera: il punto è se sia credibile o meno. La comunicazione politica funziona quando la figura ritratta è credibile nella sua azione o nelle parole che sta pronunciando, mentre è percepita come strumentale e manipolatoria quando non è plausibile (immaginiamo Calderoli nella stessa situazione e intuiamo subito cosa significhi non credibile).

Ciò che conta, se non si vuole essere ipocriti, non è una sincerità nelle intenzioni che non ha alcuna rilevanza politica, ma il modo in cui lettore e spettatore possono immedesimarsi nel gesto, intuendo e abbracciando attraverso di essi – per una volta in modo empatico e non solo intellettuale – la posizione progressista e civile del governo su questioni come l’immigrazione, la solidarietà, la tolleranza (parola che indica una questione che non dovrebbe nemmeno esistere, santiddio, e invece richiede un continuo intervento da parte della politica).

E comunque in un paese in cui è in discussione ogni domenica persino il concetto di uguaglianza in base al colore della pelle, vale e serve tutto.

 

Maria Elena Boschi

 

Vacanze a Ibiza: come e soprattutto perché farle

L’idea che ha di Ibiza chi non c’è mai stato è molto simile a quella che altrettanto spesso ha di Rimini: caotica in alta stagione, priva di stimoli in bassa stagione, nazionalpopolare. Vorremmo qui dimostrarvi che se nel caso di Rimini il pregiudizio può anche essere corretto, nel caso di Ibiza sbaglia in due punti su tre.

L’alta stagione a Ibiza o Palma non è certo il genere di vacanza da consigliare a chi ama la tranquillità: in quel caso andrebbe presa in considerazione Formentera. Ma in bassa stagione, quanto a natura e paesaggi, Ibiza è una località molto godibile – forse persino più godibile che in alta.

Clima spesso mite, spiagge deserte – a Ibiza ci sono una quarantina di cale, ciascuna con un paio di spiagge – ma servizi di base comunque disponibili, e qualunque punto dell’isola raggiungibile in un’oretta in automobile, quasi necessaria se si desidera visitare davvero l’isola.

Sulla nazionalpopolarità c’è un equivoco: non so se in agosto l’isola si riempia di lumpenproletariato discotecaro, ma in bassa stagione emerge chiaramente il fatto che Ibiza (nel senso di Eivissa, la città capoluogo, ma anche nel senso di isola) è piuttosto stilosa negli allestimenti, esteticamente curata e ricca di stimoli, se non culturali almeno estetici.

Eivissa ha l’allure chic di una (inserisci qui la tua località turistica chic a scelta) ma a differenza di, per restare nell’esempio iniziale, Riccione, è una città vera, un avamposto mediterraneo dell’impero spagnolo composto di cerchie labirintiche di casette bianche abbaglianti che oggi ospitano microatelier di fashion e design e si snodano attorno alla base di una fortezza – rocca, la chiameremmo in Romagna – difesa da quattro enormi bastioni dai quali si gode una vista circolare spettacolare sulla città, sul porto e sul mare. Un’occhiata alla mappa è sufficiente a comprendere la spettacolarità dell’ambientazione: quella che sfugge nella visione aerea è la bellezza della città alta.

 

eivissa / ibiza

 

Ibiza è un’isola estremamente gradevole, oltre che climaticamente (ad aprile e ottobre magari non si fa il bagno, ma ci si abbronza seriamente) anche dal punto di vista della conformazione e naturalistico. Verdissima, per essere più o meno all’altezza di Sicilia e Grecia, ricoperta di macchia mediterranea alta e piuttosto rigogliosa, circondata da scogliere e coste frastagliate (a me ricorda un incrocio tra il Gargano e per altri versi la Sardegna), piene di calette e panorami gradevolissimi, a partire dal famoso Es Vedrà, enorme sassone piantato in mezzo al mare, la cui vista dalla spiaggia di Cala d’Hort è davvero notevole.

E girare di cala in cala è davvero una delle attività più gratificanti. Posso garantire che noleggiare un’auto (circa 35 euro/giorno) e percorrere l’isola in lungo e in largo sulle strade impeccabilmente asfaltate, con la house leggera di Ibiza Global Radio in sottofondo, lava via gran parte dello stress, dei pensieri e delle preoccupazioni. Fanno il resto del lavoro i ristoranti sulla spiaggia che servono paella, pesce fresco e aioli, e i ristoranti dei paesini che hanno la cucina aperta fino a mezzanotte e mezza (i ritmi e i tempi sono se possibile, ancora più rilassati di quelli spagnoli continentali) e ti accolgono con una varietà di tapas di pesce fresche, o con menu di cucina locale leggermente influenzata dalle tante presenze internazionali che hanno visitato e animato l’isola nel Novecento e prima.

Ma è un’altra la caratteristica dell’isola di cui forse vale più la pena di parlare, quella che resta più impressa, giustifica più il viaggio, e caratterizza più Ibiza rispetto alla maggior parte delle altre mete turistiche del Mediterraneo. Potrei definirla solo come atmosfera (l’inglese ha termini più adatti: feeling, mood, ambience, vibe). Ibiza è un’enclave hippie fin dai tempi in cui vi si rifugiò una comunità piuttosto varia di oppositori alla dittatura franchista, e l’hippismo, nell’aspetto e nelle pratiche, resta presente, concentrato soprattutto in alcune località dell’interno (il mercato di Las Dalias è la più nota) e in altri fenomeni locali, come il bonghismo sulla spiaggia di Benirràs.

Più in generale, la tipica tolleranza della cultura hippie, insieme alla distanza dalla madrepatria e a una natura che favorisce la contemplazione, ha alimentato un modo di vivere rilassato e introspettivo, uno stile di vita che aleggia nell’aria da cui non si può evitare di essere contagiati, e di cui la musica ambient/chillout e la posta del sol, il rito della contemplazione del tramonto, sono le manifestazioni esteriori più visibili. L’impressione che si ha dopo qualche giorno di permanenza è che Ibiza sia soprattutto e prima di tutto un’isola serena, in cui le persone sembrano vivere e convivere, se non in completa armonia, in modo emotivamente e socialmente sostenibile. A Ibiza ho avuto la sensazione che tutti attorno a me se la stessero godendo (la giornata, la vacanza, la vita) quanto me. Non è mica poco, e non posso dire lo stesso di molti posti che abbia visitato.

La mia gallery delle foto di Ibiza (su Google+)

Tre indirizzi di ristoranti a Sant Antoni, soddisfazione garantita:

El Rincon de Pepe, taperia suprema, San Mateo 6, Sant Antoni de Portmany
(Il difficile è smettere di ordinare tapas di pesce)

Es reboost de can prats, cucina locale curata in una casa deliziosa, c/cervantes 4, Sant Antoni de Portmany
(Quei posti dove ti viene voglia di abbracciare i proprietari)

Can Pujol, Calle de Caló, 97, 07610 Sant Josep de la Talaia
(La grigliata di pesce come dovrebbe essere)

 

Classica “posta del sol” sulla costa a sud di Sant Antoni de Portmany

 

 

“L’uomo di vetro è una metafora totalitaria”

Grazie a un post di Stefano (e anche, noto poi, a uno molto precedente di Massimo Mantellini su PI) scopro questa frase di Stefano Rodotà che spiega molto bene come la logica così diffusa del “male non fare, paura non avere“, per quanto a prima vista condivisibile, sia in realtà il grimaldello per una cessione di diritti poco salutare per la nostra società, se non una premessa tipica delle dittature.

Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. L’uomo di vetro è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.

Il contesto del paragrafo è ormai quasi antico (il pezzo era scritto poco dopo l’undici settembre 2001) e le riflessioni a contorno superate dalla realtà: l’11/9 non ha affatto generato il ritorno al sociale e al collettivo, alla solidarietà e al rifiuto del liberismo estremo che sembra annusare Rodotà nel pezzo.

La riflessione diviene ancora più importante dopo un decennio nel quale abbiamo visto il crollo, progettato e inarrestabile, di qualunque scudo a difesa dei dati sensibili e delle conversazioni private. L’argomentazione di Mark Zuckerberg ed Eric Schmidt di Google sulla morte della privacy nasconde sì interessi economici enormi, ma anche politici, di cui Facebook e Google si fanno portatori – che questo avvenga obtorto collo a causa del Patriot Act, oppure con un malcelato entusiasmo.

Il cittadino che accetta il controllo dello Stato in tutte le proprie manifestazioni, anche le più private e intime, senza peraltro ottenere lo stesso in cambio, è il cittadino perfetto del Mondo Nuovo di Huxley e Orwell: pronto ad annullare la propria specificità umana – compresa la soggettività etica –  in favore del Grande Database Globale, attraverso cui le autorità di tutto il mondo (stati canaglia inclusi, che poi vai a distinguere con precisione quali lo sono, e rispetto a chi) possano istituire un perenne processo di indagine su ciascuno di noi, giudicarci in base agli elementi racconti, magari anche prima che i reati di cui siamo sospettati siano effettivamente compiuti (vedi qui e qui). E’ il brodo di coltura perfetto per la Stasi e il KGB: una posizione sulle modalità di recupero e gestione delle informazioni su cui il governo degli Stati Uniti si dimostra del tutto antiliberale, anzi quasi perfettamente stalinista.

A pensare di non avere “niente da nascondere” si compie un grave atto d’ingenuità. Se improvvisamente tutta la nostra casella di mail, i contenuti delle nostre telefonate, i dettagli di tutti i nostri comportamenti passati fossero ricercabili al governo saremmo sereni? E se lo fossero ai nostri datori di lavoro? E, una volta accettato il principio, chi decide dove mettere il paletto? E dove sarà quel paletto tra 5, 10, 25 anni?

Ricorda Stefano (che passa poi a parlare di competizione e architetture dei sistemi):

Le distribuzioni statistiche in natura non sono uniformi; per ogni fenomeno c’è chi sta al di fuori della “normalità” e la mancanza di privacy può trasformarsi in esclusione, discriminazione o peggio. L’argomento di Schmidt è capzioso perché sottintende una “normalità” mentre la tutela e’ proprio per chi “normale” non lo è  (per fato o scelta).

Siamo tutti diversi: ciò che rappresenta un dato sensibile per uno non lo è per un altro, ciò che non causa problemi a qualcuno mette in seri casini qualcun altro. Esiste un serio rischio di discriminazione, anche illecita, in base a dati che mi riguardano. Se mi rifiutano un lavoro perché hanno scoperto che sono omosessuale, o incinta, non mi è di grande conforto il fatto che abbiano compiuto un’azione illegale: il lavoro l’ho perso comunque.

Inoltre, le cose cambiano: una volta che i dati sono stati raccolti restano disponibili per sempre a chiunque, anche a un eventuale governo che seguisse e fosse meno o per nulla democratico: ne sanno qualcosa in Tunisia e in Egitto. Storicamente non è poi così saggio dare per scontata la democrazia. Come per lo sdoganamento dell’uso di droni di Obama (immaginiamo cosa potrebbe fare oggi con i droni un’amministrazione Palin), il superamento dei limiti etici è quasi sempre un vaso di Pandora.

Inoltre, esiste il rischio di errore: chi mi garantisce che non ci sarà un bug (c’è quasi sempre, un bug) a causa del quale i miei dati non saranno diffusi? Quale rete è sicura al 100% ?
Ancora di più: chi mi tutela da un’interpretazione errata dei dati, da uno scambio di codice tra le mie intercettazioni e quelle di un camorrista? Le tecnologie possono sbagliare, sbagliano continuamente, e spesso non contemplano la possibilità di risalire all’errore. Come ci sentiamo ad affidare la nostra libertà a un computer?

 

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