Citizen Bezos

tra le ipotesi che ho visto fare sulla ragione per cui il Lord dei New Media Jeff Bezos abbia acquistato la cosa che sembra più lontana dalla sua Amazon, cioè il quotidiano (wtf) cartaceo (WTFF) Washington Post, l’ipotesi che sembra più convincente è che l’abbia fatto per la distribuzione.

il ragionamento parte dal punto di vista – ragionevole, persino ovvio – “cosa ha il Post che serve a Amazon”? una rete di distribuzione capillare, punti vendita sul territorio, e un mercato di subscriber acquisiti che può essere tranquillamente servito e commercialmente sfruttato da Amazon. però potremmo provare, per puro esercizio, a ribaltare il ragionamento: cosa ha Amazon che serve al Post?

la risposta è, curiosamente, la stessa: la distribuzione. anche Amazon ha una rete di distribuzione capillare, e ha anche un’audience, ben più grande di quella del Post, già acquisita, che paga per leggere e sicuramente non ha nulla in contrario a leggere gratuitamente (che il modello di business della vendita delle copie sia defunto Bezos lo sa da un bel po’).

e allora cosa succederebbe se a ogni pacco Amazon spedito ogni giorno negli States (anzi, nei paesi di lingua inglese) contenesse una copia del Washington Post (ovviamente alleggerito nei costi di produzione, riorganizzato per ottenere il massimo dall’interazione tra digitale e cartaceo?), e se ogni iscritto a Amazon ricevesse quotidianamente il WP digitale? di quanto salirebbe il numero di lettori, e quindi la raccolta pubblicitaria?

nonostante tutto, un quotidiano resta comunque una macchina per vendere pubblicità, e più persone leggono quel quotidiano più pubblicità si vende. la circolazione di Amazon e le sinergie tra i due soggetti permetterebbero al WP alleggerito di sopravvivere? persino di fruttare?

ma facciamo anche un altro esercizio di speculazione: come sappiamo bene in Italia, un quotidiano può essere una straordinaria macchina da propaganda anche se in perdita. e Bezos è una persona molto ambiziosa.

 

MBDCIKA EC019

industrializzazione, automobilizzazione e internettizzazione hanno danneggiato la nostra empatia

il passaggio da paese rurale a industriale avvenuto nella prima metà del 900 ha causato una forte mobilità sociale, che insieme ad altri fattori ha determinato la fine della famiglia estesa tradizionale – un nucleo sociale collettivo che comprendeva un ampio numero di parenti – e la diffusione della famiglia nucleare, con genitori e figli che vivono lontano dal gruppo famigliare esteso che caratterizzava la famiglia rurale. l’effetto è stato quello di ridurre i contatti con persone e nuclei sociali diversi, quindi le capacità empatiche dell’individuo. l’avvento della TV come media di intrattenimento di massa ha ulteriormente ridotto l’esposizione fisica della famiglia nucleare all’altro da sé.

la diffusione dell’automobile ha determinato un ulteriore isolamento della persona: allontanatosi dalla famiglia estesa, ora il lavoratore si isola anche dalla società nel quotidiano, riducendo sempre più i rapporti casuali con persone diverse. a causa dell’isolamento fisico all’interno del veicolo, le interazioni tra automobilisti, ciclisti e pedoni sono ridotte al minimo livello di comunicazione possibile: occhiate, gesti, parole non udibili, rivolte più a esprimere le proprie emozioni a sé stessi che a comunicare con l’altro.

la riduzione dei contatti quotidiani con persone non appartenenti alla famiglia ristretta ha avuto l’effetto di ridurre la capacità di confrontarsi col diverso da sé: come la famiglia nucleare riduce la capacità di empatia dell’individuo, l’automobilista, isolato nel suo abitacolo, perde la capacità di interagire in modo culturalmente produttivo con gli altri perché non deve confrontarsi quotidianamente con persone appartenenti a culture diverse, come accadeva quando camminavamo o usavamo i mezzi pubblici.

l’automobile funziona come un media che filtra la comunicazione, impoverendola. ha poca banda emotiva, consente solo un linguaggio povero e basico, impedisce lo scambio e la comprensione.

internet, pur avendo potenzialmente una banda di modalità espressive più ampia, sembra avere un effetto simile: riduce le capacità empatiche delle persone, che faticano a mettersi nei panni dell’altro e spesso riducono lo scambio a conflitto. l’impossibilità di vedere la persona davanti a sé sembra disumanizzarci nel contesto del dibattito online, nel senso di diminuire la nostra capacità di considerare l’interlocutore come un essere umano con gli stessi diritti, le stesse imperfezioni e le stesse fragilità che esibiamo noi, e delle quali non riusciamo a essere consapevoli. questa non è necessariamente una caratteristica del media, ma un effetto dovuto alla nostra immaturità nell’usarlo.

 

l’isolamento geografico della famiglia nucleare, quello spaziale dell’automobile, quello visivo della Rete ci hanno gradualmente disabituato all’empatia e ad alcune delle più basilari regole di rispetto sociale. in automobile gridiamo parole che ci guarderemmo bene dal pronunciare se stessimo passeggiando, su Internet scriviamo cose che non potremmo mai dire di persona allo stesso interlocutore.

bisogna reimparare il rispetto, la considerazione dell’interlocutore, la capacità di rivolgersi agli altri come persone e non come oggetti. bisogna reimparare l’empatia, e per farlo è necessario un sforzo continuo di consapevolezza di chi abbiamo davanti, dei suoi diritti e del suo essere un nostro pari, meritevole dello stesso rispetto che esigiamo da lui. bisogna reimparare a non considerarsi al centro dell’universo.

 

foto di ElenahNeshcuet da flickr

perché voterò Vendola (e come ciò non sorprenderà nessuno)

ho smesso da lungo tempo di illudermi che in una democrazia rappresentativa il mio voto possa cambiare le cose. peraltro non vorrei nemmeno che IL MIO voto cambiasse le cose: desiderarlo è l’opposto della democrazia. ho però anche smesso di illudermi che il voto della maggioranza possa fare qualcosa di più che sostituire lo schieramento al potere con un altro schieramento che si comporti in modo simile sui temi che mi stanno a cuore.

mi sembra che le democrazie moderne assomiglino sempre più a una sorta di dittatura della maggioranza mediata da una casta di sacerdoti. e la maggioranza presa nel suo insieme è cattolica, mediocre e di centro (in Italia, probabilmente di destra). facile comprendere come non mi piaccia molto questo paese, e come alla fine dei conti non mi piaccia nemmeno più di tanto la democrazia rappresentativa.

il principio con cui vado a votare adesso, consumato l’ingenuo ottimismo della gioventù, è uno solo ed è del tutto strumentale: far avanzare il più possibile le istanze che mi premono.

non ho altri criteri: non mi interessa votare in modo da favorire le massime probabilità di vittoria al “mio schieramento”. votare per probabilità di vittoria è tapparsi il naso, deludere sé stessi e accettare di vivere in uno stato di emergenza per tutta la vita.

non credo nell’uomo del destino (ha fatto più danni della carestia), non credo nel populista rivoluzionario (di solito ha un secondo fine, che di solito è sé stesso), non credo nello sparigliatore di carte (di solito la situazione post-sparigliamento mi piace ancora meno di prima), né nel riformista ecumenico e moderno che prende voti da tutti (farà una politica centrista, senza ideali e in servizio della maggioranza, che è appunto cattolica, mediocre, di destra).

l’unico criterio che mi resta valido, quindi, è il puro opportunismo in salsa idealistica: quale dei candidati più probabilmente cercherà di portare avanti le istanze che mi premono? votando chi è più probabile che finiscano sul tavolo le questioni che mi interessano veramente?

quindi stavolta per me è facile, considerando quello che mi preme: difesa dell’ambiente e riconversione dell’economia, dell’agricoltura e della mobilità in ottica sostenibile, rifiuto totale, assoluto e definitivo del nucleare, diritti delle coppie same-sex adozione inclusa, guerra totale globale termonucleare contro l’evasione e la speculazione finanziaria, tobin tax e patrimoniale sui grandi capitali, riduzione dell’orario di lavoro per lavorare tutti e meglio, investimento sulla cultura e sul valore della scuola laica e statale, intervento statale in difesa della neutralità sulle infrastrutture strategiche (Internet, telefonia, ferrovie), risoluzione del conflitto tra impresa e lavoro su un tavolo istituzionale di pari diritti e doveri, una politica estera che metta al primo posto la pace superando le ragioni di Stato, solidarietà alla cooperazione internazionale, ai movimenti civili, alle ONG, ricorso sempre e comunque all’azione diplomatica come risoluzione dei conflitti, al rispetto delle risoluzioni dell’ONU, fine dell’ipocrisia sulle droghe, un approccio animalista ai rapporti tra uomo e altre specie (su questo punto Isotta ha fatto BAU).
e molto altro, ma non voglio menarla più di tanto.

io posso solo votare qualcuno che posso sperare voglia distanziarsi il più possibile dal soffocante abbraccio della Chiesa Cattolica® e dei poteri economici, finanziari e industriali, che abbia dimostrato di saper e voler lavorare sull’ambiente, che abbia o almeno sostenga di avere l’immaginazione visionaria per provare nuove forme di solidarietà sociale, di economia sostenibile, di valorizzazione del ruolo della donna nella società e al potere.

ovviamente, senza pensare di sorprendere qualcuno, e senza entusiasmi o ingenue adesioni incondizionate, quella persona è sicuramente Nichi Vendola. poi sono pronto a essere deluso per l’ennesima volta in vita mia, ma almeno saprò di averci provato.

questo ragionamento potrà sembrare cinico, egoista e disincantato, e invece no, perché il succo è: se si vuole un mondo migliore bisogna essere disposti a lavorare – in questo caso a votare – per un mondo migliore. votare per un mondo un pochino meno peggio non è abbastanza. e questo lo sa bene chi ha scelto di votare l’outsider Pisapia alle primarie di Milano.

 

 

 

it’s the question, stupid

davanti a un problema, l’approccio più naturale per il cittadino della società moderna è quello di andare a cercare una risposta e/o una soluzione. è talmente ovvio che persino scriverlo sembra imbecille. viviamo in una cultura pragmatica, che ha fatto dell’approccio scientifico una sorta di religione, e finché il problema è del tipo che ci si presenta nella maggior parte dei casi – scegliere un ristorante o chiedere indicazioni stradali – fin qui tutto bene.

però trovare una soluzione alla maggior parte dei problemi, quelli veri, quelli che contano veramente e riguardano la nostra percezione di noi stessi rispetto al mondo che c’è fuori, non è altrettanto facile, meccanico, intuitivo. se stiamo male, istintivamente scegliamo l’approccio a cui siamo abituati: cerchiamo qualcuno che ci dica cosa fare. un medico, un prete, un amico, uno sport; sono entità molto diverse tra loro, ma spesso assumono lo stesso ruolo nelle nostre vite: li scegliamo per avere una risposta, spesso perché speriamo sappiano la risposta che vogliamo avere, spesso addirittura per smettere di pensare alla domanda.

in adolescenza, età in cui il genere di problemi di cui sto parlando è particolarmente frequente e intenso, ci appoggiamo a un’industria culturale che sembra avere delle risposte pronte e valide per tutti. l’oroscopo, la musica, la letteratura dannata che ci fanno sentire così compresi e non soli, sembrano dare risposte facili e comprensibili.

ma non esiste nulla o nessuno che possa dare risposte facili e comprensibili ai nostri problemi, perché nessuno le ha. nessuno ha nemmeno gli stessi problemi, come può avere le soluzioni? quello che serve quando stai male e hai un problema non sono risposte generiche e applicabili a tutti, non è il manualetto di autoaiuto, non è la religione, che traslando il tuo malessere su un piano universale lo annulla e gli toglie qualunque identità, e nemmeno la letteratura, che fa più o meno lo stesso: quello che serve non è cercare le risposte ma le domande. citando douglas adams, la soluzione non è 42, ma la domanda a cui la risposta è 42.

per esempio non ci chiediamo quasi mai perché abbiamo fatto una certa cosa. e se ce lo chiediamo non consideriamo mai spiegazioni alternative alla prima che ci viene in mente, e di solito ci rassicura e conferma nella nostra visione di noi stessi. non siamo culturalmente, o forse persino geneticamente progettati per considerare motivazioni alternative alle nostre scelte che non siano la prima che ci viene in mente (che in genere conferma l’immagine che abbiamo di noi stessi), che vadano in conflitto con come ci vediamo, o ancora meglio, con come vogliamo che gli altri ci vedano.

è per questo che la psicoanalisi funziona meglio della religione o di qualunque altro sistema, per avere delle risposte (e non solo delle soluzioni). risposte non te ne dà, perché nessuno te ne può dare, ma ti costringe a farti un sacco di domande: quelle che non hai voglia di farti, quelle da cui stai fuggendo attraverso la ricerca di risposte. è curioso che l’immagine dell’analista nella concezione di chi non ha mai fatto analisi sia quella del medico o del prete: immaginiamo di sederci, che il tipo sulla poltrona ci chieda che cos’abbiamo, quindi faccia una diagnosi professionale con parole complicate (la psicoanalisi ne ha un sacco, ma non te le dice mai perché, a differenza della medicina, non fa una correlazione diretta tra diagnosi e cura). poi immaginiamo che ci dia la cura, il tipo di cura a cui ci hanno abituati il medico e il prete: le benzodiazepine o venti ave maria due volte al giorno.

l’analista invece ti guarda strano e ti fa delle domande che non capisci, a cui non hai risposte (per forza: sei lì per quello) e che ti mettono a disagio e ti fanno sentire stupido e molto poco a contatto con te stesso. a volte tace, a volte fa digressioni WTF, a volte sembra non avere idea di cosa ti passi per la testa, e sembra così perché è così: non ha idea di cosa ti passi per la testa. né lui, né il medico, né l’amico, né il parroco. e come potrebbero?

però a differenza degli altri tre, l’analista ha un metodo che ha visto un tasso di successo probabilmente superiore a quello degli altri tre soggetti messi assieme: ti mette sulla sua sedia e ti costringe a interrogare te stesso con le domande che contano, quelle che non vuoi sentirti fare. perché la risposta non sono le risposte, “la” risposta forse non c’è neanche, e sicuramente non ce l’ha nessun altro al di fuori di te.

tutto questo sembra uno spottone per la psicoanalisi ma non lo è: il punto è che nemmeno “andare in analisi” è una soluzione di per sé. il punto è che se non riesci a farti le domande che non ti vuoi fare, ad accettare che esistono e che sono l’unica strada per affrontare il problema, se non cerchi di capire quali sono, qualunque struttura politica, religiosa, scientifica, artistica o sportiva trovi a cui appoggiarti non sarà mai la soluzione, ma solo un modo di evitare il problema.

o, detto in modo più elegante da un qualche monaco buddista anonimo e probabilmente apocrifo: Se la risposta non è dentro di te, dove la cercherai?

 

 

 

 

 

 

cose che ho imparato nella prima metà del 2012

quando un governo dice “il peggio è passato”, probabilmente è il momento di rannicchiarsi con le spalle al muro e le mani sulla testa.

la speculazione finanzaria internazionale è come lo squalo. non può mai smettere di nuotare e ha come imperativo genetico una sola cosa: nutrirsi.

il sistema finanziario costruito dalle istituzioni globali è talmente autolesionista, iniquo e grottesco che sembra uscito dalla Guida galattica degli autostoppisti. lo stesso vale per la maggior parte delle istituzioni di cui sopra.

la prima classificazione sismica completa dell’Italia è stata fatta tra il 2003 e il 2006 e si basa sui dati statistici di una cinquantina d’anni di rilevamenti. il che la rende più attendibile dell’oroscopo, ma non di tantissimo.

i media non solo possono cambiare il mondo, ma modellano le società e le vite di tutti noi in modo molto più profondo e pervasivo di quanto pensiamo.

probabilmente abbiamo sottovalutato i rischi e gli effetti negativi a lungo termine della comunicazione interpersonale mediata da Internet.

il bosone di Higgs esiste ma non è una particella, e tanto meno ha a che fare con dio. forse è un campo, forse no, insomma nessuno sa cosa sia veramente, nemmeno Higgs. la fisica funziona più o meno sempre così: tira a indovinare che una cosa esista, poi quando la trova ci mette 30 anni a spiegarsela, poi arriva qualcosa che la nega di nuovo e deve rimettere in discussione tutto. dev’essere molto frustrante o molto divertente, o entrambe.

sarebbe bene cominciare a coltivare patate in giardino.

i cani sono quasi tutti creature spettacolari.

fotografare le persone dev’essere uno dei mestieri più belli del mondo.

nonostante abbiamo a disposizione tecnologie che solo vent’anni fa non saremmo nemmeno riusciti a sognare, le impieghiamo principalmente per aumentare la capacità di consumo di un decimo della popolazione mondiale. la malnutrizione si è dimezzata dal 1970 al 2005, ma è rimasta pressoché invariata dal 2005 a oggi. volendo, avremmo potuto quasi azzerarla. le persone che soffrono di sotto o malnutrizione sono un miliardo: una su sette.

considerare ambiente e lavoro come alternative mutualmente esclusive ha fatto parte della logica della politica industriale e edilizia del ventesimo secolo, con la complicità delle sinistre e dei sindacati. oggi abbiamo la conferma che non solo è eticamente aberrante, ma è economicamente fallimentare.

potremmo presto renderci conto che il dogma della crescita infinita e della piena occupazione a 40 ore settimanali è una logica di riduzione del danno che a lungo termine non fa nulla per risolvere la dipendenza.

il 22 agosto abbiamo finito di consumare tutte le riserve e le materie prime a disposizione della specie umana per il 2012. dal 23 agosto stiamo andando a credito sugli anni futuri.

tutti vogliamo qualcosa dagli altri, anche se crediamo di no. l’egocentrismo è una caratteristica naturale ed è il motore della vita sociale. nelle persone e nelle relazioni sane è un impulso che può fare grandi cose.

quello che resta emotivamente alla fine di una relazione matura e equilibrata sono due estremi: uno, negativo, di quello che avresti potuto fare per renderla migliore, per farla funzionare meglio, per compensarne gli squilibri. l’altro, positivo, su quello di bello che ti resta, sui viaggi, sulle esperienze fatte insieme all’altra persona, sull’affetto che continua a esistere e non è scalfito dalla fine della relazione. fortunatamente il secondo è molto più confortante e molto più forte del primo. tutto il resto conta molto poco.

la psicoterapia è un regalo che ciascuno dovrebbe potersi fare: dovrebbe essere fornita a costi accessibili a tutti dallo Stato, come l’istruzione.

i teenager di oggi hanno musica più figa e divertente di quella che avevo a disposizione io.

la privacy sarà il tema socialmente più scottante dei prossimi anni.

noi non siamo i nostri genitori: non siamo destinati a compiere gli stessi errori e tantomeno tenuti a fare le stesse scelte.

non sta scritto da nessuna parte che si viene al mondo per essere felici.

 

Gli altri come “oggetti di sé”: il narcisismo e i suoi effetti sulle relazioni interpersonali

Leggendo Alone Together di Sherry Turkle mi sono imbattuto nella citazione di uno psicoanalista viennese di nome Heinz Kohut, fondatore della “Psicologia del Sé“, che ha fatto studi sul narcisismo, in particolare come il narcisista vive le relazioni in modo strumentale. E’ parecchio interessante, forse utile per alimentare la consapevolezza di come usiamo gli altri e come le relazioni ci aiutano (o meno) a venire a patti con le contraddizioni del narcisismo.

Wikipedia definisce il narcisismo come un disturbo della personalità e, in termini generali, l’amore che una persona prova per la propria immagine e per se stesso.

Senza voler affrontare Kohut nella sua complessità, ci sono alcuni elementi che trovo interessanti, e per capirmi meglio ho fatto qualche ricerca. In The Moral Self, Pauline Chazan traccia un parallelo tra Aristotele e Kohut per delineare le dinamiche entro le quali la percezione di sé influisce sulle modalità con cui ci costruiamo una morale rispetto agli altri.

Semplificando molto, per Aristotele è necessario amare sé stessi per poter amare gli altri, l’amore per sé è solidamente fondato nella sfera dell’etica: solo se una persona si ama sarà in grado di relazionarsi con gli altri in modo virtuoso. Il narcisismo come amore e rispetto di sé ci fa ragionare per dinamiche virtuose nei nostri confronti, e – che sia per forma mentis o per scelta etica – applicare le stesse dinamiche alle relazioni con gli altri. L’amore per sé è una forza che ci consente di avere relazioni con gli altri equilibrate, soddisfacenti e basate sull’etica.

Allora perchè il narcisismo è considerato una patologia? Secondo la psicologia del sé il narcisismo è una questione più complessa del semplice amare sé stessi. Il narcisismo è amore di sé che non si verifica nel contesto di una personalità equilibrata, ma è spesso la messa in atto di un conflitto interiore, della perdita di equilibrio tra il bisogno di amarsi e l’impossibilità a farlo, dovuta alla difficoltà di venire a patti con la propria immagine di sé.

Si manifesta come un conflitto altalenante tra il desiderio di celebrare il proprio amore di sé e la perdita di autostima dovuta alla percezione distorta di alcune caratteristiche di sé stessi, che siano caratteriali o fisiche. Il narcisista si trova quindi intrappolato in un conflitto in cui ha bisogno di riempire il vuoto che si forma tra la scarsa autostima dovuta ai difetti percepiti e il bisogno di avere un’alta immagine di sé, e lo fa cercando conferme nelle relazioni con gli altri.

Kohut conia il termine selfobject (“oggetto di sé”) per definire il modo in cui il narcisista usa gli altri nel contesto delle relazioni interpersonali, per rafforzare la propria immagine rispetto alle qualità su cui si sente deficitario. Cerchiamo persone che possano rassicurarci, lodarci, gratificarci proprio sui punti su cui ci sentiamo più deficitari.

Questo elemento è presente in qualche misura in molte relazioni: in quelle più sane è reciproco e non ha effetti negativi ma anzi positivi sull’immagine di sé dei due partecipanti. Dall’amicizia all’amore, il rafforzamento reciproco dell’autostima è un elemento centrale della vita relazionale. Ma se l’approccio agli altri è puramente strumentale, come nel caso del narcisismo patologico, finiamo per andare in cerca, se non costruire, relazioni che possono facilmente dimostrarsi disfunzionali, nella misura in cui non si tratta di relazioni complete e simmetriche, ma che servono esclusivamente a uno dei due elementi della coppia per rafforzarsi su alcuni aspetti specifici.

 

Echo and Narcissus by John William Waterhouse, 1903

Perché continuiamo e continueremo a non capire il successo del Movimento 5 Stelle

La prima reazione dei partiti all’avvento del Movimento 5 Stelle è stata l’indifferenza, che ha lasciato posto allo scherno, che ha lasciato posto allo sdegno, che ha lasciato posto all’incredulità, che ora lascia posto al tentativo di imitazione.

Le ragioni per cui i partiti non hanno capito e continuano a non capire il successo di 5 Stelle sono diverse, ma alla base sta la concezione, marchiata a fuoco sul cranio delle nuove leve in quelle fabbriche di candidati che sono i partiti italiani, secondo cui la Politica si fa in un solo e unico modo: dentro alle istituzioni, in un parlamentarismo rivolto all’interno. Confrontandosi con i movimenti civili solo (e forse) a decisioni prese, confrontandosi (?) con i propri elettori solo in occasione delle campagne elettorali.

E sono 60 anni di campagne elettorali quasi continue, in cui i politici italiani hanno interiorizzato una forma di comunicazione che è stata di marketing e non politica, nel senso di dibattito e confronto continuo con la propria base elettorale. La comunicazione di quasi tutti i politici italiani con il proprio elettorato avviene per veline, comunicati stampa vaghi e stilati per compiacere il più possibile la maggior parte possibile del proprio elettorato senza affrontare quasi mai i temi da punto di vista progettuale, del dibattito, dell’apertura al dialogo prima che siano prese le decisioni, e non solo dopo.

Magari anche quella di Grillo, eh? Ma il Movimento 5 stelle ha un vantaggio, anzi due: ha un programma stilato in modo semplice e diretto, con dei punti chiari e comprensibili, ed è percepito come il Nuovo.

E’ chiaro che, con l’abitudine radicata al velinismo di partito, il linguaggio e i temi di Beppe Grillo sembrano provenire dalla luna. E le critiche che i partiti fanno a Grillo per quanto riguarda i suoi toni, il populismo, la faciloneria, la semplificazione e la superficialità con cui tratta pubblicamente certi temi sono sensate e comprensibili. Grillo si comporta pubblicamente in modo aggressivo, semplificatorio al limite della macchietta. Ma questo non significa che il Movimento 5 Stelle sia l’immagine pubblica di Grillo.

Beppe Grillo non è che avesse scelta: sapeva benissimo che parlando in modo pacato, ragionevole, strutturato e razionale non aveva la minima possibilità di ottenere la visibilità necessaria a lanciare un movimento. Da una parte perché con messaggi semplici e estremi è più facile attirare l’attenzione di un elettorato stremato da 60 anni di comizi elettorali apparentemente indistinguibili uno dall’altro, ma soprattutto perché i media non gli avrebbero dato 5 minuti di attenzione se non si fosse espresso in modo clamoroso, se non avesse cominciato ad aggregare consenso rapidamente nell’unico modo in cui è possibile farlo. Che possiamo anche chiamare facile populismo, se ci fa sentire meglio.

Ma pensiamo veramente che creda letteralmente, in tutte le sparate che fa, e che tutti quelli che lo seguono siano abbagliati dalla figura del Messia? A me pare probabile che quasi nessuno, all’interno del suo movimento, ami veramente l’estremismo verbale di Beppe Grillo, che è necessario quanto probabilmente scomodo per molti. Ma Grillo non è il Movimento 5 Stelle: probabilmente Grillo non è neanche Grillo. Beppe Grillo ha dovuto mettersi su un piano dialettico necessariamente estremo, semplificatorio, dirompente. Che poi gli riesca bene e ci si diverta anche non c’è dubbio.

Ma mettiamo pure che lui sia davvero così: è veramente questo il punto? Accusarlo di essere un capopolo accentratore e messianico, disinteressarsi di tutto il resto del movimento – di cui lui è solo la figura simbolica – e esorcizzarlo definendolo antipolitica, è davvero il piano su cui vogliamo metterci? Agitare lo spettro dell’uomo forte desideroso di potere assoluto è davvero uno spauracchio che vogliamo agitare, senza sentirci ridicoli?

E i partiti vogliono davvero continuare a ignorare il fatto che su molti punti il movimento 5 Stelle ha un programma che oggi è molto più vicino ai desideri della maggior parte dell’elettorato di quello di qualunque altro partito, e disprezzare l’elettorato – anche quella parte rilevante del proprio – che desidera seguirlo? E fino a quando? It’s the issues, stupid.

Io non credo che il movimento 5 Stelle avrà mai un risultato che gli consentirà di formare un governo o persino di influire su una coalizione, ma mi pare evidente che in Italia c’è un problema: sul piano della progettualità, della capacità di avere e praticare idee nuove e dirompenti – consentitemi, rivoluzionarie – in un momento in cui è un bisogno vitale per il paese, la macchina della politica italiana si è inceppata da anni. E sul piano della comunicazione con il proprio elettorato forse ha già superato il punto di non ritorno. Qualunque cosa accada che abbia anche solo la minima speranza dare una spallata che ci faccia uscire da questa impasse è meglio dello stallo e della lenta spirale in caduta libera che è la rappresentanza politica in Italia in questo momento.

Ma una vittoria il Movimento 5 Stelle la otterrà: non sarà la perdita della maggioranza parlamentare per i partiti tradizionali, ma la definitiva perdita di fiducia dei loro elettori.

 

Edit: una questione importante che avevo dimenticato nella prima stesura. Le generazioni più giovani non ragionano più in termini  di destra e sinistra. Che piaccia o meno (e a me sicuramente non piace) è così. Quindi la questione se 5 Stelle sia di destra o di sinistra può avere senso ma è irrilevante all’atto pratico. Sempre più in futuro si dovrà ragionare sul merito delle singole istanze, indipendentemente dalla loro (e dalla propria) appartenenza o identità o coerenza ideologica. Continuare a ragionare in questi termini significa allontanarsi sempre più dall’elettorato di domani.

 

alone together di sherry turkle: i social media ci rendono davvero “soli”?

è uscito (anche in italiano) il nuovo saggio di Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, in cui la ricercatrice di scienze sociali che è stata tra le prima a studiare le community e la socialità online traccia il ritratto di una società assorbita dallo strumento (cellulare, tablet) come soluzione ai propri bisogni di socialità. non l’ho ancora letto ma mi pare di capire che la tesi sia che stiamo rinunciando alla conversazione umana in favore della velocità e dell’ipersemplicità delle relazioni digitali, il che ci consente di riempire spazi “vuoti” e ci costringe a delegare le interazioni umane al digitale.

al di là dell’indiscussa competenza della Turkle, che non è in discussione, leggendo le sintesi che ne fanno i magazine (quindi, molta prudenza) il sospetto è quello di una tesi parziale, che tiene conto degli svantaggi ma sembra meno attenta al lato consapevole e ai vantaggi di questo utilizzo della tecnologia.

perché nulla ci dimostra che si tratti di una scelta subìta e non cercata. è indubbio che, se parliamo di relazioni e conversazioni, il web sia molto più ricco di possibilità e opportunità di qualunque piazza. poi è vero che a volte (spesso) queste conversazioni sono necessariamente semplificate, sintetizzate, ridotte ai minimi termini, e questo per la complessità dei ragionamenti – come per l’utilizzo della lingua – è un limite. ma davvero non è una scelta, accettare questo limite in favore della varietà umana, di reazioni e di idee, molto maggiore e più selezionata a cui ci consentono di accedere in social media? parafrasando (e ribaltando) Guzzanti: sconosciuto per strada, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?

mi sembra – è una convizione diffusa che mi lascia sempre perplesso – che la preoccupazione per l’auto-isolamento reso necessario dall’utilizzo di interfacce totalizzanti, e soprattutto la denuncia della perdita delle interazioni umane casuali sia vista come un processo disumanizzante di cui siamo vittime, mentre sono abbastanza convinto che sia una scelta almeno in parte consapevole: l’accettazione di piccoli svantaggi per potere ottenere grandi vantaggi.

poi è vero che l’assorbimento totale della nostra attenzione da parte dei cellulari ci impedisce, o rende più difficile, vivere la città, osservarla, studiare le persone. stiamo un po’ perdendo la curiosità e l’allenamento a osservare il genere umano in azione (sempre che li si abbia mai avuti). e così la capacità di osservare la complessità di relazioni e rapporti di potere che si sviluppano continuamente, in modo fluido, al livello stradale delle attività umane. ma siamo certi che sia una limitazione del tutto subìta? siamo certi che prima lo facessimo, invece di essere assorbiti non da un cellulare ma dai nostri pensieri? e dedicarsi in solitudine ai propri pensieri ha davvero, in senso assoluto, maggior valore che condividerli con gli altri e ottenerne una conversazione?

 

 foto: Das Fotoimaginarium

 

fare i democratici col culo degli altri

la classe politica non ha esitato a celebrare il fatto che l’avvento di un media disruptive (che significa rivoluzionario, non distruttivo) come Internet abbia radicalmente mutato i rapporti tra potere e popolazione nei paesi in via di sviluppo, i cui popoli chiedono maggiore partecipazione ai processi della politica e maggiore responsabilità dei governanti nel prendere decisioni in trasparenza e negoziarle con una popolazione resa più unita e organizzata dalla forza del Network.

la nostra società vede positivamente il fatto che la Rete ci consenta maggiore partecipazione, più forza e capacità di pressione nell’orientare l’offerta di mercato delle aziende e le scelte delle istituzioni e dei fornitori di servizi.

troviamo positivo il fatto che l’avvento di Internet abbia mutato i rapporti di potere nel panorama dei media, portando maggiore trasparenza da parte degli editori, maggiore impegno e responsabilità da parte dei giornalisti, maggiori opportunità di partecipazione ai lettori e agli spettatori.

quindi perché, in un paese in cui il voto è virtualmente svuotato non solo della possibilità di partecipare alle decisioni, ma persino di ogni rappresentanza, facciamo così fatica ad accettare che l’avvento di Internet possa mutare i rapporti tra potere e cittadinanza ANCHE in una democrazia come la nostra, che come tutti i sistemi politici non possiamo non considerare sempre migliorabile? perché siamo convinti che il nostro sistema democratico rappresentativo così come è oggi debba essere immutabile, non possa essere migliorato attraverso nuove modalità partecipative, così come è sta accadendo ad altri sistemi, politici e non?

perché facciamo – non solo la nostra classe politica, ma anche noi come elettori – tanta fatica a immaginare la possibilità che un nuovo contratto sociale, basato sul dialogo e la negoziazione continua tra le amministrazioni locali e nazionali, la società civile, le comunità locali rese più unite e organizzate dalla forza del Network, consenta al nostro sistema elettorale, superato, ormai quasi feudale, di acquisire maggiore trasparenza e maggiore partecipazione alle scelte della politica da parte degli elettori? cosa ci fa pensare di avere un sistema perfetto? e non abbiamo già verificato che non lo è affatto? quali altre dimostrazioni servono?

perché la classe politica non capisce che quello che conta non sono le parole, le facce o le singole istanze portate avanti da quei movimenti, ma il fatto che rappresentano una richiesta di cambiamento concreto (anche verso direzioni piuttosto chiare) e non capisce che la sua stessa sopravvivenza dipende dal saper dare risposte a bisogni di trasparenza e partecipazione crescenti, maggioritari, resi sempre più potenti dai new media? come può pensare di esorcizzarli chiamandoli antipolitica?

perché il cambiamento in direzione della partecipazione, della possibilità di incidere di persona, è benvenuto nel mercato, nel panorama dei media, nelle altre nazioni, ma non quando viene richiesto dalla nostra società? perché assumiamo improvvisamente un atteggiamento reazionario di rigidità e rifiuto rispetto all’emersione di movimenti che, pur con metodi discutibili o poco ortodossi, chiedono quello che ogni cittadino, ognuno di noi in fondo desidera: una democrazia più vera, più partecipativa, con meno spazi per un sistema di delega in bianco che lascia l’elettore svuotato di ogni possibilità di cambiare le cose, di esprimere in prima persona le proprie opinioni, obiezioni, soluzioni?

insomma, perché quando emergono movimenti che chiedono un sistema di rappresentanza più moderno, partecipativo, trasparente e rappresentativo, siamo proprio noi i primi ad avere un rifiuto a priori, così antistorico, antimodernista, destinato a fallire?
qual è il tabù che è stato toccato? cosa sentiamo messo in pericolo?

 

la vittoria di breivik

c’è una cosa che mi colpisce nel dibattito sulla strage di Utøya in cui uno sciroccato totale di nome Anders Behring Breivik ha fatto fuori a sangue freddo 69 teenager in nome della difesa della razza ariana, di un presunto ordine dei cavalieri templari e di un sacco di altre minchiate frutto di una probabile schizofrenia paranoide. mi colpisce che ci si stia seriamente chiedendo se la massima pena prevista dall’ordinamento norvegese per strage sia sufficiente per la gravità del reato.

il codice penale norvegese prevede una pena massima di 21 anni di carcere. per quanto la strage in questione sia stata particolarmente odiosa, schockante, difficile persino da accettare, cosa fa sì che riguardo a Breivik si possa pensare di derogare dall’ordinamento giuridico di un paese?

uccidere molte persone è più grave che ucciderne poche? quante sono “molte”?
uccidere persone per motivi razziali o ideologici è di per sé, davanti alla legge, più grave che ucciderle per altri motivi?

e se lo è, in base a quale principio non è sufficiente il massimo della pena? cosa ci fa pensare che per Breivik non valga il principio in base al quale la pena deve essere rieducativa? gli psichiatri non sono nemmeno d’accordo sulla sua salute mentale: chi l’ha stabilito che sia irrecuperabile? e se è irrecuperabile, perché per lui non deve essere riservato il trattamento riservato a tutti gli altri malati irrecuperabili? in che modo 40 anni di carcere sono meglio di 21? cosa dovrebbe succedere negli altri 19? nel doppio del tempo Breivik dovrebbe diventare più recuperabile? in base a quale dato scientifico o ragionamento razionale?

la Norvegia è probabilmente uno dei paesi più civili, moderni e razionali del mondo, è il paese che ha insignito del Nobel per la pace Amnesty International, l’ONU, Madre Teresa e il Dalai Lama, tutti soggetti che hanno lottato attivamente contro la pena di morte.

la Dichiarazione universale dei diritti umani, carta dei princìpi su cui si basano le Costituzioni dei paesi più civili del mondo e su cui credo nessun cittadino norvegese in buona salute mentale abbia da ridire, all’articolo 3 stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona“.

quali sono le basi giuridiche, etiche e persino razionali che danno modo di pensare che solo nel caso di Breivik non valga tutto ciò che è stato stabilito per il resto della popolazione? come la mettiamo con l’articolo 7 della Dichiarazione universale, in base al quale “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a un’eguale tutela da parte della legge“?

perché alla fine sta qui, mi pare, il punto più pericoloso: al di là del fatto che per un tale orrore 21 anni possano essere pochi per il sentire comune, derogare dai principi del codice penale norvegese significa in qualche modo metetre in discussione i princìpi espressi nella Dichiarazione dei diritti umani, quindi le basi stesse della convivenza civile su questo pianeta; il frutto di secoli, millenni di evoluzione, dibattito, negoziazione e sintesi delle società civili di tutto il pianeta Terra. e se ciò può avvenire in uno dei paesi che più hanno contribuito a stabilire quei diritti, ciò non può rappresentare un precedente pericoloso per tutte quelle società che ancora stanno cercando faticosamente la strada verso il pieno rispetto dei diritti umani?

non c’è il rischio che la Norvegia, per soddisfare una richiesta più emotiva che razionale, invece che dare un esempio di civiltà (come finora ha fatto, su questo caso, a partire dalle dichiarazioni del premier durante la cerimonia di commemorazione delle vittime) finisca involontariamente a fare da cattiva maestra per il resto del mondo?

non c’è il rischio che l’introduzione di una pena in deroga alla legislazione finisca per rappresentare la vittoria finale dell’odio assoluto di Breivik?