“Voi” non esistete

Premetto che questo è un mio gong, ovvero un tema su cui sono particolarmente, forse eccessivamente sensibile. Se vi va seguitemi e vediamo se ha senso.

Credo possiamo essere tutti d’accordo che uno degli effetti dei social media sia di avere sensibilmente ampliato il numero di persone che vengono a contatto con i nostri pensieri ogni giorno, ma anche la loro diversità. Nonostante ciò che si dica della filter bubble (la tendenza dei social media a metterci a contatto principalmente con persone che la pensano come noi), ogni giorno abbiamo accesso a una varietà e diversità di persone – quindi di identità, pensieri, valori – che prima dei social media era semplicemente impossibile.

Questo fa sì che quando scriviamo il nostro pensierino social al volo mentre siamo sul bus dovremmo sempre essere ben consapevoli sia della vastità (in media tra i 200 e i 600 follower a seconda della fascia di età) che della diversità della nostra audience: chiunque abbia un séguito sufficientemente nutrito su twitter o facebook sa per esperienza che dare per scontato che tutti i follower condividano i nostri valori o la nostra posizione su temi sensibili – riguardanti religione, politica, identità sessuale, valori culturali – mette a rischio di incomprensioni, flame, e anche peggio.

Quello che invece mi colpisce è la tendenza tuttora molto diffusa alla critica sarcastica – ciò che nella volgata quotidiana va sotto il nome di perculo – che mette nello stesso mazzo tutti i follower, attraverso l’uso del “voi” generalizzato. Ok, ne sto facendo una questione di etichetta, ma le parole sono importanti. Nessuno di noi scriverebbe su Twitter “siete tutti degli ingenui”, mentre un sacco di persone, anche tra coloro che hanno, per esperienza e competenza professionale, la sensibilità necessaria in materia, usano frasi che suonano come (faccio solo un esempio) “voi che siete sempre …” o “voi che avete sempre…”, spesso seguìta da una frase sarcastica o uno sfottò un tantino arrogante.

Magari non capita sempre e magari non a tutti, ma la mia sensazione è che non sia gradevole sentirsi accomunare a “tutti gli altri”, come se si fosse parte di una massa indistinta; soprattutto se non ci si sente responsabili del difetto indicato. E’ un po’ come quando un uomo si rivolge a una donna (amica, partner, parente, poco importa) iniziando la frase con “voi donne”. Chi non ha mai provato a farlo, provi: lo troverà istruttivo. E’ naturale che alle persone non piaccia essere genericamente accomunate a una categoria, incasellate in uno stereotipo. E’ come se l’autore tracciasse una linea tra sé e il resto del mondo, ed è inutile dire che cosa idealmente demarchi, quella linea.

Può benissimo essere che si tratti di una fissazione mia, ma può anche essere una sensibilità in crescita che sto captando. Nel primo caso ignoratemi, ma se si trattasse del secondo, suggerisco qui alcune espressioni da poter usare al posto del categorico, massificatorio, generalizzante VOI:

“coloro che… (segue specifica del tipo di persona a cui ci si sta rivolgendo)”

“chi tra di voi fosse/avesse…”

“se tu…”

E no, mi correggo: non è una questione di etichetta, ma di rispetto dell’intelligenza dell’interlocutore. Può essere una sottigliezza o un eccesso di zelo, ma trovo che chi scrive per mestiere sui social media dovrebbe avere questo tipo di sensibilità.

 

cane