Rinunciare alla privacy per la sicurezza priva di entrambe

A seguito dell’attentato di Parigi potrebbe accadere presto – anzi forse sta già accadendo – che partiti e governi europei propongano nuove leggi che consentano di raccogliere su tutti i cittadini informazioni che attualmente consideriamo private e inviolabili.

È già accaduto negli USA dopo l’11 settembre con l’istituzione del Patriot Act e altre misure, sulla cui reale efficacia non abbiamo mai avuto informazioni in quanto coperte da segreto di Stato.

Non è strano: se non incontra l’opposizione della società civile lo Stato tende naturalmente, che sia in buona o in cattiva fede poco importa, ad arrogarsi il maggior controllo possibile sui cittadini. Il desiderio del massimo controllo è nella natura delle autorità e delle organizzazioni in generale: per evitare che ne abusino è necessario un controllo e una negoziazione della società civile, diretta e attraverso il Parlamento.

Poiché la cosa tocca tutti noi, non possiamo permetterci il lusso di non avere un’opinione informata. A questo scopo può valere la pena di ricordare cosa scrivevano pochi anni fa due dei massimi esperti di sicurezza e privacy, riguardo all’efficacia del monitoraggio dei dati privati dei cittadini. Tenendo presente che si tratta di opinioni di parte, come è inevitabile su una questione che investe etica e politica in modo così diretto.

Security and privacy are not opposite ends of a seesaw; you don’t have to accept less of one to get more of the other.

Many of the anti-privacy “security” measures we’re seeing — national ID cards, warrantless eavesdropping, massive data mining and so on — do little to improve, and in some cases harm, security. And government claims of their success are either wrong, or against fake threats. The debate isn’t security versus privacy. It’s liberty versus control.

If you set up the false dichotomy, of course people will choose security over privacy – especially if you scare them first. But it’s still a false dichotomy. There is no security without privacy. And liberty requires both security and privacy. Those who would give up privacy for security are likely to end up with neither.

– Bruce Schneier, 2013

 

The current level of general surveillance in society is incompatible with human rights. To recover our freedom and restore democracy, we must reduce surveillance to the point where it is possible for whistleblowers of all kinds to talk with journalists without being spotted.
If whistleblowers don’t dare reveal crimes and lies, we lose the last shred of effective control over our government and institutions.

Suspicion of a crime will be grounds for access, so once a whistleblower is accused of “espionage”, finding the “spy” will provide an excuse to access the accumulated material. The state’s surveillance staff will misuse the data for personal reasons too.

Surveillance data will always be used for other purposes, even if this is prohibited. Once the data has been accumulated and the state has the possibility of access to it, it may misuse that data in dreadful ways.

Demagogues will cite the usual excuses as grounds for total surveillance; any terrorist attack, even one that kills just a handful of people, will give them an opportunity.

If limits on access to the data are set aside, it will be as if they had never existed: years worth of dossiers would suddenly become available for misuse by the state and its agents and, if collected by companies, for their private misuse as well

Richard Stallman, 2013

 

La raccolta di dati sensibili sui cittadini, lungi da garantirli in modo efficace, rappresenta una minaccia per la loro sicurezza nel momento in cui lo Stato è in grado di usare quei dati contro di loro, sia che ciò avvenga ufficialmente o segretamente, legittimamente o in violazione delle leggi, in un’indagine ufficiale o per l’iniziativa non autorizzata di un singolo, e che il cittadino sia colpevole o innocente.

Se anche consideriamo giustificata la violazione della privacy al di là di quanto consentano le leggi rispetto a chi ha commesso un reato, in uno stato di diritto la colpevolezza è stabilita da un giudice al termine di un processo, non preventivamente da parte dell’autorità inquirente. Nel momento in cui diamo agli inquirenti la libertà di indagare senza limiti e garanzie sul cittadino sospettato, abbiamo rinunciato allo stato di diritto come lo conosciamo oggi.

L’eliminazione di tutele e garanzie giustificata con uno stato d’emergenza fornisce allo Stato l’accesso a informazioni di cui secondo le leggi attuali non dovrebbe essere a conoscenza, e attraverso le quali può forse combattere il crimine, ma sicuramente metterà a tacere voci scomode. Strumenti come insinuazioni, diffamazione e ricatti possono essere usati contro i cittadini nella posizione di conoscere e rivelare eventuali atti illeciti compiuti dallo Stato, nemici politici, intellettuali scomodi. Non è una fantasia: Edward Snowden, Aaron Swartz, Chelsea Manning, Julian Assange sono i frutti del regime di emergenza instaurato con il Patriot Act.

Ma c’è di più: la semplice esistenza dei dati privati raccolti di per sé rende possibile qualunque tipo di violazione delle leggi da parte dello Stato o di singoli; rende possibile ogni rischio di diffusione, furto e uso privato o per scopi criminali di quei dati, qualunque attacco ai diritti democratici del cittadino, fino alla possibilità che, in caso di passaggio a un regime più o meno esplicitamente totalitario e liberticida, ogni informazione su ogni cittadino sia a disposizione di quel regime.

Dopo secoli in cui abbiamo rivendicato superiorità morali, democratiche e civili rispetto ai totalitarismi e alle teocrazie, è ironico che sia proprio una teocrazia totalitaria a spingerci verso una rinuncia a quegli stessi diritti democratici che ci facevano sentire superiori.

 

iot

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *