perché le nostre città stanno diventando “brutte”

perché certe città sono brutte e altre belle? perché le persone sono disposte a spendere soldi per andare in vacanza in alcune e in altre no? qual è il costo umano e sociale – persino economico – di vivere in una città brutta?
è una del milione di domande che mi faccio dall’età della ragione e, come per molte altre di queste, grazie all’Internet oggi ho trovato uno che ha la risposta.

Alain de Botton è un autore svizzero che scrive della ‘filosofia della vita quotidiana’ spaziando tra temi come l’amore, il viaggio, l’architettura e la letteratura. il mio genere di autore.

de Botton partecipa alle iniziative Living Architecture e alla scuola di formazione The School of Life, e ha scritto un libro intitolato The Architecture of Happiness sul perché le città sono brutte o belle, dal quale The School of Life ha tratto una bellissima infografica animata: talmente bella che sono io per primo a dirti che se hai solo 14’ minuti probabilmente faresti meglio a passarli guardando il video che a leggere questo post.

 

il dibattito sulla soggettività della bellezza è da sempre un campo minato, ma che una cosa sia brutta è ben chiaro alle persone che la guardano. è il punto da cui parte De Botton per ricordarci che non dobbiamo lasciare che una questione filosofica porti la nostra società a fare scelte che la danneggiano: lasciare che le nostre città evolvano verso il brutto perché tanto “il bello oggettivo non esiste” è un grave errore.
6 sono le qualità che rendono una città vivibile e desiderabile per gli esseri umani:

. ordine e varietà, equilibrio e simmetria MA con caratteristiche di diversità e alternanza. no all’anarchia progettuale senza un tema ricorrente, ma anche no all’iterazione seriale alienante: “complessità organizzata”, la definisce De Botton.

. attività umane visibili: le persone e le cose che fanno, per lavoro o per divertirsi, devono essere visibili dalla strada, animare il paesaggio urbano. questo umanizza e dà vita alla città

. compattezza: lo sprawl dei sobborghi residenziali nelle metropoli è disumanizzante. le belle città hanno quartieri compatti, dove dalle finestre si vedono altre case, e le piazze sono grandi quanto il raggio visivo per riconoscersi tra umani. non c’è un paese al mondo che abbia costruito una bella piazza da decenni, dice De Botton, ed è un tema che gli urbanisti dovrebbero prendere in serissima considerazione.

. l’ordine delle arterie di circolazione insieme al mistero delle viuzze pedonabili. grandi strade per smaltire il traffico con efficienza insieme a stradine che serpeggiano, nelle quali uno possa avere il brivido di potersi perdere, e che stimolino la curiosità del turista.

. la corretta scala: il gigantismo delle metropoli, causato dall’averle cedute a banche e corporation globali, fa sentire la città lontana e l’umano insignificante. palazzi di massimo 5 piani sono l’ideale per una città vivibile e in cui ci si possa identificare. torri e grandi edifici devono essere usati per rappresentare valori comuni, “interessi condivisi e bisogni sociali a lungo termine”.

. riconoscibilità locale: la globalizzazione culturale e dei mercati, la standardizzazione della progettazione, dei materiali e delle tecniche ha reso simili tutte le città moderne. per piacere e piacersi una città deve mantenere caratteristiche stilistiche locali, materiali da costruzione del luogo: se non si rispetta il genius loci le città diventano tutte uguali, e perdiamo il confort dell’appartenenza, il divertimento della scoperta, il bisogno umano di vivere la propria città come un’espressione della società e della cultura in cui siamo immersi.

 

il libro di riferimento è The Architecture of Happiness, a 8,99 in formato Kindle o a 10,78 su play.com in paperback, spedizione gratuita.

l’articolo di Slate attraverso il quale ho scoperto autore, libro e video (via Umberto)

 

60 windows on Bruxelles – vanz on flickr

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