10 risorse per trovare film di qualità da vedere su Netflix

Poiché finalmente (nel bene e nel male, non fatemi iniziare su pro e contro) è arrivato Netflix in Italia, e poiché condividere risorse utili è la mia mission in questa vita (nella prossima sarà salvare vergini dagli zombie) ho pensato di fare una minilista di risorse online che, se usate coscienziosamente in congiunzione con Netflix – e, chi vuole, altre fonti – possono aiutare a passare serate spensierate davanti alla TV, da soli o in coppia.

Disclaimer: trattasi di minilista che, vista l’enorme quantità di risorse esistenti in rete, che vanno dal blasonato all’ultra-indie, non ha la minima pretesa di essere non dico completa, ma nemmeno accettabile come “parziale”.

Inoltre, questa è l’occasione per fare finalmente anche io un post che inizia con “10 cose…”

I consigli della casa per una corretta visione:
TV dai 40″ in su full HD, seduta a non più di due metri, impostazioni dello schermo per vedere al meglio i film (settaggio: Cinema), luci spente in sala, telefono su silenzioso, acqua/birra a portata di mano.

 

Vedere (e ricercare) tutti i film che sono disponibili su Netflix in Italia:

Su it.allflicks.net
ci dovrebbero essere tutti, ordinabili per criterio (titolo, anno, genere, voto, data di disponibilità) e ricercabili.

Idem su netflixitaly.netflixable.com
divisi per New Movie Arrivals, New TV Arrivals, Alphabetical List, Release Date List.

 

Liste di film da vedere:

Ci sono mille post su blog e social media che consigliano film da vedere per questo o quel tipo di pubblico. I più interessanti (per me) sono quelli che elencano i gioiellini misconosciuti, cioè film indipendenti, scarsamente marketizzati, low budget o che non hanno avuto distribuzione in Italia ma particolarmente riusciti, originali o appassionanti.

Alcune di queste liste si trovano su Imgur. Purtroppo sono basate sull’offerta USA e da una prima ricerca mi risulta che quasi nessuno di questi film sia presente su Netflix Italia, che ha purtroppo un catalogo molto limitato rispetto agli States. Acquisire l’accesso al catalogo USA diventa quindi una priorità.

Low budget, high concept

18 Best Movies On Netflix You Haven’t Seen Yet

Ultimate Neflix Compilation
(Una lista di liste di film)

Ci sono anche tante risorse in forma di siti web, come goodmovieslist.com

 

Letterboxd è un’altra risorsa utile poiché, pur essendo principalmente un social network di recensioni, permette di vedere in quali liste è stato incluso un film che ci è piaciuto, quindi scoprire film di qualità per prossimità.
letterboxd.com

Un’altra risorsina piccola e misconosciuta che esiste da tanti, tanti anni e mi ha dato grandi soddisfazioni è GNOD, il Global Network of Dreams di Marek Gibney, che permette di scovare film, dischi, libri, opere d’arte o prodotti per affinità. Prezioso.

Vai sulla movie map, digiti il titolo e voilà che gli esplode intorno una galassia di film simili, posizionati in base alla prossimità.
Lo trovo molto affidabile: www.movie-map.com

 

Capire se un film merita di essere visto:

Qui ognuno ha i suoi metodi e le sue fonti quindi quello che scrivo è del tutto soggettivo. Diciamo che se il film è distribuito in sala in Italia tendo a andare a vedere che ne dice www.mymovies.it

Sul cinema internazionale uso il voto medio e i giudizi di Rotten Tomatoes con lo stesso criterio con cui uso quelli di Tripadvisor: con molta cautela e pesandoli in base al tipo di pubblico che vota e scrive recensioni.
www.rottentomatoes.com

Un approccio un po’ più mainstream sono i voti di Imdb (ovvio).
www.imdb.com

 

Risorse di critica cinematografica in Italia ce ne sono millanta, a partire dai due principali dizionari del cinema italiani che non amo troppissimo e comunque non sono accessibili online, quindi non entro nemmeno nella questione: ognuno usi quella a cui è abituato.

Alla fine i link sono 11, va sempre a finire così.

 

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L’automobile è un’arma

A volte, discutendo di incidenti e sicurezza stradale, mi capita di dire “l’automobile è un arma“, incontrando sguardi di stupore e scetticismo.
Perché certo, come possiamo accettare l’idea che una cosa così presente nelle nostre vite, su cui passiamo ore ogni settimana e su cui trasportiamo i nostri figli, possa essere paragonata a una cosa pericolosa come un’arma? Le armi sono oggetti da paesi incivili come gli Stati Uniti: noi siamo una socialdemocrazia europea che tutela i suoi cittadini con regole strette come il Codice della Strada e i limiti di velocità, talmente bassi che quasi nessuno di noi li rispetta. E se non li rispettiamo è per una sola ragione: non riteniamo che l’automobile sia un oggetto pericoloso.

Ignorando più o meno volontariamente che in Europa le auto sono la terza causa di morte*, e uccidono quasi 350 persone al giorno, più di 127.000 ogni anno. L’intera città di Ferrara. Di questi, 6.500 sono bambini. 2,4 milioni di persone vengono ferite oppure rese disabili in incidenti stradali ogni anno.

Ma questi sono solo numeri noiosi: in fondo qui si tratta di incidenti, gli incidenti non sono prevedibili, è questione di sfortuna, e con questo comodo fatalismo continuiamo a guidare in città ai 70 all’ora, senza minimamente preoccuparci del fatto che l’auto che stiamo guidando pesa oltre una tonnellata, e che se ci dovesse capitare di investire qualcuno, per esempio un bambino che ci taglia la strada uscendo da due auto parcheggiate, la forza dell’impatto, data da massa x accelerazione, scaricherebbe sulla persona che investiamo – anche solo guidando a 30 kmh – una forza di 16 tonnellate. A 70 kmh sono 90 tonnellate.

 

Di questa cosa hai una dimostrazione pratica straordinariamente efficace quando ti trovi a passeggiare una domenica mattina e, nel parcheggio dell’hotel che si trova sul lato opposto della strada, una station wagon Mercedes impazzisce, parte a razzo da ferma, investe in pieno e svelle il cancello di ferro dell’hotel (16 tonnellate, ricordate?) scaraventandolo sulla strada, colpisce con una violenza che ti lascia senza fiato il muso di una Punto facendola ruotare di 90°, e si infila in un negozio abbattendone quasi completamente la vetrina ed entrandoci con un metro di muso.

A quel punto non puoi più fare a meno di considerare che se tu e la tua splendida fidanzata vi foste trovati 15 metri più avanti, avreste avuto meno di 2 secondi per togliervi di mezzo e cercare di non crepare all’istante.

C’è bisogno, a questo punto, di sottolineare che 16 tonnellate che ti sbattono contro la vetrina di un negozio sono molto più letali di un colpo di pistola?

Senza dubbio: un’arma. Che a velocità oltre i 30/50 kmh è quasi sicuramente letale, e che in Italia è anche il modo con più probabilità di successo per uccidere qualcuno e farla franca, visto che, a differenza degli incivili USA dove vendono le armi al supermercato, da noi non esiste il crimine di omicidio stradale, e la maggior parte degli investimenti si risolvono con pene da tre mesi a un anno o la multa da 500 a 2.000 euro per lesioni gravi, la reclusione da un anno a tre anni per lesioni gravissime, la reclusione da due a un massimo di sette anni in caso di omicidio.

Il reato è colposo quindi le pene non vengono mai comminate interamente, e condizionale o patteggiamento consentono quasi sempre di evitare il carcere. Mentre in Gran Bretagna la pena per guida pericolosa causa di morte è fino a 14 anni. Negli USA in alcuni stati si va da 3 a 15 anni, fino a 20 o anche 30 in caso di aggravanti, con la possibile incriminazione per omicidio di primo grado.

Questo solo per dire: la prossima volta che in città vediamo – e accadrà sempre più spesso – il divieto di velocità a 30 kmh, una ragione c’è. Magari pensiamo un attimo alle 16 tonnellate, e rispettiamolo.

Io, comunque, ho ancora i brividi.

 

 

*Escludendo il suicidio

 

 

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L’epica battaglia per L’Internet delle Cose, ovvero di come il controllo delle reti sarà il controllo del mondo

Non credo sia una forzatura affermare che il dibattito sul futuro della società digitale tende a polarizzarsi sui fronti contrapposti della distopia e dell’utopia (se non proprio utopia, perlomeno del positivismo). L’anno scorso lo scrittore Bruce Sterling ha pubblicato un pamphlet distopico intitolato “The Epic Struggle of the Internet of Things“, in cui mette in guardia su un tema: l’Internet delle Cose non sarà affatto il movimento di liberazione e avanzamento tecnologico che ci viene prospettato oggi, poiché non avrà affatto gli obiettivi che oggi dichiarano i suoi proponenti.

Se c’è qualcosa che dovremmo avere imparato dalla storia di Internet, dice Sterling, è che la promessa di un futuro di maggiori libertà, pace sociale, ubiquità dell’accesso incondizionato a tutta l’informazione, e gli avanzamenti sociali che dovrebbero seguirne, “is not how things work in real life“.

Anche nel caso dell’Internet delle Cose (IoT), i soggetti che vi lavorano seguono un’agenda che ha obiettivi non coincidenti con il bene comune, e agiranno in modo da perseguire quegli obiettivi: è quello che hanno fatto finora Facebook, Google, Amazon, Apple, ed è quello che continueranno a fare perché non c’è ragione che non continuino a farlo.

Il prodotto che genera valore continueremo ad essere noi e i dati che generiamo con i nostri comportamenti; l’obiettivo da raggiungere attraverso l’IoT sarà quello di prendere il controllo della maggior parte del “terreno industriale” possibile: reti informative, naturalmente, ma anche reti elettriche, sistemi dei trasporti e di distribuzione dell’acqua e delle materie prime, sistemi di risposta all’emergenza e di controllo sociale (polizia, carceri), produzione industriale, storage, distribuzione, logistica.

Applicare le realtà attuali a una visione futura è sempre un esercizio rischioso, e infatti Sterling non lo fa, ma senza la pretesa di fare della futurologia, non è difficile immaginare un futuro in cui le big attuali – o quelle future – acquisiscano, come è loro natura e inevitabile destino fare, il controllo delle Reti, Canali, Processi che governano il mondo fisico, oltre che digitale.

Facebook, per esempio, non avrebbe difficoltà a gestire la logistica delle nostre relazioni sociali, dal lavoro alla scuola al tempo libero, sapendo chi dobbiamo vedere, dove dobbiamo andare, ed essendo già oggi teoricamente in grado di prevedere tramite algoritmi di probabilità le nostre azioni e relazioni future (incluso, pare, chi sposeremo).

Google sarebbe in grado di garantire non solo il trasporto attraverso una rete di smart car elettriche collettive (sorry, Uber: appena nata eri già old school), ma anche il “trasporto dell’informazione“, fino a essere in grado di decidere che cosa è meglio per noi studiare, in quale ruolo e carriera saremo più produttivi, quali notizie fanno per noi e quali no, che cosa dovremmo/possiamo leggere e venire a sapere, ma anche cosa no.

Amazon, che, pur essendo la Cenerentola tra le big, ha il vantaggio dell’esperienza sulla logistica e la distribuzione dei prodotti, cercherebbe probabilmente di governare la distribuzione dei beni fisici di cui abbiamo necessità, dai viveri alle medicine, dall’acqua agli strumenti fisici di accesso al mondo digitale. D’altra parte sa già cosa ci serve, quando ne abbiamo bisogno, dove lo usiamo.

Se non consideriamo Apple e Microsoft depositarie di flussi di informazioni strategici, basta rendersi conto che sarebbero nell’invidiabile posizione di avere non solo le informazioni su tutto ciò che le persone scrivono sui computer, ma un microfono e una telecamera 24/7 nella vita delle persone, e il controllo finale degli schermi su cui le informazioni appaiono.

Chi trovasse eccessivo l’allarme sulla divergenza tra i reali bisogni della società e gli obiettivi di quelle che oggi possono sembrare solo bonarie realtà di entertainment, dimentica che già oggi i grandi gestori dell’informazione non hanno affatto come bussola principale il bene per la società, ma il profitto dei loro stakeholder (finanziatori, azionisti, inserzionisti). Nessuna di queste realtà farebbe mai qualcosa che la mettesse in conflitto con gli interessi degli stakeholder. Non potrebbe né dovrebbe, poiché ciò non è nella natura del tipo di mercato in cui operano e sulle cui regole si sono formate: quello capitalista.

Certo, tutti – quasi tutti – i mutamenti che abbiamo ipotizzato possono essere visti sotto una luce utopica o sotto una distopica: quello che cambia è il tipo di ideologia con cui li si interpreta (positivista, critica, persino luddista o marxista, come nel caso di Paul Mason e il suo PostCapitalism: A Guide to our Future) ma una cosa è probabile: un cambiamento del genere avrebbe un effetto sociale molto più incisivo e rivoluzionario di qualunque cosa abbiamo visto negli ultimi 100 anni; genererebbe una mutazione fondamentale del tipo di società in cui viviamo, sui rapporti di potere all’interno di essa, sulle modalità con cui le merci, il lavoro e l’informazione sono acquisite, scambiate, pagate, accedute. Una società postcapitalista in cui tutto il potere sarebbe concentrato in chi detiene non più solo l’informazione, ma anche i canali per accedervi.

 

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stiamo diventando tutti delle seghine, e lo sappiamo

Questa è una delle mie solite tirate, quindi non prendetela troppo sul serio perché tendo a diventare ossessivo sulle cose che mi colpiscono particolarmente.

Ieri sera ho fatto due passi, anche per godermi una serata di fine estate che mi sembrava molto gradevole, persino calda. Perché se a fine settembre alle dieci di sera ci sono 20°, per me quello è un prolungamento di estate, non un autunno anticipato. E sarò strano, ma con 20° io esco in t-shirt: se con 20° in casa sto in t-shirt e fuori sono 20° e non piove o c’è vento, io esco in t-shirt.

Passeggiando ho incontrato solo un’altra persona in t-shirt, il che è irrilevante, ma quello che mi ha colpito è che il 99% delle persone avevano addosso non una camicia o il maglioncino di cotone che mi aspettavo, ma giacche di pelle, piumini, giacconi invernali. Ho visto una con la sciarpa di lana.

Ora, ognuno fa quello che gli pare eccetera, ma secondo me potrebbe esserci qualcosa che non va in una società che ritiene che 20° siano una temperatura adeguata per tirare fuori il piumino dall’armadio.

Se 20° sono considerati in gran parte del mondo una temperatura più che adatta per la vita quotidiana dell’essere umano, perché nella nostra società le case vengono riscaldate in inverno a 23 o 24°, e con 20° esterni ci vestiamo come se fossero 8°?

Non ne faccio una questione ambientale – anche se lo sarebbe: riscaldare troppo è un lusso che già non ci potremmo permettere – né economica, anche se lo sarebbe: l’inevitabile aumento graduale del costo dei carburanti e la compressione dei salari verso il basso renderà prima o poi sconsigliabile per le economie vivere a 25° in inverno e 18° in estate, che è già di per sé un paradosso.

L’idea consumista e tecnocratica che il mondo debba essere trasformato attraverso le tecnologie nell’ambiente più confortevole possibile per una sola specie, cercando di uniformare tutti gli ambienti in cui l’uomo trascorre il tempo, persino all’esterno (ah no? e i funghi a butano fuori dai locali?) non solo è, se chiedete a me, follia pura, ma ha già dimostrato di non essere sostenibile.

Non ne voglio fare nemmeno una questione di pigrizia o di essere viziati, anche se lo è: come il mangiare troppo o l’acquistare troppe cose, lo scaldare/scaldarsi troppo è nella maggior parte dei casi una questione di abitudine, di autoindulgenza, che in un malsano equivoco viene confusa con il comfort.

Entro certi limiti la sensazione di calore è non solo soggettiva ma adattiva: più alziamo il termostato (o lo abbassiamo in estate) nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo, più ci rendiamo incapaci di vivere confortevolmente nelle temperature che sono naturali all’esterno, più ci rinchiudiamo in ambienti e controllati. E sta proprio qui il punto.

Non è, tutto ciò, l’ulteriore dimostrazione che stiamo sempre più alienandoci dalle condizioni di vita naturali in cui la nostra specie, fino a qualche decina di anni fa, sapere vivere benissimo? Non stiamo ulteriormente ripudiando l’ambiente in cui viviamo?

Costruendo (necessariamente) le città, ci siamo del tutto rimossi dall’ambiente che ci circonda – che sarebbe fatto di alberi e prati e rocce e spiagge, mentre oggi sono rimaste solo due foreste degne di questo nome al mondo.

Passiamo le nostre giornate in uffici rinunciando a vivere nel ciclo di luce/buio naturale, alteriamo la temperatura dei luoghi in cui viviamo, scaldando i nostri corpi oltre qualunque condizione naturale: che temperatura raggiunge il corpo di uno che indossa una giacca da sci con 20°?

Passiamo le nostre vite in ambienti con illuminazioni fasulle e temperature artificiali: la casa, l’automobile, l’ufficio, il ristorante, il cinema. Viviamo le nostre giornate in ufficio immersi in luci artificiali, spesso malsane e fastidiose. Ci nutriamo sempre più spesso di cibi che hanno subito una serie infinita di trasformazioni industriali, l’ultima delle quali è cercare di ridare loro un aspetto naturale. Ci curiamo troppo con medicine troppo potenti che stanno rischiando di annientare le nostre difese da batteri e microbi. Ci muoviamo esclusivamente su mezzi alimentati da energie esterne, tanto che dobbiamo recarci in automobile due volte alla settimana in ambienti (riscaldati, illuminati al neon) progettati per fare quello che non facciamo nel nostro quotidiano, cioè bruciare calorie.

Ora io non voglio fare l’hippy e nemmeno l’ambientalista radicale: sono del tutto consapevole dell’opportunità di usare le tecnologie per rendere il pianeta più vivibile alla maggior parte della specie umana. Ma più vivibile significa costruire dighe, aumentare la resa dei raccolti, combattere le malattie: non abituare noi stessi a vivere confortevolmente solo in ambienti con un range di temperatura di un grado, senza contatto con batteri, mangiando cibo industriale, senza camminare mai per più di 300 metri, poi vivendo male a causa di tute queste cose.

La scelta del tutto irrazionale di indossare il piumino con 20° è solo simbolica di una questione molto più grande, cioè che stiamo diventando delle seghine: da una parte viziandoci e assecondando bisogni estremi, ipertrofizzati che sono la parodia di bisogni reali; dall’altra parte costruendo e vivendo in una realtà sempre più artificiale, che non ha nulla a che fare con il mondo esterno, e che ci aliena sempre più dal resto del pianeta.

In un momento storico in cui potemmo trovarci a dover rinunciare – per ragioni ambientali o economiche – a buona parte dei nostri lussi nel giro di pochi decenni, assecondare la nostra pigrizia, estremizzare i nostri vizi e coltivare sempre più bisogni e esigenze di un regnante di metà Novecento forse non è esattamente quello che vogliamo fare. Ma proprio per noi, stessi, più che per il pianeta.

 

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editore, fammi pagare come alla Festa dell’Unità

In casa mia nel Novecento si leggeva un quotidiano al giorno, due magazine settimanali, due o tre mensili.

Oggi, andando sulla history del browser a fine giornata e contando le testate su cui ho letto qualcosa, supero ampiamente le 30. In un mese leggerò, ed è una stima prudente, su almeno un centinaio di testate diverse. Ogni anno saranno, quante? 400?

Nel 2015 il modello di abbonamento alle testate è ancora quello di fine ‘900: l’editore ragiona come se ognuno di noi leggesse un quotidiano al giorno e due riviste al mese. Se io dovessi pagare l’abbonamento a 400 – ma diciamo anche solo alle 100 testate che leggo con una minima regolarità ogni anno, a una media di 20€, sborserei 2000€/anno in abbonamenti a riviste. Non credo che sia fattibile – nemmeno sensato – per nessuno che io conosca, tranne forse i professionisti. Perché nessuna o quasi nessuna di quelle 100 o 400 testate è insostituibile: le notizie sono le stesse, i commenti spesso simili.

(Ok, salviamo il valore dell’inchiesta – ormai più rara del rinoceronte di Java – e dell’approfondimento. Salviamo anche l’editoriale, ma solo come concetto astratto, perché poi i tuoi direttori sono spesso dei fastidiosi tromboni, e se in rete c’è scarsità di qualcosa non è certo di opinioni: la maggior parte delle volte mi interessa più sapere cosa ne pensa di una data notizia Leonardo​ che Mieli o De Bortoli).

Nel frattempo sì è capito che il paywall funziona solo se sei il NYTimes o the Atlantic, e l’advertising ha un destino di lenta morte tra le fauci di Adblock. Per questo dico agli editori: fammi abbonare alla cifra che decido io. Come all’ingresso alla festa dell’Unità, non fare un abbonamento, fai una sottoscrizione. Quelli tra noi che sono intimamente portoghesi continueranno a esserlo e su quello non puoi farci niente, ma chi vuole pagare ti pagherà quello che ritiene giusto per il tuo valore e sostenibile per le sue tasche. Molti di noi hanno in mente una cifra che ritengono sostenibile spendere ogni anno per finanziare l’editoria che considerano di qualità. Questa cifra varierà presumibilmente da 20 a 200€: non sarà mai 2000€, però intanto almeno quelli te li prendi.

In altre parole, c’è una cifra massima che ciascuno di noi può permettersi/è disposto a spendere ogni anno per la cultura. Questa cifra non è diminuita a causa dell’Internet: è il numero complessivo delle informazioni che consumiamo a essere straordinariamente aumentato. La torta è la stessa, ma le fette sono diventate così piccole che ormai non si riescono nemmeno a prendere in mano. (E lo stesso vale sempre più anche per il cinema e la musica).

 

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In difesa di True Detective Season 2: per capirlo

è in atto quasi dappertutto una sorta di tiro al piattello con la seconda stagione di True Detective, ma le critiche che ho letto non mi convincono: la stagione merita molta più attenzione di una bocciatura rapida e superficiale. capisco che la recitazione stralunata e il personaggio travagliato ed epico di Matthew McConaughey/Rust Cole fossero molto più fascinosi di un Colin Farrell/Ray Velcoro, capisco la differenza di appeal della pittoresca Louisiana rispetto all’anonima L.A., capisco il solletico del whodunit basato su un serial killer in una società arretrata e religiosa rispetto a una storia di corruzione suburbana senza eroi e con una sola sparatoria. capisco, ma qui bisognerebbe fare lo sforzo di grattare un po’ oltre la superficie per scoprire dove affondano, cinematograficamente, le radici della seconda stagione di True Detective, perché sono radici profonde e ricche.

punto cardinale inequivocabile di True Detective S02 è il noir anni ’40, il noir poliziesco (“polar”, per usare il termine francese) che ha i momenti più alti nel cinema basato sulle opere di Hammett e Chandler, nel noir francese di Melville, in film della dannazione umana e sociale come Detour, in a una produzione di genere con pochi eguali nella storia del cinema, da the Big Sleep di Hawks a Double Indemnity di Wilder, fino a The Maltese Falcon di Huston, con tutta l’opera di Chandler messa in scena al cinema dagli anni ’40 fino ai ’70 (il Long Goodbye di Altman con Elliott Gould, il Marlowe di Robert Mitchum).

del noir, True Detective mutua la dannazione dei personaggi, governati e condannati fin dall’inizio da forze che essi non controllano né conoscono, le atmosfere cupe e tese, l’interesse per le reazioni dei personaggi più che per una trama involuta e complessa, spiegata solo a tratti attraverso dialoghi sospesi e frammentati. la trama del noir, come quella di True Detective 2, la devi desumere da pezzi di dialogo, ma ciò non è un problema perché non è quasi mai molto importante: al centro della scena c’è la tragedia umana dei personaggi, la loro incapacità di prendere il controllo delle proprie vite in una vicenda costellata da eventi inattesi e sorprendenti causati da forze oscure.

il secondo riferimento, chiarissimo al punto di viaggiare sull’orlo del plagio senza mai sconfinarvi, è il cinema di David Lynch, che guarda caso condivide con il noir la soggezione dei destini dei personaggi a forze esterne oscure e misteriose. visivamente con riprese e illuminazione, in senso uditivo con la colonna sonora drone ambient (e la cantante nel bar), le citazioni da Lost Highway e Mulholland Drive si sprecano. meraviglia che ciò non sia riconosciuto e citato più spesso.

il terzo riferimento, nello stile di ripresa ma soprattutto su temi e ambientazioni avviene nel finale, e riguarda il cinema di storytelling della/nella città di Los Angeles di Michael Mann. è chiaro dal momento in cui True Detective 2 va in esterni e si dedica alla città, alle sparatorie, a mafie e criminalità che da macchiette diventano latine e letali (inclusa la trasformazione di Frank da businessman a gangster), al deserto, fino alla (SPOILER) decisione di Ray Velcoro quasi al traguardo, chiaro omaggio al finale di Heat, alla scelta di Neil McCauley tra sicurezza ed etica, felicità e onore.

senza il noir anni ’40 e ’70, senza aver visto il Grande Sonno, senza la frequentazione approfondita del cinema di Lynch e di quello di Mann, senza una certa esperienza con serie TV sulla corruzione della politica (The Wire prima di tutto, quarto modello della serie, per quanto riguarda la scrittura delle trame politiche), True Detective 2 può sembrare una serie di scarso appeal spettacolare. ma l’appeal spettacolare è il lato meno interessante di tutta la faccenda.

 

2015-07-27 22.06.13

La libertà di ridere alle burattinate di regime

Mi è successa una cosa curiosa. Come scrivevo nel post precedente, all’Expo abbiamo visitato il padiglione della Thailandia, nel quale sono proiettati tre film di pura propaganda di regime. Robe tipo “in Thailandia le sementi germogliano rigogliose grazie alla generosità del nostro grande Re”: una roba davvero da far accapponare la pelle, persino difficile da credere se non si viaggia spesso in paesi in cui vigono regimi non democratici.

Sono filmati talmente grotteschi che in un paio di momenti ho riso forte. All’uscita mi sono reso conto che potevo permettermi di ridere durante la proiezione solo grazie al fatto di essere cittadino di un paese in cui vige la piena libertà di espressione. Se fossi stato un thailandese in Thailandia – assurdamente, forse persino un thailandese in Italia – non avrei potuto godere della stessa libertà. Se al ridere aggiungiamo: votare, dire la propria opinione, scrivere quello che si pensa – anche le abominevoli minchiate che scriviamo ogni giorno sui social media – insomma, queste libertà sono qualcosa a cui non pensiamo quasi mai, di cui forse non siamo grati abbastanza spesso.

E grati non che ci siano concesse da una classe politica magnanima, ma di essercele conquistate in decenni di lotte che hanno piantato dei paletti democratici che finora si sono dimostrati molto solidi. Grazie, di nuovo, a noi che abbiamo continuato a difenderli, anche solo votando. La libertà non è un dono di Dio – men che meno della Chiesa – ma una conquista umana.

Oggi in Europa sembra avanzare un pensiero che usa strumenti retorici di forte impatto emozionale come la paura dell’immigrazione o la teoria della “troppa libertà di espressione” in Rete per cercare di riportare indietro la lancetta su paletti democratici acquisiti come alcuni diritti civili e umani. Ungheria e Turchia sono i due casi vicini a noi più visibili, in altri paesi è più strisciante ma altrettanto pericoloso; alcuni echi si sentono persino da noi, nel famoso paese reale. La limitazione delle libertà si legittima sempre attraverso la paura.

La prossima volta che dobbiamo decidere cosa votare – e lo dico anche al me stesso che sta pensando di non farlo – magari ricordiamoci dei thailandesi che non possono ridere alle minchiate della loro propaganda di regime, perché anche se siamo nati e cresciuti in piena libertà di espressione, anche se non abbiamo mai conosciuto niente di diverso, generazioni fortunate che non siamo altro, niente è mai per sempre, niente va dato per scontato.

La Thailandia vive in regime di legge marziale a seguito del colpo di stato del maggio 2014. Secondo Amnesty International sono all’ordine del giorno violazioni dei diritti umani e civili come torture, arresti e detenzioni arbitrarie, processi sommari, rapimenti e sparizioni di attivisti democratici.

 

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La mia Expo: alcune dritte per come l’ho vissuta io

Prima di tutto un giorno non basta per l’Expo. Non solo per vederla tutta (che poi perché uno dovrebbe?) ma anche solo per vedere tutti i padiglioni che ti interessano. Diciamo che una giornata intera dall’apertura dei cancelli (consigliato arrivare una mezz’ora prima e mettersi in fila per avere vantaggio sulla massa e fiondarsi subito sui padiglioni più “difficili”) alle dieci di sera, in un giorno non di ressa, senza fare troppe file, dovrebbe consentire di vedere tra i 20 e i 30 padiglioni. Ma una selezione la devi comunque operare, e anche piuttosto radicale: la operi sulla base di quello che hai sentito dire, e sui paesi che più ti incuriosiscono.

Dalle 9 alle 22, con rapide pause per mangiare al volo qualcosa fuori dagli orari di punta dei pasti (metodo consigliato), nel giorno più affollato dell’anno (Ferragosto) siamo riusciti a vedere meno di 20 padiglioni: Nepal, Bahrain, Angola, Corea del Sud, Vietnam, Malesia, Thailandia, Cina, Argentina (solo ristorante), Polonia, Iran, USA, Marocco, Russia, Turkmenistan, Estonia, Indonesia, Oman.

Un’altra decisione da prendere è se rinunciare ai padiglioni con le code più lunghe (Giappone, stati della penisola arabica come Emirati, Qatar e Kuwait, Germania e alcuni altri). In generale, i padiglioni progettati in modo “open” hanno al massimo un 20’ standard di fila, quelli a percorso obbligato (Cina, Brasile, per citare i più grandi) o con esperienze individuali (come gli Emirati che, credo, ti danno un tablet) ne hanno di più, fino all’ora e 40’ del Giappone, che ha progettato un percorso sensoriale forse un po’ troppo ambizioso. La Svizzera ha delle regole di accesso che ti sembra di essere un immigrato clandestino. Il Brasile si può visitare evitando la coda, che è solo per l’accesso alla grande rete sospesa in stile Avatar (secondo me val la pena di cercare di raggiungerla da dentro, ma non mi è ben chiaro come).

Non perdetevi (e scommetto che normalmente non ci sareste andati) il cartone animato 3D sulla storia della Polonia: mille anni di storia in 10’ di animazione molto ben congegnata e realizzata in modo più che dignitoso: niente testi, solo immagini, veloce e comprensibile, con transizioni ingegnose tra le epoche. Bravi.

Il padiglione russo è bruttone nel suo reinterpretare il mausoleo socialista in acciaio e vetro, ma contiene cose curiose (la tavolona periodica di Mendeleev, il bar-laboratorio chimico), ed è ottimo per un aperitivo a base di vodka siberiana Beluga con tartine al rafano (3,5 a shortino, che è un prezzo ragionevole per essere all’Expo).

Esperienze WTF: il padiglione del Nepal, visto deserto perché presto, ma soprattutto tenendo in mente il terremoto. Il padiglione USA, una sorta di magazzino senza arte né parte, privo di qualunque connotazione storica, culturale o artistica. Gradevole come visitare un terminal di aeroporto senza avere nessun volo da prendere.

Per farsi quattro risate sono ottimi i film di pura propaganda di regime della Thailandia, con una celebrazione della figura del Re che non sfigurerebbe in Corea del Nord (mi chiedo come gliel’abbiano permesso, è davvero tremendo, roba da ridere forte). Ma no, quelli risparmiateli pure.

Conclusione: è una via di mezzo tra un festivalone dell’Unità (quelli nazionali dei bei tempi andati) e un parco attrazioni; i padiglioni oscillano tra il didascalico/didattico, il museale impolverato dei paesi meno ricchi e più peroiferici, fino all’ingegnoso-appassionante in alcuni casi: esperienze da bocca aperta ce ne sono forse un paio.

Sopra la media la Corea del Sud per la tecnologia, l’Angola e il Marocco per come si raccontano (l’Africa sembra ancora una volta fonte delle migliori narrazioni), Vietnam e Indonesia per i colori e l’allegria delle performance tradizionali di canto e ballo –  che se fossimo vientamiti o indonesiani troveremmo sicuramente imbarazzanti.

Pochissimi quelli che hanno trattato in modo ragionato e maturo il tema della manifestazione, ovvero come progettare uno sviluppo sostenibile che consenta di sfamare più persone possibili con il minimo impatto ambientale. Temi come la sovrappopolazione, la resa delle coltivazioni, le emissioni delle attività agricole e dell’allevamento, gli OGM, la gestione dell’acqua, lo spopolamento degli oceani, sono trattate quasi sempre in modo didascalico, generico e superficiale. Il tono in genere è da temino delle medie, pensato più per i bambini che per gli adulti.

 

Cose pratiche: vale la pena di comprare ingredienti di cucina che non trovi altrove, spezie e cioccolato nei cluster dedicati, qualche souvenir a cui tieni particolarmente, forse.

I vietnamiti sono deliziosi ma non mi hanno venduto il loro fantastico caffè, maledetti.

Fra treni, biglietti, due o più pasti (quando sei lì ti vien voglia di provare), qualche drink e qualche acquisto, calcola tra i 150 e i 200€ di spesa a testa. Portati il thermos che per l’acqua ci sono i distributori, cosa ASSAI civile che tutte le manifestazioni dovrebbero imitare.

Ma il consiglio migliore è quello di Enza: parla con gli addetti ai padiglioni. Sono quasi tutti disponibili e in grado di comunicare almeno a livello basico in inglese: imparerai più cose così sulla vita delle persone che leggendo i temini sulle pareti.

indonesia

 

Nella foto, le ballerine tradizionali indonesiane che, appena terminato il numero, si fiondano nel retro a consultare l’Internet. Che è, insieme allo smartphone, il vero tratto che unisce tutti i popoli presenti.

evitando le buche più dure

ritengo di essere sempre stato una persona adattabile, nel senso che più o meno dove mi metti sto, senza lamentarmi troppo. forse per pigrizia, o forse per una sorta di pudore, considerata la mia posizione di estremo privilegio rispetto all’enormità del variegato spettro delle sofferenze umane e animali. una visione probabilmente influenzata dal marxismo e dall’ambientalismo, nella misura in cui – al momento di valutare il mio livello di comfort – tiene conto di quello medio dell’intera specie umana, nonché dell’irrilevanza del mio benessere rispetto a quello del pianeta.

questo non significa che non apprezzi il comfort, e che non abbia un’idea precisa di quali sono le situazioni in cui mi trovo a mio agio. ed è già da qualche tempo che ho scoperto che una delle condizioni in cui sono più sereno e felice – al netto delle poche ma preziosissime relazioni sociali e affettive che coltivo – è quella in cui mi trovo sotto il pelo di acqua cristallina in presenza di pesci e altre creature marine.

potrete immaginare che la possibilità di farlo con la persona che amo rende il tutto ancora più prezioso, raro, un generatore di schietta felicità. la fortuna di poterlo fare, oltre a quella di essersi trovati a vicenda, sta nel privilegio a cui accennavo sopra, entro il quale siamo nati e cresciuti e a cui non pensiamo mai abbastanza: una società libera da guerre, ragionevolmente civile ed evoluta, senza gravi discriminazioni di razza o di credo, reduce da decenni di pace e boom economico, in cui la tecnologia ci consente di viaggiare seduti a velocità elevatissime a migliaia di metri da terra. noi, fortunatissimi esemplari della specie umana che possiamo andare in vacanza, a cercare quello che ci pare, nello specifico l’acqua e i pesci che vi nuotano.

perché stavolta si parte per il mare: niente capitali mitteleuropee, questa volta. addio al cemento e alle bici sgarrupate di Berlino, addio ai lungofiume di Parigi e Budapest, addio ai palazzi e alle terme liberty. addio ai graffiti, trait d’union di qualunque città abbia visitato negli ultimi 15 anni. noi andiamo al mare.

 

medusa

“Voi” non esistete

Premetto che questo è un mio gong, ovvero un tema su cui sono particolarmente, forse eccessivamente sensibile. Se vi va seguitemi e vediamo se ha senso.

Credo possiamo essere tutti d’accordo che uno degli effetti dei social media sia di avere sensibilmente ampliato il numero di persone che vengono a contatto con i nostri pensieri ogni giorno, ma anche la loro diversità. Nonostante ciò che si dica della filter bubble (la tendenza dei social media a metterci a contatto principalmente con persone che la pensano come noi), ogni giorno abbiamo accesso a una varietà e diversità di persone – quindi di identità, pensieri, valori – che prima dei social media era semplicemente impossibile.

Questo fa sì che quando scriviamo il nostro pensierino social al volo mentre siamo sul bus dovremmo sempre essere ben consapevoli sia della vastità (in media tra i 200 e i 600 follower a seconda della fascia di età) che della diversità della nostra audience: chiunque abbia un séguito sufficientemente nutrito su twitter o facebook sa per esperienza che dare per scontato che tutti i follower condividano i nostri valori o la nostra posizione su temi sensibili – riguardanti religione, politica, identità sessuale, valori culturali – mette a rischio di incomprensioni, flame, e anche peggio.

Quello che invece mi colpisce è la tendenza tuttora molto diffusa alla critica sarcastica – ciò che nella volgata quotidiana va sotto il nome di perculo – che mette nello stesso mazzo tutti i follower, attraverso l’uso del “voi” generalizzato. Ok, ne sto facendo una questione di etichetta, ma le parole sono importanti. Nessuno di noi scriverebbe su Twitter “siete tutti degli ingenui”, mentre un sacco di persone, anche tra coloro che hanno, per esperienza e competenza professionale, la sensibilità necessaria in materia, usano frasi che suonano come (faccio solo un esempio) “voi che siete sempre …” o “voi che avete sempre…”, spesso seguìta da una frase sarcastica o uno sfottò un tantino arrogante.

Magari non capita sempre e magari non a tutti, ma la mia sensazione è che non sia gradevole sentirsi accomunare a “tutti gli altri”, come se si fosse parte di una massa indistinta; soprattutto se non ci si sente responsabili del difetto indicato. E’ un po’ come quando un uomo si rivolge a una donna (amica, partner, parente, poco importa) iniziando la frase con “voi donne”. Chi non ha mai provato a farlo, provi: lo troverà istruttivo. E’ naturale che alle persone non piaccia essere genericamente accomunate a una categoria, incasellate in uno stereotipo. E’ come se l’autore tracciasse una linea tra sé e il resto del mondo, ed è inutile dire che cosa idealmente demarchi, quella linea.

Può benissimo essere che si tratti di una fissazione mia, ma può anche essere una sensibilità in crescita che sto captando. Nel primo caso ignoratemi, ma se si trattasse del secondo, suggerisco qui alcune espressioni da poter usare al posto del categorico, massificatorio, generalizzante VOI:

“coloro che… (segue specifica del tipo di persona a cui ci si sta rivolgendo)”

“chi tra di voi fosse/avesse…”

“se tu…”

E no, mi correggo: non è una questione di etichetta, ma di rispetto dell’intelligenza dell’interlocutore. Può essere una sottigliezza o un eccesso di zelo, ma trovo che chi scrive per mestiere sui social media dovrebbe avere questo tipo di sensibilità.

 

cane