“L’uomo di vetro è una metafora totalitaria”

Grazie a un post di Stefano (e anche, noto poi, a uno molto precedente di Massimo Mantellini su PI) scopro questa frase di Stefano Rodotà che spiega molto bene come la logica così diffusa del “male non fare, paura non avere“, per quanto a prima vista condivisibile, sia in realtà il grimaldello per una cessione di diritti poco salutare per la nostra società, se non una premessa tipica delle dittature.

Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. L’uomo di vetro è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.

Il contesto del paragrafo è ormai quasi antico (il pezzo era scritto poco dopo l’undici settembre 2001) e le riflessioni a contorno superate dalla realtà: l’11/9 non ha affatto generato il ritorno al sociale e al collettivo, alla solidarietà e al rifiuto del liberismo estremo che sembra annusare Rodotà nel pezzo.

La riflessione diviene ancora più importante dopo un decennio nel quale abbiamo visto il crollo, progettato e inarrestabile, di qualunque scudo a difesa dei dati sensibili e delle conversazioni private. L’argomentazione di Mark Zuckerberg ed Eric Schmidt di Google sulla morte della privacy nasconde sì interessi economici enormi, ma anche politici, di cui Facebook e Google si fanno portatori – che questo avvenga obtorto collo a causa del Patriot Act, oppure con un malcelato entusiasmo.

Il cittadino che accetta il controllo dello Stato in tutte le proprie manifestazioni, anche le più private e intime, senza peraltro ottenere lo stesso in cambio, è il cittadino perfetto del Mondo Nuovo di Huxley e Orwell: pronto ad annullare la propria specificità umana – compresa la soggettività etica –  in favore del Grande Database Globale, attraverso cui le autorità di tutto il mondo (stati canaglia inclusi, che poi vai a distinguere con precisione quali lo sono, e rispetto a chi) possano istituire un perenne processo di indagine su ciascuno di noi, giudicarci in base agli elementi racconti, magari anche prima che i reati di cui siamo sospettati siano effettivamente compiuti (vedi qui e qui). E’ il brodo di coltura perfetto per la Stasi e il KGB: una posizione sulle modalità di recupero e gestione delle informazioni su cui il governo degli Stati Uniti si dimostra del tutto antiliberale, anzi quasi perfettamente stalinista.

A pensare di non avere “niente da nascondere” si compie un grave atto d’ingenuità. Se improvvisamente tutta la nostra casella di mail, i contenuti delle nostre telefonate, i dettagli di tutti i nostri comportamenti passati fossero ricercabili al governo saremmo sereni? E se lo fossero ai nostri datori di lavoro? E, una volta accettato il principio, chi decide dove mettere il paletto? E dove sarà quel paletto tra 5, 10, 25 anni?

Ricorda Stefano (che passa poi a parlare di competizione e architetture dei sistemi):

Le distribuzioni statistiche in natura non sono uniformi; per ogni fenomeno c’è chi sta al di fuori della “normalità” e la mancanza di privacy può trasformarsi in esclusione, discriminazione o peggio. L’argomento di Schmidt è capzioso perché sottintende una “normalità” mentre la tutela e’ proprio per chi “normale” non lo è  (per fato o scelta).

Siamo tutti diversi: ciò che rappresenta un dato sensibile per uno non lo è per un altro, ciò che non causa problemi a qualcuno mette in seri casini qualcun altro. Esiste un serio rischio di discriminazione, anche illecita, in base a dati che mi riguardano. Se mi rifiutano un lavoro perché hanno scoperto che sono omosessuale, o incinta, non mi è di grande conforto il fatto che abbiano compiuto un’azione illegale: il lavoro l’ho perso comunque.

Inoltre, le cose cambiano: una volta che i dati sono stati raccolti restano disponibili per sempre a chiunque, anche a un eventuale governo che seguisse e fosse meno o per nulla democratico: ne sanno qualcosa in Tunisia e in Egitto. Storicamente non è poi così saggio dare per scontata la democrazia. Come per lo sdoganamento dell’uso di droni di Obama (immaginiamo cosa potrebbe fare oggi con i droni un’amministrazione Palin), il superamento dei limiti etici è quasi sempre un vaso di Pandora.

Inoltre, esiste il rischio di errore: chi mi garantisce che non ci sarà un bug (c’è quasi sempre, un bug) a causa del quale i miei dati non saranno diffusi? Quale rete è sicura al 100% ?
Ancora di più: chi mi tutela da un’interpretazione errata dei dati, da uno scambio di codice tra le mie intercettazioni e quelle di un camorrista? Le tecnologie possono sbagliare, sbagliano continuamente, e spesso non contemplano la possibilità di risalire all’errore. Come ci sentiamo ad affidare la nostra libertà a un computer?

 

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One thought on ““L’uomo di vetro è una metafora totalitaria”

  1. Cautela, cautela ed ancora cautela. Purtroppo ci siamo abituati a dare per scontati diritti che invece scontati non sono in quanto li abbiamo ottenuti dopo anni, secoli di lotte.

    Dobbiamo tutti stare più attenti a quello che immettiamo in rete ed alle autorizzazioni che concediamo, il più delle volte, apponendo firme senza neppure leggere cosa e chi autorizziamo!!!!!

    Ritengo che quest’articolo, nella sua semplice chiarezza, faccia “strizzare le budella”

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