Quando il conflitto diventa il fine

II post più commentato della settimana su Friendfeed è un classico flame (quindi niente di nuovo) che parte da un tweet critico verso Friendfeed (anche qui niente di sorprendente) scritto da una persona con una certa visibilità professionale su Internet (e pure qui è difficile stupirsi). Chi volesse leggerlo lo trova qui, a me non interessa esprimere un parere.

Il merito del dibattito, almeno inizialmente, riguarda se sia vero o meno che molte persone se ne vanno da Friendfeed, e, se è vero, perché questo accada.
Io non so se sia vero, non ho dati né credo li abbia nessuno, posso solo osservare empiricamente che tutte le persone che frequento abitualmente, me compreso, che qualche anno fa erano molto attive su Friendfeed, oggi o hanno chiuso il profilo oppure non lo usano se non per lurkare ogni tanto.

Però quello che mi interessa non è affermare che ci sia una diaspora da Friendfeed (non è detto: può esserci un ricambio) ma capire perché quelli che se ne vanno se ne vanno o mantengono un profilo inattivo. Un’ipotesi ce l’ho e vale quel che vale, cioè uno.

L’internet delle origini era esclusivamente testuale, quindi per forza di cose fortemente conversazionale: dai forum alle mailing list ai newsgroup, lo scopo della presenza online era la conoscenza, la conversazione, il dibattito, la discussione, anche accesa. Fin dall’inizio un elevato grado di conflittualità negli ambienti online è stato considerato normale: chi è cresciuto in quegli ambienti ha dovuto abituarcisi in fretta, e non è stato un prezzo troppo alto, per scoprire la socialità online.

Per molti partecipare a flame e altre manifestazioni di conflitto online era ed è tuttora una scelta: la dimostrazione di appartenere a una tribù libera, priva di autorità, che rifiuta il bon ton bourgeois e il buonismo. Per alcuni si tratta di una sorta di ribellismo culturale, altri hanno trovato nel litigio online una loro realizzazione o comunque una dimensione di intrattenimento, altri ancora hanno maturato la consapevolezza che per avere la massima libertà di espressione possibile devi accettare i lati più aspri e conflittuali di un ambiente libero, anche difenderne gli spazi di autonomia. Queste persone sembrano condividere una visione del conflitto come  intellettualmente fecondo.

Per altre persone, però, convivere con il conflitto continuo, anche oltre le normali esigenze del dibattito, non è stata una scelta ma una necessità. Fino a un certo punto l’hanno accettata di buon grado, ma quando sono comparsi ambienti caratterizzati da un confronto  meno aspro e più meditato hanno deciso di trasferirvisi. Se chiedessimo alle persone che sono uscite da Friendfeed, sospetto che scopriremmo che una delle motivazioni principali per evitare gli ambienti di rete conflittuali è quella che i teenager intervistati al riguardo negli USA definiscono “too much drama”. Troppa tensione, troppi conflitti, troppe persone che sembrano volersi mettere in mostra attraverso l’aggressività, trovare una realizzazione personale nell’aggressione verbale e in quello che è qualcosa di più di un dibattito acceso.

Il drama è, in altre parole, tutto quello scazzo e quelle noie (sul lavoro, in famiglia, a scuola, tra amici e amiche) di cui faremmo volentieri a meno e che non possiamo più permetterci emotivamente. Con l’avvento dei nuovi media il carico informativo sulle nostre vite è aumentato rapidamente: la strategia di sopravvivenza è di liberarsi di tutte le informazioni che sono inutili o troppo stressanti; per molti adulti, anche quelli che ci sono cresciuti, i litigi online sono ormai diventati psicologicamente una zavorra. Non è solo questione di non potersela più permettere nelle proprie vite: per molti liberarsi di questa zavorra è anche un modo di crescere emotivamente e – nella misura in cui il conflitto si sostituisce alla ricerca di una sintesi come scopo finale – anche di crescere culturalmente.

Update: è nata una discussione su friendfeed in cui (da parte di quasi tutti) si argomenta con critiche sensate a questo post, soprattutto, comprensibilmente, alla conclusione, che so essere arbitraria.

Quando google autocompleta la coscienza collettiva

sulla falsariga di questa bella campagna adv dell’United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women, è interessante – o perlomeno curioso – fare un esperimento con il completamento automatico di google per vedere quale immagine del paese riflette rispetto alla percezione delle cosiddette minoranze – o forse sarebbe più corretto parlare di categorie culturalmente discriminate (premettendo che la selezione mette insieme realtà sociali del tutto diverse, e l’aggregazione è basata solo ed esclusivamente sui pregiudizi più comuni).

poiché nel database delle frasi proposte dal completamento automatico rientrano sia le frasi ricercate più spesso sul motore che le frasi più comuni che google trova sui siti web, dare per scontato che i risultati del completamento automatico siano esattamente rappresentativi della media del sentire italiano sarebbe forse una conclusione stiracchiata (anche perché spesso queste frasi sono digitate con intento interrogativo più come affermazione).

pur tenendo presente ciò, il colpo d’occhio non è comunque il massimo del gradevole.

 

 

a occhio, comunisti e ebrei in Italia se la passano molto meglio di omosessuali, rom e donne.

se ci sono delle conclusioni che si possono trarre, mi pare siano piuttosto evidenti (e mi pare che le uniche obiezioni che si possono fare siano sul metodo).

altra obiezione possibile: inserire i comunisti e non i fascisti rispecchia un approccio ideologico e significa dare per scontato che i comunisti siano discriminati e i fascisti no.

 

infatti: i fascisti no.

 

fascisti

 

 

 

Citizen Bezos

tra le ipotesi che ho visto fare sulla ragione per cui il Lord dei New Media Jeff Bezos abbia acquistato la cosa che sembra più lontana dalla sua Amazon, cioè il quotidiano (wtf) cartaceo (WTFF) Washington Post, l’ipotesi che sembra più convincente è che l’abbia fatto per la distribuzione.

il ragionamento parte dal punto di vista – ragionevole, persino ovvio – “cosa ha il Post che serve a Amazon”? una rete di distribuzione capillare, punti vendita sul territorio, e un mercato di subscriber acquisiti che può essere tranquillamente servito e commercialmente sfruttato da Amazon. però potremmo provare, per puro esercizio, a ribaltare il ragionamento: cosa ha Amazon che serve al Post?

la risposta è, curiosamente, la stessa: la distribuzione. anche Amazon ha una rete di distribuzione capillare, e ha anche un’audience, ben più grande di quella del Post, già acquisita, che paga per leggere e sicuramente non ha nulla in contrario a leggere gratuitamente (che il modello di business della vendita delle copie sia defunto Bezos lo sa da un bel po’).

e allora cosa succederebbe se a ogni pacco Amazon spedito ogni giorno negli States (anzi, nei paesi di lingua inglese) contenesse una copia del Washington Post (ovviamente alleggerito nei costi di produzione, riorganizzato per ottenere il massimo dall’interazione tra digitale e cartaceo?), e se ogni iscritto a Amazon ricevesse quotidianamente il WP digitale? di quanto salirebbe il numero di lettori, e quindi la raccolta pubblicitaria?

nonostante tutto, un quotidiano resta comunque una macchina per vendere pubblicità, e più persone leggono quel quotidiano più pubblicità si vende. la circolazione di Amazon e le sinergie tra i due soggetti permetterebbero al WP alleggerito di sopravvivere? persino di fruttare?

ma facciamo anche un altro esercizio di speculazione: come sappiamo bene in Italia, un quotidiano può essere una straordinaria macchina da propaganda anche se in perdita. e Bezos è una persona molto ambiziosa.

 

MBDCIKA EC019

Facebook può sostituire il blog?

 

Tesi: il profilo personale su Facebook è ormai pronto a sostituire il blog personale.

Ciò può avvenire perché:
◐ Facebook è push e non pull, quindi i nostri contenuti passano sul feed delle notizie dei nostri lettori (che non devono venirsele a cercare sul blog). Ciò fa sì che non sia richiesto un atto volontario per venirci a leggere.
◐ In virtù di ciò, i nostri post su Facebook sono più letti e ottengono più commenti della maggior parte dei post sui blog piccoli (che non hanno una media di 600 lettori).
◐ Commentare su Facebook è più facile, immediato e richiede meno impegno (il login è automatico, la soglia psicologica al commento è più bassa).
◐ Il like – che non esiste sul blog – e il reshare con un click rappresentano azioni a costo zero per il lettore ma un alto valore di gratificazione per lo scrivente.
◐ Facebook integra nella timeline e consente la gestione di gallery fotografica personale, preferiti dell’autore, informazioni e risorse selezionate in modo più semplice e immediato di un blog.

Antitesi: Facebook per sua natura non può sostituire completamente un blog personale.

◑ Facebook non trasmette lo stesso senso di luogo, di ambiente personale, di proprietà e appartenenza dei contenuti di un blog.
◑ I contenuti su Facebook hanno una vita (permanenza sul feed delle notizie) molto più breve, e un algoritmo su cui non abbiamo il controllo totale definisce cosa vediamo e cosa no.
◑ Facebook non ha i feed, quindi non possiamo aggregare i contenuti altrui (tranne che usando le liste, che sono poco usate).
◑ Su Facebook i contenuti si contendono uno spazio finito, quindi popolarità e successo di un contenuto ne determinano la visibilità.
◑ Le limitazioni nella formattazione dei post su Facebook non sostituiscono quella di un blog (i link possono essere postati solo per esteso, c’è un limite pratico a una foto e un link per post).
◑ L’accesso ai nostri contenuti è precluso a chi non appartenga alla nostra rete sociale approvata, non è indicizzato dai motori e non sono disponibili statistiche.
◑ Facebook non ha un archivio mensile né le categorie dei post (e forse dovrebbe averli). Lo spazio dedicato sulla timeline a informazioni personali, amici ecc ruba troppo spazio al contenuto.

 

editor

industrializzazione, automobilizzazione e internettizzazione hanno danneggiato la nostra empatia

il passaggio da paese rurale a industriale avvenuto nella prima metà del 900 ha causato una forte mobilità sociale, che insieme ad altri fattori ha determinato la fine della famiglia estesa tradizionale – un nucleo sociale collettivo che comprendeva un ampio numero di parenti – e la diffusione della famiglia nucleare, con genitori e figli che vivono lontano dal gruppo famigliare esteso che caratterizzava la famiglia rurale. l’effetto è stato quello di ridurre i contatti con persone e nuclei sociali diversi, quindi le capacità empatiche dell’individuo. l’avvento della TV come media di intrattenimento di massa ha ulteriormente ridotto l’esposizione fisica della famiglia nucleare all’altro da sé.

la diffusione dell’automobile ha determinato un ulteriore isolamento della persona: allontanatosi dalla famiglia estesa, ora il lavoratore si isola anche dalla società nel quotidiano, riducendo sempre più i rapporti casuali con persone diverse. a causa dell’isolamento fisico all’interno del veicolo, le interazioni tra automobilisti, ciclisti e pedoni sono ridotte al minimo livello di comunicazione possibile: occhiate, gesti, parole non udibili, rivolte più a esprimere le proprie emozioni a sé stessi che a comunicare con l’altro.

la riduzione dei contatti quotidiani con persone non appartenenti alla famiglia ristretta ha avuto l’effetto di ridurre la capacità di confrontarsi col diverso da sé: come la famiglia nucleare riduce la capacità di empatia dell’individuo, l’automobilista, isolato nel suo abitacolo, perde la capacità di interagire in modo culturalmente produttivo con gli altri perché non deve confrontarsi quotidianamente con persone appartenenti a culture diverse, come accadeva quando camminavamo o usavamo i mezzi pubblici.

l’automobile funziona come un media che filtra la comunicazione, impoverendola. ha poca banda emotiva, consente solo un linguaggio povero e basico, impedisce lo scambio e la comprensione.

internet, pur avendo potenzialmente una banda di modalità espressive più ampia, sembra avere un effetto simile: riduce le capacità empatiche delle persone, che faticano a mettersi nei panni dell’altro e spesso riducono lo scambio a conflitto. l’impossibilità di vedere la persona davanti a sé sembra disumanizzarci nel contesto del dibattito online, nel senso di diminuire la nostra capacità di considerare l’interlocutore come un essere umano con gli stessi diritti, le stesse imperfezioni e le stesse fragilità che esibiamo noi, e delle quali non riusciamo a essere consapevoli. questa non è necessariamente una caratteristica del media, ma un effetto dovuto alla nostra immaturità nell’usarlo.

 

l’isolamento geografico della famiglia nucleare, quello spaziale dell’automobile, quello visivo della Rete ci hanno gradualmente disabituato all’empatia e ad alcune delle più basilari regole di rispetto sociale. in automobile gridiamo parole che ci guarderemmo bene dal pronunciare se stessimo passeggiando, su Internet scriviamo cose che non potremmo mai dire di persona allo stesso interlocutore.

bisogna reimparare il rispetto, la considerazione dell’interlocutore, la capacità di rivolgersi agli altri come persone e non come oggetti. bisogna reimparare l’empatia, e per farlo è necessario un sforzo continuo di consapevolezza di chi abbiamo davanti, dei suoi diritti e del suo essere un nostro pari, meritevole dello stesso rispetto che esigiamo da lui. bisogna reimparare a non considerarsi al centro dell’universo.

 

foto di ElenahNeshcuet da flickr

Trova i tuoi stalker su Facebook: la mezza bufala di fine 2012

Sta girando parecchio un post che ripropone un trucchetto, molto discusso già mesi fa, che consentirebbe di visualizzare l’elenco dei follower che visitano più frequentemente il nostro profilo Facebook.

Il tutto parte dall’analisi del codice sorgente del profilo Facebook, che può essere effettuata da chiunque con un browser evoluto (su Chrome: tasto destro -> visualizza sorgente pagina). Una volta aperto il codice della pagina del proprio profilo, con CTRL-F si cerca la stringa “OrderedFriendsListInitialData“, che è seguita da una lunga lista di numeri.

Quei numeri sono codici che corrispondono ai profili dei nostri amici: incollandone uno per volta nella barra degli indirizzi del browser dopo https://www.facebook.com/ è possibile visualizzare i profili degli utenti che – secondo la teoria – sarebbero i più frequenti visitatori del nostro profilo, in ordine decrescente di maggior frequenza di visite. Secondo l’interpretazione, sarebbero quelli tra i nostri amici che vengono regolarmente a visitare il nostro profilo, si presume per interesse nella nostra persona.

Facebook ha già dichiarato più volte che non è così (è il genere di funzione che può facilmente generare frizioni sociali e problemi relazionali, cose che in Facebook sono attentissimi a evitare) ma anche non volendosi fidare, ci sono elementi che fanno pensare che l’interpretazione di quei codici come “i nostri stalker” non sia così attendibile.

Il codice presente in una pagina solitamente serve a generare qualcosa in quella pagina, e non c’è nulla sul nostro profilo che indichi i visitatori più frequenti: c’è invece un riquadro che mostra una selezione dei nostri amici. Quei codici potrebbero essere i dati di origine del riquadro Amici (e della pagina a cui si accede cliccando visualizza tutti), in cui compare sì una selezione dei nostri contatti, ma senza una correlazione diretta al numero di loro visite sul nostro profilo.

Secondo altri si tratterebbe di una “preparazione” degli amici di cui è più probabile che desideriamo ricercare il profili e contenuti, precaricati nel codice della pagina per velocizzare la ricerca.

Comunque sia, probabilmente quella selezione di utenti è frutto dell’algoritmo Edgerank – quello che determina quali contenuti ci vengono mostrati e quali no – applicato alle amicizie. Le foto degli amici che vengono mostrate sono presumibilmente una selezione tra gli identificativi utente dei nostri “migliori amici”, una lista prodotta dall’algoritmo che, come nel caso dei contenuti, è ottenuta pesando e incrociando una quantità di fattori diversi, tra cui le page view, i commenti, i like e in generale le interazioni reciproche tra persone. E’ probabile che il tagging sulle foto e negli eventi abbia un peso molto forte sull’algoritmo.

Lo stesso nome della variabile (“OrderedFriendsListInitialData“, cioè qualcosa che suona come “dati iniziali della lista degli amici in ordine”) lascia intuire che si tratti di una base dati usata per ordinare una lista di amici.

Per gli elementi che abbiamo a disposizione, la lista di contatti presente nel codice sorgente del nostro profilo non rappresenta le persone che lo visualizzano più spesso, ma una selezione secondo criteri sconosciuti di amici con cui abbiamo particolari affinità, derivate dal fatto che spesso interagiamo con i loro contenuti, e loro con i nostri.

Potrebe essere semicorretto affermare che si tratta di una lista di affinità elettive (o se non altro più elettive della media) in base alle interazioni che avvengono tra persone, e in particolare attraverso i contenuti che le persone esprimono. Quindi non è del tutto sbagliato affermare che tra quelle persone probabilmente ci sono quelle a cui piacciono di più i nostri contenuti, ma ci sono interazioni che esprimono un valore qualitativo della relazione (il like, il commento) e azioni più “quantitative” (il tagging, la presenza negli stessi luoghi): nessuna di queste rappresenta necessariamente un interesse affettivo, tantomeno un’intenzione di stalking).

La cosa veramente interessante però non è l’algoritmo o il suo funzionamento, quanto l’interesse che ha suscitato e le fantasie che ha scatenato. Ancora una volta una modalità di interazione “nuova” conferma una caratteristica umana “vecchia”: tutti desideriamo piacere, tutti siamo interessati a sapere a chi piacciamo, il bisogno di essere apprezzati e amati è una caratteristica fondamentale e un bisogno primario della natura umana.

 

foto di gopal1035 da flickr

Internet bene comune, adesso.

Ovviamente, solidarietà per le famiglie coinvolte dai terremoti in Emilia e massimo rispetto per l’efficienza e la civiltà del popolo e delle istituzioni emiliane. Da modenese so che l’Emilia ha una cultura sociale, politica ed economica in grado di affrontare una catastrofe naturale con una rete di solidarietà ed efficienza nei soccorsi, nelle procedure e nelle strutture che è forse unica in Italia.

Non a caso la prima esigenza emersa sui social network non è stata di soccorsi, di aiuti, ma di accesso: aprite i wifi, si diceva. Mettete a disposizione connessione utile. Richiesta emersa dalle persone, a cui si sono accodati gli stessi fornitori di connettività che tutti gli altri giorni dell’anno ti installano un router chiuso. Lo stato e le autorità locali no: non potevano. Perché c’è un decreto legge assurdo e pretestuoso, ma anche mai abrogato, che vieta i wifi aperti, in qualunque situazione.

Ricevendo via twitter da Orlando la proposta di creare una mappa collaborativa dei wifi aperti in zona mi sono chiesto: ma perché? Perché in una situazione di emergenza in una delle regioni più evolute al mondo ci si deve ridurre a pensare a un’iniziativa privata, non organizzata e molto probabilmente poco efficiente per fare qualcosa – garantire la massima connessione possibile tra i nodi della Rete – che non solo ha una effettiva utilità in caso di emergenza, non solo dovrebbe essere già garantita dallo Stato o dalle istituzioni regionali, ma contiene già questa possibilità nella sua natura, a costo zero?

Ne ho avuto la conferma quando ho cercato di chiamare al cellulare mia mamma e mi sono imbattuto in un’assenza di servizio mai vista prima. Il perché è ovvio: la rete cellulare è una tecnologia tradizionale e ormai obsoleta che risale a 40 fa e non ha possibilità di evolvere in modo significativo: ha una capienza massima di accessi, in caso di emergenza salta, così come le linee telefoniche tradizionali, i trasporti, tutto quello che è basato su infrastrutture gerarchiche e chiuse, basate su logiche proprietarie di controllo e non scalabilità precedenti alla Rete.

Come in tutti i casi di servizi erogati attraverso strutture e protocolli privati, nel momento dell’emergenza il sovraccarico causa il blocco. Accade con l’elettricità, la telefonia, i trasporti. Non parliamo poi del petrolio. E’ il primo problema in causa di emergenza: il picco di uso blocca il sistema.

Ma internet è l’unico servizio che pur dipendendo da strutture centrali ha una straordinaria capacità pervasiva di sopravvivere: per sua natura Internet rerouta le richieste grazie a protocolli aperti e alla capacità di non fare distinzioni tra chi si collega e con che scopo: la natura aperta del sistema è anche la sua forza.

E allora qui la questione vera è: perché, vista la sua importanza, la sua strategicità in termini di accesso, soccorso, assistenza, perché questa straordinaria capacità di interconnessione non è considerata dalle autorità, che siano locali o centrali, come un bene comune da garantire a tutti? Perché la possibilità di chiamare un’emergenza è prevista nella telefonia cellulare ma non per quanto riguarda la Rete?

Perché le istituzioni locali (emiliane, nello specifico) hanno sempre avuto posizioni forti e politiche sull’acqua-bene-comune, ma non hanno mai osato fare la cosa più logica, semplice, sensata, socialmente necessaria: sfidare quell’assurdità che sono i decreti (obsoleti, inutili, odiati da tutti) che impongono il riconoscimento dell’identità utente e dire: sai che c’è, Stato? Io voglio che i miei cittadini abbiano accesso alla Rete sempre e comunque, in caso di emergenza ma anche tutti i giorni. Almeno per strada, gliela do io, senza se e senza ma.

La Rete è un bene comune, una risorsa necessaria, l’unica infrastruttura nazionale e globale che grazie al suo essere aperta e basata su standard pubblici è in grado di connettere tutti a tutti istantaneamente, e superare danni fisici al sistema. E’ una risorsa vitale non solo in caso di emergenza (che già dovrebbe bastare per garantirla) ma ogni giorno a tutte le persone che possono avere bisogno nei momenti più imprevisti di accedere alle autorità, ai dati e a informazioni vitali, alla solidarietà dei loro concittadini. Semplicemente, ai loro cari.

E questo è solo l’inizio, nessuno può dire oggi cosa ci consentirà di fare la Rete in futuro, una volta che sarà liberata: è un media in continua, rapidissima evoluzione a cresce di valore a tassi che le altre tecnologie si scordano. E’ l’unica risorsa in grado di mantenere collegate le persone, collettivamente, in qualunque evento, e di evolvere e adattarsi a qualunque situazione. Perché questo non è riconosciuto come vitale, strategico, un diritto civile? Ancora di più (pare): una questione di sicurezza nazionale? Che cos’è la sicurezza nazionale se non, prima di tutto, la sicurezza dei cittadini?

Le tecnologie di copertura a livello di città esistono e in alcuni luoghi, dalla Lituania alla California, sono attive da anni: perché la Regione Emilia Romagna e i comuni emiliani, simboli dell’eccellenza civile italiana, ancora non hanno il coraggio di sfidare un decreto accidentale, maldestro e inutile, fonte di imbarazzo per tutta la nazione, e dare ai loro cittadini una connessione aperta, stabile, ubiqua, vitale in caso di emergenza?

Ma davvero: cosa stiamo aspettando?

 

 

immagine di sjcockell da flickr

alone together di sherry turkle: i social media ci rendono davvero “soli”?

è uscito (anche in italiano) il nuovo saggio di Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, in cui la ricercatrice di scienze sociali che è stata tra le prima a studiare le community e la socialità online traccia il ritratto di una società assorbita dallo strumento (cellulare, tablet) come soluzione ai propri bisogni di socialità. non l’ho ancora letto ma mi pare di capire che la tesi sia che stiamo rinunciando alla conversazione umana in favore della velocità e dell’ipersemplicità delle relazioni digitali, il che ci consente di riempire spazi “vuoti” e ci costringe a delegare le interazioni umane al digitale.

al di là dell’indiscussa competenza della Turkle, che non è in discussione, leggendo le sintesi che ne fanno i magazine (quindi, molta prudenza) il sospetto è quello di una tesi parziale, che tiene conto degli svantaggi ma sembra meno attenta al lato consapevole e ai vantaggi di questo utilizzo della tecnologia.

perché nulla ci dimostra che si tratti di una scelta subìta e non cercata. è indubbio che, se parliamo di relazioni e conversazioni, il web sia molto più ricco di possibilità e opportunità di qualunque piazza. poi è vero che a volte (spesso) queste conversazioni sono necessariamente semplificate, sintetizzate, ridotte ai minimi termini, e questo per la complessità dei ragionamenti – come per l’utilizzo della lingua – è un limite. ma davvero non è una scelta, accettare questo limite in favore della varietà umana, di reazioni e di idee, molto maggiore e più selezionata a cui ci consentono di accedere in social media? parafrasando (e ribaltando) Guzzanti: sconosciuto per strada, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?

mi sembra – è una convizione diffusa che mi lascia sempre perplesso – che la preoccupazione per l’auto-isolamento reso necessario dall’utilizzo di interfacce totalizzanti, e soprattutto la denuncia della perdita delle interazioni umane casuali sia vista come un processo disumanizzante di cui siamo vittime, mentre sono abbastanza convinto che sia una scelta almeno in parte consapevole: l’accettazione di piccoli svantaggi per potere ottenere grandi vantaggi.

poi è vero che l’assorbimento totale della nostra attenzione da parte dei cellulari ci impedisce, o rende più difficile, vivere la città, osservarla, studiare le persone. stiamo un po’ perdendo la curiosità e l’allenamento a osservare il genere umano in azione (sempre che li si abbia mai avuti). e così la capacità di osservare la complessità di relazioni e rapporti di potere che si sviluppano continuamente, in modo fluido, al livello stradale delle attività umane. ma siamo certi che sia una limitazione del tutto subìta? siamo certi che prima lo facessimo, invece di essere assorbiti non da un cellulare ma dai nostri pensieri? e dedicarsi in solitudine ai propri pensieri ha davvero, in senso assoluto, maggior valore che condividerli con gli altri e ottenerne una conversazione?

 

 foto: Das Fotoimaginarium

 

la televisione è un mobile che sta in soggiorno

“io non ho la televisione” di per sé significa “non possiedo l’elettrodomestico TV” ma spesso contiene diversi significati impliciti. a seguito di questo status update su facebook e friendfeed:

“Non ho la televisione”: sono sempre stupito da questo accanirsi sull’apparecchio con lo scopo voodoo di ucciderne i contenuti, parlando del media”

ho raccolto una serie di significati di quella frase, cioè disvalori che si attribuiscono alla “televisione”:

– trasmette contenuti e informazione di pessima qualità
– è diseducativa per i bambini
– porta via tempo e energie vitali
– trasmette cose che non mi interessano
– rappresenta una realtà noiosa, non interessante, demenziale o becera
– è passiva e non consente di essere produttivi
– cambia il rapporto tra le persone anche se è spenta
– non possederla è una dichiarazione d’intenti

come si vede subito, quasi tutte le critiche sono ai contenuti, non all’oggetto né al media TV. più precisamente, mi permetto di indovinare, sono ai contenuti mainstream, trasmessi in orari di punta sui canali di maggiore ascolto. perché nessuno può, credo, negare che considerando l’intera offerta dei contenuti forniti attraverso il mezzo televisivo esistano contenuti di informazione, di cultura e di intrattenimento di qualità.

per dire che se rifiutare il televisore significa rifiutare in blocco la televisione, cioè il media compresi i contenuti, ciò significa anche disinteressarsi del cinema trasmesso in TV in un momento in cui le sale di provincia chiudono, di quello straordinario rinascimento del media che sono le serie TV, dell’offerta culturale, informativa e di inchiesta presente sui canali satellitari e digitali, italiani e esteri. significa rifiutare Report, Rai News, l’informazione di Al Jazeera, le inchieste e i documentari della BBC, HBO, Comedy Central, la storia dell’arte di Philippe Daverio, Rai Storia, Rai Scuola e una coda lunga di canali culturali, artistici e musicali da tutto il mondo trasmessi sul satellite in chiaro. rifiutare la televisione significa rifiutare un bel po’ di cultura accessibile gratuitamente.

non solo. all’atto pratico, senza entrare nella massmediologia mcluhaniana che è un altro campo da gioco, ai fini culturali il media è un veicolo neutro: quello che cambia sono la qualità e l’utilità dei contenuti rispetto al singolo spettatore. la convinzione diffusa che leggere un libro sia tempo investito in modo più produttivo e educativo che guardare la TV è del tutto infondata, se non la si contestualizza rispetto al singolo spettatore. e non v’è dubbio che rispetto a chiunque guardare un documentario della BBC o un film di qualità sia culturalmente e educativamente più produttivo che leggere un libro della Fallaci o la saga di Twilight. quale sarebbe la nostra reazione se qualcuno a una cena dicesse “io non leggo cose stampate su carta”? perché invece troviamo così alto e nobile affermare “io non guardo la TV”?
demonizzare il media, addirittura l’elettrodomestico, mi sembra non solo alimentare un equivoco ma esercitare un esorcismo, piantare spilloni in una bambolina voodoo.

quello che probabilmente si intende comunemente come TV è in realtà quella fascia di programmi di intrattenimento generalista progettati per un grande pubblico indifferenziato che ormai si identifica con il target principale del prime time RAI: over 65, del sud italia, a bassa e bassissima scolarizzazione. la tv del sabato sera, della domenica pomeriggio, il prime time, certe fasce pomeridiane e mattiniere da casalinghe non sono la Televisione, sono la parte più visibile dei contenuti televisivi. sono la più esposta perché sono negli orari in cui la maggior parte di noi può trovarsi davanti alla TV.

sorvolo sul fatto che un programma a basso o bassissimo contenuto culturale può essere di gradevole intrattenimento, e mi piace pensare che si possa concordare che non farà alcun danno se a scegliere di guardarlo è una persona matura e che ha già compiuto il proprio percorso di evoluzione culturale. se davvero qualcuno sostiene che dopo aver guardato un episodio di Jersey Shore si sia diventati un po’ più scemi, sarei davvero curioso che mi mostrasse i dati scientifici che lo dimostrano.

il fatto è che l’altissima diffusione del media e l’assenza di filtri in accesso ha reso la TV straordinariamente appetibile dal punto di vista commerciale, soprattutto da parte del largo consumo con un mercato indifferenziato, e come veicolo di propaganda attraverso l’informazione, col risultato inevitabile di trasformarlo in un collettore di contenuti mirati al mercato del largo consumo e in un megafono di cattiva informazione inquinata dalle esigenze della propaganda politica.

ma la critica al media come entità maligna che ruba tempo e energie che si potrebbero dedicare ad altro è in realtà una critica a una parte di noi che non ci piace, cioè una resa. è la lamentela del tossico che attribuisce la colpa del suo stato alla droga. non è il contenuto che ipnotizza la persona, ma la persona che sedendosi davanti al televisore senza progetto (cioè senza aver operato la decisione volontaria e ragionata di vedere qualcosa che ha scelto) decide in autonomia di farsi ipnotizzare da qualunque cosa passi sullo schermo. non è la TV ad essere diseducativa: siamo (semmai) noi che ci diseduchiamo se accettiamo di guardare qualunque cosa, anche quelle che non ci interessano o non sono adatte a noi.

sulla libertà delle altre persone di guardare contenuti che noi consideriamo di bassa qualità, sul (presunto) effetto diseducativo che tali contenuti fanno sulla società, sul dovere delle emittenti di trasmettere contenuti educativi, sull’effetto di Mediaset sull’Italia degli ultimi 30 anni non mi pronuncio perché è sono temi davvero troppo ampi.

mi resta però ancora da capire perché alcuni media siano di per sé buoni e altri cattivi. se la TV è passiva, i libri non sono meno passivi della televisione. se la TV ha contenuti di cattiva qualità, non è che su Internet siano solo di sonetti di Shakespeare (e per fortuna). quello che fa la differenza sono le scelte che operiamo noi nell’utilizzare il media. e qui sta la diferenza tra la Rete e la TV: la maggior parte dei contenuti sugli altri media sono utilizzabili quando decidiamo noi (un libro lo prendi in mano quando vuoi, Internet è on demand e ti permette di farti il palinsesto) mentre la TV (e la radio) di per sé costringe a vedere cosa passa in quel momento. questa è l’unica differenza di valore che vedo tra i due media (e per cui esistono, fortunatamente, dei rimedi tecnologici).

con queste premesse, se “non guardo la TV” – in particolare se intesa come “tutti i contenuti prodotti e trasmessi in televisione” – è una dichiarazione di intenti, mi chiedo quale sia, questa dichiarazione: “desidero limitare volontariamente la scelta di contenuti a mia disposizione”?