Documentare il presente per il futuro

Una delle cose su cui ragiono in questi tempi è la documentazione fotografica e in video degli eventi salienti della mia vita, quello che oggi in modo un po’ snob si definisce narcisismo social, il “fotografare invece di vivere” su cui tanto è stato scritto, anche nello studio dei media.

Non ci penso perché mi preoccupi di perdermi esperienze, e non la vedo tanto in termini di testimonianza per la mia rete sociale (cioè anche: la socialità online ha un valore innegabile nelle nostre vite, non mi sembra si possa negarlo), quanto in termini di costruzione di memoria per il futuro.

Una cosa che ho capito della terza età è che i ricordi, e le immagini ad essi associati, hanno valore nella vita di un anziano. Ho molti ricordi di nonne che sfogliano per ore – prima insieme al me piccolo, poi davanti al me adulto – migliaia di fotografie pescate da grandi scatole di latta con pubblicità degli anni 60. I maschi meno, devo dire.

Ma nella terza età il ricordo, e il supporto fotografico al ricordo, devono assumere un valore che in età più giovane è difficile da immaginare, e se quel valore rappresenta qualità della vita in una fase in cui c’è molto tempo da passare e poche cose interessanti da fare, perché non pensare a produrre oggi i contenuti che serviranno a generare quel valore?

In quest’ottica diventa sempre più importante documentare fotograficamente (e in video) il presente. Sarà il caso di farlo solo con le esperienze memorabili, o anche con il quotidiano? Quali saranno le tecnologie future che ci permetteranno di cucire assieme queste memorie in una narrazione continua e seamless del passato?

Cosa, quanto e come potremo rivivere delle nostre vite, avendo a disposizione i materiali foto e video? Potremo navigarli in 3D come se fossimo in un mondo online permanente? Da dove lo prenderemo il suono per fare da colonna sonora alle immagini?

La scommessa, se devo farne una, è che avremo presto (10, 15 anni) tecnologie in grado di registrare in audio-video 3D ogni momento delle nostre vite, ed estrapolarne i momenti salienti per costruirne una narrazione documentaristica. (Fino al giorno in cui, magari, scopriremo qualcosa come la memoria del DNA, cioè che il corpo umano salva la nostra intera esistenza grazie alla capienza delle catene di nuclei a spirale che contengono la memoria della nostra specie?)

E a quel punto si tratterà solo di accedere a questi dati e passare gli ultimi mesi o anni della nostre vita con la possibilità di riviverla interamente come spettatori o protagonisti, a seconda del grado di interazione consentito dalle tecnologie.

Un limbo di non coscienza del presente, un sottrarsi alla vita che in età attiva rappresenterebbe una patologia, ma in età avanzata può essere un preludio accettabile, anzi auspicabile, a una dolce morte, molto più dell’attuale gestione ospedaliera della malattia.

(Interessante al riguardo il lavoro che Facebook sta facendo sugli ambienti 3D)

 

la tutela della privacy dello smartphone (Android)

nessun Presidente ha mai messo troppo il bastone tra le ruote alle agenzie governative riguardo al controllo delle masse tramite i sistemi informatici, e considerata la sostanziale carta bianca che Trump prevedibilmente darà a FBI e NSA, se abbiamo mai considerato di viaggiare negli USA al riparo da occhi indiscreti, questo potrebbe essere un buon momento per iniziare ad anonimizzare le nostre attività sullo smartphone.

e non è solo Trump: già da anni negli USA di Obama l’Immigration prende le impronte digitali e può legalmente pretendere di farsi una copia del nostro smartphone, quindi è da considerare l’idea di viaggiare nei paesi che violano d’abitudine la privacy di cittadini e visitatori (USA, UK, Cina, India, Russia, Arabia Saudita, Cuba, Turchia, Iran, Pakistan, Vietnam, entrambe le Coree, e molti altri) con uno smartphone “vergine” e non loggato a social media o servizi identificativi.

se però – ed è il caso della maggior parte di noi – farlo è impensabile, o troppo sbattimento, ci sono alcune contromisure preventive che ci vengono in aiuto: prima di tutto criptare gli hard disk dei computer, poi usare i software di anonimato.

premesso che non sono un pro dela sicurezza quindi possono esserci inesattezze, ecco alcune dritte per tutelare un po’ di più la nostra privacy, nel quotidiano e in viaggio, su Android (sono tutte legali):

1) gli hard disk dei PC e degli smartphone possono essere facilmente criptati (cioè resi illeggibili a chi non sia in possesso di una password) dalle impostazioni, ma spesso la criptazione è disattivata di default, quindi va attivata volontariamente. su OSX è nella sezione Security e Privacy / FileVault, su Android è sotto Sicurezza / Crittografia.

2) per avere una ragionevole speranza di anonimato e non tracciabilità da parte dei siti che visitiamo o i contenuti che scarichiamo (il sistema operativo del telefono sa sempre dove siamo e chi siamo, quindi da quello non c’è difesa) ci sono due software standard:

il primo è una VPN, che ha il compito (per i nostri scopi) di mascherare la nostra posizione, IP e geografica, permettendoci di fingere di collegarci da un altro paese e impedendo a chi ci osserva di tracciare il nostro vero IP (che è quello che ci identifica per esempio in caso di accesso a bittorrent o simili sistemi di download).

le VPN sono tante, sono a pagamento (quelle gratis sono da evitare): io uso AirVPN, gestita da attivisti per la privacy italiani. ha un’app per PC (Win, MacOS, Linux), è configurabile a livello di router, e su Android si può portare tramite l’app OpenVPN.

il secondo è TOR, un software di anonimizzazione che fa passare la nostra connessione attraverso una serie di “nodi”, rendendo molto difficile identificare il nostro accesso originario alla rete.

TOR è installabile tramite il TOR browser dedicato, da usare per le ricerche sensibili poiché con Chrome non si è mai sicuramente anonimi. Su Android io uso Orbot e il browser sicuro Orfox.

probabilmente nessuno di questi due sistemi mette totalmente al sicuro da una ricerca specifica di un’agenzia governativa, ma usarli insieme aumenta grandemente la nostra probabilità di essere anonimi in rete.

3) usare il motore di ricerca DuckDuckGo e non Google per le ricerche. DuckDuckGo (sostiene di) non tracciare i propri utenti, mentre sappiamo che Google tiene traccia delle ricerche che abbiamo effettuato e su quali siti, associate, appena riesce a farlo, alla nostra identità. DuckDuckGo ha un’app per Android.

4) oscurare con un pezzo di nastro isolante nero la telecamera del proprio PC, e quella frontale dello smartphone (i selfie possiamo imparare a farli con quella posteriore, che vengono anche meglio).

per i microfoni, si può inserire un jack tagliato dai cavi di da un paio di auricolari DOTATI DI MICROFONO nella presa per le cuffie del PC, lasciando inserito nel PC solo il jack.

5) evitare di pubblicare sui social media – soprattutto come foto profilo – immagini in cui compare il nostro viso intero e ripreso frontalmente, associato al nostro nome completo. parziali mascheramenti del viso rendono un po’ più arduo il riconoscimento facciale: lo scopo qui è cercare di evitare che sia possibile costruire un database di nostri ritratti abbastanza nutrito da permettere il riconoscimento facciale automatico, che, come insegnano da molti anni i film d’azione, può essere eseguito in tempo reale sulle telecamere di sicurezza.

6) evitare di usare sistemi di sblocco dello smartphone con l’impronta digitale, ovviamente (anche perché le autorità in genere possono imporre lo sblocco col dito, ma non possono legalmente obbligare a dare le password).

7) per quanto riguarda i social media, beh, essendo progettati proprio per gestire dati sensibili (le nostre opinioni e la nostra localizzazione), la cosa diventa ancora più delicata. è consigliabile evitare di usare app come quella ufficiale di Facebook, che richiedono permessi di accesso a praticamente qualunque aspetto del telefono e del sistema operativo (identità, video attraverso la fotocamera, audio attraverso il microfono, immagini della gallery, rubrica degli amici, luoghi in cui siamo stati…).
io uso la versione mobile di Facebook attraverso browser, oppure un’app che si chiama Tinfoil ed è semplicemente un’interfaccia alternativa del browser. svantaggio: in questo modo i messaggi privati non sono accessibili, ma è importante sapere che installare l’app ufficiale o Messenger significa aprire a Facebook una quantità di accessi ai dati sul nostro smartphone, di alcuni dei quali potremmo persino non essere a conoscenza.

infine, vale la pena di notare che non esiste niente che ci renda veramente invisibili. teniamone conto.

 

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Foto di Simon Yeo su flickr

 

Perché ho comprato una Fujifilm X30

Sono tanti anni che fotografo. È sempre stata una passione intima e silente, nel senso che mi diverto a farlo quasi sempre da solo, ma ormai raramente pubblico le foto che faccio. Non perché le mie foto non mi piacciano – anzi mi piacciono troppo: come quasi tutti non ho un criterio critico obiettivo – ma restano mediamente una cosa mia.

Fatto sta che ho avuto parecchie fotocamere sia digitali che a pellicola, a partire da una prima, fantastica Lubitel della Lomo che ho ancora, e da cui ho imparato parecchio. Certo meno che dalla prima reflex, una Fujica ST605N che ho usato molto più a lungo, in età più adulta.

Questo per dire che ho abbastanza chiaro cosa cerco quando devo scegliere una fotocamera, e per spiegare i criteri che ho applicato nella scelta della mia nuova Fujifilm X30, che magari possono essere utili ad altri. In effetti mi è capitato spesso che amici mi chiedessero “che macchina comprare”, che messa così è una domanda senza risposta.

Ci sono alcuni macro-criteri che secondo me orientano la scelta, o almeno la scrematura iniziale del fotoamatore, che sia o meno esperto. In ordine di priorità i miei sono – come per quasi tutti – il prezzo, seguìto dalla sensazione che dà la macchina in mano (chiamiamola maneggiabilità?) e dalla compattezza. Ho una reflex (una EOS 550D) che amo molto ma è diventata troppo ingombrante da portarmi dietro, e so che d’ora in poi acquisterò solo compatte che possano starmi in tasca o al massimo in una custodia che possa indossare, per esempio alla cintura. Dopo tanti anni non voglio più girare con tracolle strozzacollo in vita mia. (A questo proposito, uso con soddisfazione una comoda polsiera elastica che si sfila rapidamente, non si attorciglia e non ingombra la spalla).

Nei miei criteri prioritari di scelta di una fotocamera seguono caratteristiche tecniche come mirino ottico, luminosità dell’ottica, funzioni evolute della fotocamera e dimensioni del sensore; e nota bene: quello che molti che si fanno guidare dalle prestazioni considerano il criterio principale (le dimensioni del sensore, i megapixel) è solo al sesto posto nella mia classifica. Perché io non devo stampare e non faccio shooting di moda: le foto le pubblico su Instagram o Flickr, e 40 megapixel non mi servono a niente.

Ultimo criterio di scelta, ma non secondario, l’estetica.

E qui cominciamo a capire qual è la mia fotocamera ideale (attenzione, ognuno deve scoprire la sua: sto illustrando un percorso di scelta razionale).

La mia è una compatta, che sia facilmente trasportabile ma non da taschino perché voglio impugnarla con soddisfazione. Ha un’ottica zoom fissa (non ho mai più intenzione di portarmi dietro una borsa con gli obiettivi) ragionevolmente estesa ma non necessariamente estesissima: rinuncio volentieri al tele per un grandangolo generoso. Ha un’apertura idealmente fissa di almeno f:2, meglio f:1,8, e nel caso non sia fissa, accetto al massimo un f:2,8 a estensione massima dello zoom, perché la luminosità è quasi tutto.

Deve avere un mirino ottico perché l’esperienza fotografica per me passa attraverso l’accostare l’occhio a un mirino nel quale ho tutte le informazioni possibili sulla foto che sto scattando. Come in una reflex.

Deve inoltre avere delle funzioni evolute di gestione dell’immagine che mi permettano di fare cose da reflex come il bracketing, la doppia esposizione e, ultimi arrivati, i filtri in stile Instagram applicati direttamente alla foto e visibili nel mirino. Perché non ho più voglia di fare ore di postproduzione: voglio postare subito, al volo. per questa ragione, deve avere il WiFi ed essere associabile allo smartphone per pubblicare in tempo reale, che è parte importante del mio lavoro.

Deve, inoltre, avere un’estetica che ricorda una reflex vera. Per questioni affettive, psicologiche e motivazionali.

Insomma, mi serve una reflex che – pur con compromessi – stia in una compatta, con mirino ottico, più funzioni di scatto possibile, filtri, e uno zoom luminoso e che non costi più di 4-500€.

Per questo ho volentieri accettato compromessi sulle feature tecniche – come dicevo non sono un fan delle prestazioni estreme – e ho scelto una Fujifilm X30, che ha un fantastico mirino ottico accoppiato a un sensore di qualità, pur con dimensioni piuttosto ridotte (2/3, 12 megapixel).

La sensazione di scattare con l’occhio al mirino, di tenere una vera “macchina fotografica” in mano, e le funzioni che mi consentono di scattare con diverse simulazioni di pellicole classiche, di applicare filtri tramite l’anello sull’obiettivo e di fare upload in tempo reale via smartphone, sono quello a cui tengo. Rinuncio volentieri a foto in RAW da 50 Mb per fare al volo scatti di street photography contrastata e definita da postare su Instagram, che è quello che mi diverte. Il tutto con una macchinetta ragionevolmente piccola e leggera, con un’estetica retro accattivante, menu comprensibili e una quantità di funzioni che non ti aspetti da una compatta.

Questa è la mia macchina, ciascuno deve trovare la sua.

 

Fujifilm X30

10 risorse per trovare film di qualità da vedere su Netflix

Poiché finalmente (nel bene e nel male, non fatemi iniziare su pro e contro) è arrivato Netflix in Italia, e poiché condividere risorse utili è la mia mission in questa vita (nella prossima sarà salvare vergini dagli zombie) ho pensato di fare una minilista di risorse online che, se usate coscienziosamente in congiunzione con Netflix – e, chi vuole, altre fonti – possono aiutare a passare serate spensierate davanti alla TV, da soli o in coppia.

Disclaimer: trattasi di minilista che, vista l’enorme quantità di risorse esistenti in rete, che vanno dal blasonato all’ultra-indie, non ha la minima pretesa di essere non dico completa, ma nemmeno accettabile come “parziale”.

Inoltre, questa è l’occasione per fare finalmente anche io un post che inizia con “10 cose…”

I consigli della casa per una corretta visione:
TV dai 40″ in su full HD, seduta a non più di due metri, impostazioni dello schermo per vedere al meglio i film (settaggio: Cinema), luci spente in sala, telefono su silenzioso, acqua/birra a portata di mano.

 

Vedere (e ricercare) tutti i film che sono disponibili su Netflix in Italia:

Su it.allflicks.net
ci dovrebbero essere tutti, ordinabili per criterio (titolo, anno, genere, voto, data di disponibilità) e ricercabili.

Idem su netflixitaly.netflixable.com
divisi per New Movie Arrivals, New TV Arrivals, Alphabetical List, Release Date List.

 

Liste di film da vedere:

Ci sono mille post su blog e social media che consigliano film da vedere per questo o quel tipo di pubblico. I più interessanti (per me) sono quelli che elencano i gioiellini misconosciuti, cioè film indipendenti, scarsamente marketizzati, low budget o che non hanno avuto distribuzione in Italia ma particolarmente riusciti, originali o appassionanti.

Alcune di queste liste si trovano su Imgur. Purtroppo sono basate sull’offerta USA e da una prima ricerca mi risulta che quasi nessuno di questi film sia presente su Netflix Italia, che ha purtroppo un catalogo molto limitato rispetto agli States. Acquisire l’accesso al catalogo USA diventa quindi una priorità.

Low budget, high concept

18 Best Movies On Netflix You Haven’t Seen Yet

Ultimate Neflix Compilation
(Una lista di liste di film)

Ci sono anche tante risorse in forma di siti web, come goodmovieslist.com

 

Letterboxd è un’altra risorsa utile poiché, pur essendo principalmente un social network di recensioni, permette di vedere in quali liste è stato incluso un film che ci è piaciuto, quindi scoprire film di qualità per prossimità.
letterboxd.com

Un’altra risorsina piccola e misconosciuta che esiste da tanti, tanti anni e mi ha dato grandi soddisfazioni è GNOD, il Global Network of Dreams di Marek Gibney, che permette di scovare film, dischi, libri, opere d’arte o prodotti per affinità. Prezioso.

Vai sulla movie map, digiti il titolo e voilà che gli esplode intorno una galassia di film simili, posizionati in base alla prossimità.
Lo trovo molto affidabile: www.movie-map.com

 

Capire se un film merita di essere visto:

Qui ognuno ha i suoi metodi e le sue fonti quindi quello che scrivo è del tutto soggettivo. Diciamo che se il film è distribuito in sala in Italia tendo a andare a vedere che ne dice www.mymovies.it

Sul cinema internazionale uso il voto medio e i giudizi di Rotten Tomatoes con lo stesso criterio con cui uso quelli di Tripadvisor: con molta cautela e pesandoli in base al tipo di pubblico che vota e scrive recensioni.
www.rottentomatoes.com

Un approccio un po’ più mainstream sono i voti di Imdb (ovvio).
www.imdb.com

 

Risorse di critica cinematografica in Italia ce ne sono millanta, a partire dai due principali dizionari del cinema italiani che non amo troppissimo e comunque non sono accessibili online, quindi non entro nemmeno nella questione: ognuno usi quella a cui è abituato.

Alla fine i link sono 11, va sempre a finire così.

 

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editore, fammi pagare come alla Festa dell’Unità

In casa mia nel Novecento si leggeva un quotidiano al giorno, due magazine settimanali, due o tre mensili.

Oggi, andando sulla history del browser a fine giornata e contando le testate su cui ho letto qualcosa, supero ampiamente le 30. In un mese leggerò, ed è una stima prudente, su almeno un centinaio di testate diverse. Ogni anno saranno, quante? 400?

Nel 2015 il modello di abbonamento alle testate è ancora quello di fine ‘900: l’editore ragiona come se ognuno di noi leggesse un quotidiano al giorno e due riviste al mese. Se io dovessi pagare l’abbonamento a 400 – ma diciamo anche solo alle 100 testate che leggo con una minima regolarità ogni anno, a una media di 20€, sborserei 2000€/anno in abbonamenti a riviste. Non credo che sia fattibile – nemmeno sensato – per nessuno che io conosca, tranne forse i professionisti. Perché nessuna o quasi nessuna di quelle 100 o 400 testate è insostituibile: le notizie sono le stesse, i commenti spesso simili.

(Ok, salviamo il valore dell’inchiesta – ormai più rara del rinoceronte di Java – e dell’approfondimento. Salviamo anche l’editoriale, ma solo come concetto astratto, perché poi i tuoi direttori sono spesso dei fastidiosi tromboni, e se in rete c’è scarsità di qualcosa non è certo di opinioni: la maggior parte delle volte mi interessa più sapere cosa ne pensa di una data notizia Leonardo​ che Mieli o De Bortoli).

Nel frattempo sì è capito che il paywall funziona solo se sei il NYTimes o the Atlantic, e l’advertising ha un destino di lenta morte tra le fauci di Adblock. Per questo dico agli editori: fammi abbonare alla cifra che decido io. Come all’ingresso alla festa dell’Unità, non fare un abbonamento, fai una sottoscrizione. Quelli tra noi che sono intimamente portoghesi continueranno a esserlo e su quello non puoi farci niente, ma chi vuole pagare ti pagherà quello che ritiene giusto per il tuo valore e sostenibile per le sue tasche. Molti di noi hanno in mente una cifra che ritengono sostenibile spendere ogni anno per finanziare l’editoria che considerano di qualità. Questa cifra varierà presumibilmente da 20 a 200€: non sarà mai 2000€, però intanto almeno quelli te li prendi.

In altre parole, c’è una cifra massima che ciascuno di noi può permettersi/è disposto a spendere ogni anno per la cultura. Questa cifra non è diminuita a causa dell’Internet: è il numero complessivo delle informazioni che consumiamo a essere straordinariamente aumentato. La torta è la stessa, ma le fette sono diventate così piccole che ormai non si riescono nemmeno a prendere in mano. (E lo stesso vale sempre più anche per il cinema e la musica).

 

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“Voi” non esistete

Premetto che questo è un mio gong, ovvero un tema su cui sono particolarmente, forse eccessivamente sensibile. Se vi va seguitemi e vediamo se ha senso.

Credo possiamo essere tutti d’accordo che uno degli effetti dei social media sia di avere sensibilmente ampliato il numero di persone che vengono a contatto con i nostri pensieri ogni giorno, ma anche la loro diversità. Nonostante ciò che si dica della filter bubble (la tendenza dei social media a metterci a contatto principalmente con persone che la pensano come noi), ogni giorno abbiamo accesso a una varietà e diversità di persone – quindi di identità, pensieri, valori – che prima dei social media era semplicemente impossibile.

Questo fa sì che quando scriviamo il nostro pensierino social al volo mentre siamo sul bus dovremmo sempre essere ben consapevoli sia della vastità (in media tra i 200 e i 600 follower a seconda della fascia di età) che della diversità della nostra audience: chiunque abbia un séguito sufficientemente nutrito su twitter o facebook sa per esperienza che dare per scontato che tutti i follower condividano i nostri valori o la nostra posizione su temi sensibili – riguardanti religione, politica, identità sessuale, valori culturali – mette a rischio di incomprensioni, flame, e anche peggio.

Quello che invece mi colpisce è la tendenza tuttora molto diffusa alla critica sarcastica – ciò che nella volgata quotidiana va sotto il nome di perculo – che mette nello stesso mazzo tutti i follower, attraverso l’uso del “voi” generalizzato. Ok, ne sto facendo una questione di etichetta, ma le parole sono importanti. Nessuno di noi scriverebbe su Twitter “siete tutti degli ingenui”, mentre un sacco di persone, anche tra coloro che hanno, per esperienza e competenza professionale, la sensibilità necessaria in materia, usano frasi che suonano come (faccio solo un esempio) “voi che siete sempre …” o “voi che avete sempre…”, spesso seguìta da una frase sarcastica o uno sfottò un tantino arrogante.

Magari non capita sempre e magari non a tutti, ma la mia sensazione è che non sia gradevole sentirsi accomunare a “tutti gli altri”, come se si fosse parte di una massa indistinta; soprattutto se non ci si sente responsabili del difetto indicato. E’ un po’ come quando un uomo si rivolge a una donna (amica, partner, parente, poco importa) iniziando la frase con “voi donne”. Chi non ha mai provato a farlo, provi: lo troverà istruttivo. E’ naturale che alle persone non piaccia essere genericamente accomunate a una categoria, incasellate in uno stereotipo. E’ come se l’autore tracciasse una linea tra sé e il resto del mondo, ed è inutile dire che cosa idealmente demarchi, quella linea.

Può benissimo essere che si tratti di una fissazione mia, ma può anche essere una sensibilità in crescita che sto captando. Nel primo caso ignoratemi, ma se si trattasse del secondo, suggerisco qui alcune espressioni da poter usare al posto del categorico, massificatorio, generalizzante VOI:

“coloro che… (segue specifica del tipo di persona a cui ci si sta rivolgendo)”

“chi tra di voi fosse/avesse…”

“se tu…”

E no, mi correggo: non è una questione di etichetta, ma di rispetto dell’intelligenza dell’interlocutore. Può essere una sottigliezza o un eccesso di zelo, ma trovo che chi scrive per mestiere sui social media dovrebbe avere questo tipo di sensibilità.

 

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Allie e Tim: due autori digitali che dovresti conoscere e seguire, imho

il web ha il vantaggio di dare spazio ad autori che con il processo di selezione dei media tradizionali non avrebbero avuto visibilità, ma possono oggi emergere grazie alla qualità dei contenuti e a una forma espressiva particolarmente adatta al media. alcuni di questi diventano noti a livello mondiale, ma per qualche ragione (generazionale, mediatica, psicologica) sembrano evitare le dinamiche vippistiche che appartengono ai media tradizionali.

è il caso di Allie Brosh, fumettista e autore del blog – disegnato con Microsoft Paint – Hyperbole and a Half, e di Tim Urban, autore del blog analitico-informativo WaitButWhy.

Hyperbole and a Half è il flusso di coscienza autoanalitico di un personaggio introverso con problemi di autostima e una storia di depressione, la cui esplorazione delle paure, i disagi, le difficoltà di affrontare il mondo è talmente sincera e candida da suscitare una forte empatia. oltre a essere estremamente divertente, il libro contiene alcuni capitoli imperdibili, tra cui la spiegazione di cosa si provi a essere depressi, un’analisi dei problemi legati all’identità personale, e una divertentissima interpretazione della psicologia dei cani. endorsement entusiastico di Bill Gates.

WaitButWhy è un blog che definirei di pubblica utilità: si occupa di affrontare un argomento di interesse generale ogni volta e decifrarlo, scomporlo, eviscerarlo fino alle sue cause iniziali con un linguaggio chiaro e lineare, comprensibile a tutti, generando post estremamente lunghi ma affascinantissimi per le persone particolarmente dotate di curiosità. se vuoi capire la genesi delle tensioni in Iraq, che cos’è l’Intelligenza Artificiale e le sue implicazioni future, il Paradosso di Fermi sul perché non abbiamo ancora incontrato gli alieni, come dare una mancia o come scegliere il partner di una vita, WaitButWhy è una fonte preziosissima di informazioni che, caso raro, è anche un piacere leggere. WaitButWhy è stato recentemente scelto da Elon Musk per un’intervista biografica esclusiva.

la ragione per cui ho scritto questo post è che secondo me, se sei una persona curiosa e sai leggere in inglese, questi sono due blog che non dovresti proprio perderti.

 

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the button: la community come generazione collettiva di una mitologia

il primo aprile 2015 gli autori di reddit hanno pubblicato “the button“, un semplice pulsante con a fianco un contatore alla rovescia della lunghezza di un minuto. ogni volta che the button viene premuto, il contatore torna a 60. ogni account reddit creato prima del 1° aprile può premere the button una sola volta. non si sa cosa accada se il contatore arriva a 0, perché dal primo aprile 2015 a oggi non è ancora successo, grazie agli oltre 887.000 redditor che fino a oggi hanno premuto il pulsante.

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concepito un po’ come minigame e un po’ come pesce d’aprile, the button è sembrato da subito una scommessa impossibile, ma il suo successo risiede proprio nella semplicità e nel mistero. concettualmente the button ricorda la serie di numeri che devono essere inseriti in sequenza nella Dharma station di Lost, e forse proprio per questa sua intima nerditudine ha colpito l’immaginazione dei molti milioni di utenti del sito (reddit ha circa 170 milioni di utenti unici al mese), che non solo stanno, inaspettatamente, mantenendo in vita the button da oltre un mese, ma che sul subreddit dedicato a the button, da un semplice pulsante grigio hanno creato un complesso sistema di ideologie, caste, profezie e un intero sistema mitologico.

nell’ottavo giorno di the button (già detto così suona piuttosto biblico) sono stati introdotti i flair, cioè colori distintivi che indicano sul profilo la scelta del singolo redditor (premere, non premere, premere nei primi o negli ultimi secondi, oppure barare). a partire dai flair sono nate diverse tribù, ognuna delle quali ha elaborato un pensiero filosofico basato sulla sua scelta.

i non prementi accusano i prementi di superficialità e impazienza (i click devono essere conservati per prolungare the button), mentre i prementi, curiosi di scoprire cosa accadrà quando the button raggiungerà lo zero, accusano i non prementi di vigliaccheria e conservatorismo. tra i prementi, coloro che hanno premuto negli ultimi dieci secondi (i minutemen) guardano dall’alto al basso chi non ha avuto la pazienza e i nervi saldi di attendere gli ultimi secondi. da queste divisioni e dalla complessa mitologia che deriva dal non sapere lo scopo di the button nascono la church of the button e il cult of the button. si verificano scismi, tradimenti e dichiarazioni di pentimento che generano altre scuole e fazioni, si crea un complesso sistema tribale, di caste, un vero sistema di pensiero; “come se fosse una cosa seria” direbbe qualcuno.

ma the button è una cosa serissima, come ogni cosa che avviene una community e ne modifica le dinamiche. la cosa più interessante di the button è che si tratta, chiaramente, di un pretesto simbolico. creandolo senza fornire spiegazione, istruzioni, storia e obiettivi, i moderatori di reddit hanno incoraggiato un processo straordinariamente fecondo di generazione collettiva di una mitologia. la dimensione della base utenti di reddit è una condizione, ma non la ragione alla base dello straordinario successo di the button, che è l’attività di animazione di community di maggior successo di tutti i tempi e uno straordinario esperimento di ingegneria sociale proprio grazie al suo essere neutro e privo di contenuti: un gioco senza regole, una mappa da disegnare, un sistema di pensiero da riempire collettivamente.

e the button dimostra un paio di cose: che, come recita una delle definizioni più calzanti, le community sono davvero aggregati di persone che si riuniscono per compiere collettivamente delle attività, indipendentemente dalla loro complessità, a volte persino dalla loro natura e senso; e che alla base degli sforzi collettivi e delle attività sociali umane c’è sempre una narrazione, una storia da raccontare che motiva le persone ad agire. quando questa storia non c’è, le persone se la inventano e ciò rende ancora più coinvolgente, appassionante e ricca di significato l’avventura collettiva. da migliaia di anni religioni, filosofie, ideologie si basano su un sistema di pensiero negoziato e su una narrazione collettiva condivisa, e sarà così per sempre: anche quando le intelligenze artificiali avranno preso il controllo della società e schiavizzato la specie umana, nascerà sempre una mitologia salvifica, un Redentore, un The One, un John Connor, perché l’attività umana più radicata è quella di inventare e raccontare storie.

ricominciare?

c’è questa cosa che non scrivo più sul blog e pensavo fosse perchè oggi scrivo molto di più sui social media, che sono molto più interattivi e conversazionali: hai azione-reazione immediata, sono più veloci, sono push quindi ti leggono di più, ti commentano di più eccetera. pensandoci bene, però, ho il sospetto che non si tratti solo di una sostituzione ma anche di una questione di inibizione, che c’entrerebbe, quella sì, col leggere sui social media.

perché ora grazie a un feed di facebook attentamente calibrato, grazie a aggregatori intelligenti come feedly e pulse e circa e zite e medium e flipboard*, grazie alle liste su twitter e grazie ai feed su netvibes e feedly, grazie alle app di agenzie e editori come al jazeera e reuters, in ogni momento ho accesso a una quantità di contenuti freschi e di qualità a un click di distanza che solo 3 anni fa era impensabile.

intendiamoci: the verge, salon, the atlantic, slate, esquire esistono da anni e li leggo da anni. ma il numero di testate, la frequenza dei contenuti di qualità che producono, la facilità di accesso in ogni momento, è aumentata un bel po’. e il fatto che questi contenuti mi vengono spinti contro non mi infastidisce: il sovraccarico informativo è un problema solo se non sai gestire l’informazione in entrata.

alla fine, forse è solo che preferisco impiegare il mio tempo a leggere pezzi di qualità allo scrivere minchiate.

però dovrei ricominciare, e forse lo farò, perchè a smettere di scrivere si perde l’abitudine a scrivere, quindi si scrive peggio, si legge peggio, si parla peggio, si pensa peggio.

*il mio magazine su flipboard lo trovi qui

“L’uomo di vetro è una metafora totalitaria”

Grazie a un post di Stefano (e anche, noto poi, a uno molto precedente di Massimo Mantellini su PI) scopro questa frase di Stefano Rodotà che spiega molto bene come la logica così diffusa del “male non fare, paura non avere“, per quanto a prima vista condivisibile, sia in realtà il grimaldello per una cessione di diritti poco salutare per la nostra società, se non una premessa tipica delle dittature.

Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. L’uomo di vetro è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.

Il contesto del paragrafo è ormai quasi antico (il pezzo era scritto poco dopo l’undici settembre 2001) e le riflessioni a contorno superate dalla realtà: l’11/9 non ha affatto generato il ritorno al sociale e al collettivo, alla solidarietà e al rifiuto del liberismo estremo che sembra annusare Rodotà nel pezzo.

La riflessione diviene ancora più importante dopo un decennio nel quale abbiamo visto il crollo, progettato e inarrestabile, di qualunque scudo a difesa dei dati sensibili e delle conversazioni private. L’argomentazione di Mark Zuckerberg ed Eric Schmidt di Google sulla morte della privacy nasconde sì interessi economici enormi, ma anche politici, di cui Facebook e Google si fanno portatori – che questo avvenga obtorto collo a causa del Patriot Act, oppure con un malcelato entusiasmo.

Il cittadino che accetta il controllo dello Stato in tutte le proprie manifestazioni, anche le più private e intime, senza peraltro ottenere lo stesso in cambio, è il cittadino perfetto del Mondo Nuovo di Huxley e Orwell: pronto ad annullare la propria specificità umana – compresa la soggettività etica –  in favore del Grande Database Globale, attraverso cui le autorità di tutto il mondo (stati canaglia inclusi, che poi vai a distinguere con precisione quali lo sono, e rispetto a chi) possano istituire un perenne processo di indagine su ciascuno di noi, giudicarci in base agli elementi racconti, magari anche prima che i reati di cui siamo sospettati siano effettivamente compiuti (vedi qui e qui). E’ il brodo di coltura perfetto per la Stasi e il KGB: una posizione sulle modalità di recupero e gestione delle informazioni su cui il governo degli Stati Uniti si dimostra del tutto antiliberale, anzi quasi perfettamente stalinista.

A pensare di non avere “niente da nascondere” si compie un grave atto d’ingenuità. Se improvvisamente tutta la nostra casella di mail, i contenuti delle nostre telefonate, i dettagli di tutti i nostri comportamenti passati fossero ricercabili al governo saremmo sereni? E se lo fossero ai nostri datori di lavoro? E, una volta accettato il principio, chi decide dove mettere il paletto? E dove sarà quel paletto tra 5, 10, 25 anni?

Ricorda Stefano (che passa poi a parlare di competizione e architetture dei sistemi):

Le distribuzioni statistiche in natura non sono uniformi; per ogni fenomeno c’è chi sta al di fuori della “normalità” e la mancanza di privacy può trasformarsi in esclusione, discriminazione o peggio. L’argomento di Schmidt è capzioso perché sottintende una “normalità” mentre la tutela e’ proprio per chi “normale” non lo è  (per fato o scelta).

Siamo tutti diversi: ciò che rappresenta un dato sensibile per uno non lo è per un altro, ciò che non causa problemi a qualcuno mette in seri casini qualcun altro. Esiste un serio rischio di discriminazione, anche illecita, in base a dati che mi riguardano. Se mi rifiutano un lavoro perché hanno scoperto che sono omosessuale, o incinta, non mi è di grande conforto il fatto che abbiano compiuto un’azione illegale: il lavoro l’ho perso comunque.

Inoltre, le cose cambiano: una volta che i dati sono stati raccolti restano disponibili per sempre a chiunque, anche a un eventuale governo che seguisse e fosse meno o per nulla democratico: ne sanno qualcosa in Tunisia e in Egitto. Storicamente non è poi così saggio dare per scontata la democrazia. Come per lo sdoganamento dell’uso di droni di Obama (immaginiamo cosa potrebbe fare oggi con i droni un’amministrazione Palin), il superamento dei limiti etici è quasi sempre un vaso di Pandora.

Inoltre, esiste il rischio di errore: chi mi garantisce che non ci sarà un bug (c’è quasi sempre, un bug) a causa del quale i miei dati non saranno diffusi? Quale rete è sicura al 100% ?
Ancora di più: chi mi tutela da un’interpretazione errata dei dati, da uno scambio di codice tra le mie intercettazioni e quelle di un camorrista? Le tecnologie possono sbagliare, sbagliano continuamente, e spesso non contemplano la possibilità di risalire all’errore. Come ci sentiamo ad affidare la nostra libertà a un computer?

 

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