Del perché non uso la trackpad sul Macbook, e del perché a Cult of Mac sono fuori di testa

Cult of Mac: There’s years of muscle memory at work that tells you that when you’re on your desktop or laptop, you scroll by swiping two fingers in the direction you want to go. Doing the opposite is going to seem counter-intuitive at first.

Me: Yes. It’s going to seem counter-intuitive because it is counter-intuitive.

Cult of Mac: “The reason Lion’s new way of scrolling seems so wacky at first is that after almost thirty years of using Macintosh OS, we’ve stopped associating our computer desktop as being analogous to a physical desktop, covered in pieces of paper“.

Me: Uh, actually we’ve never done that, because a computer desktop is not analogous to a physical desktop, and we all know that. It’s just a metaphor, and an outdated one at that.

Cult of Mac: “Likewise, we’ve also forgotten that a mouse pointer is supposed to represent where our finger is on that desktop“.

Me: Uh? WTF? No, it’s not. And anyway I don’t point my fingers at my real life desktop.

Cult of Mac: “Let’s think about how scrolling would work in a physical space“.

Me: 

Cult of Mac: “Let’s think of a web page loaded in Safari as a long piece of paper, while Safari is a fixed wooden frame around that paper“.

Me: Browser = wooden frame? Internet = a piece of paper? Are you out of your MIND?

Cult of Mac: “If you wanted to move the paper so that words that were below the lower boundary of the frame were within its viewing pane, you would have to use your finger to push the paper within the frame’s viewing area up towards the top”.

Me: IF I were in a physical space. I FUCKING AM NOT!

Cult of Mac: “If you remember that a computer desktop is actually a GUI metaphor for a physical desktop, and virtual objects are meant to manipulated using the same physics as real objects”

Me: NO THEY ARE NOT. IT’S A METAPHOR, NOT A REPLICA. WTF!!!!

Cult of Mac: “It becomes clear that OS X Lion’s so-called “reverse scrolling” is anything but. It’s actually realistic scrolling“.

Me: No! Realistic is NOT standard. Realistic is NOT intuitive. Realistic is NOT real.

Cult of Mac: “Adjust Your Thinking

Me: Yeah, fuck you.

6 cose che ho capito non mangiando carne

quelli che seguono sono i pregi che ho sperimentato io in cinque mesi senza carne (e pesce, salvo poche trasgressioni necessarie). ovviamente alcuni di questi sono soggettivi. l’intento non è di predicare, ma di informare sulla mia esperienza. poi finirò a predicare, già lo so.

 

costo della spesa
non è tanto il fatto che la verdura costa molto meno al chilo della carne (2-3 euro contro 15-30 euro), ma la resa. a parità di peso la verdura occupa molto più volume della carne, riempie di più, quindi se ne mangia, a peso, molta meno.
con una spesa di verdura di 8-10 euro al banchetto al mercato mangio da una settimana a dieci giorni, a volte anche due settimane grazie a un uso creativo degli avanzi (integrando pasta e uova, formaggi e burro bio, che cerco sempre di acquistare da animali allevati all’aperto). la mia stima di spesa giornaliera per il cibo oggi è tra i 2 e i 4 euro, prima era almeno il doppio.

 

praticità in cucina
con tre o quattro verdure base in frigo e un po’ di creatività o di pratica è possibile cucinare una varietà di piatti impressionante. cipolle, zucchine, patate, cavoli e broccoli, melanzane, persino il pomodoro, hanno una versatilità notevole, soprattutto se combinati. la cucina indiana insegna che le verdure consentono più cotture della carne. le verdure permettono anche di riciclare meglio gli avanzi. la verdura locale dura più di quella del supermercato, e molto più della carne.

 

nutrizione
sappiamo che alcuni tipi di carne non sono affatto sani per l’organismo, a causa della presenza di grassi saturi che stimolano la produzione di colesterolo LDL da parte del fegato. con la possibile eccezione del pesce, della chiara d’uovo e delle carni bianche magre (non la coscia del pollo per intenderci, ma il petto del tacchino) le carni stimolano la produzione di colesterolo LDL, le verdure no. e la soluzione non è acquistare cibi a ridotta quantità di grassi. non funziona così.

A varied diet that emphasizes plants, fish, legumes, whole grains, and fruits is significantly better at lowering problematic cholesterol than a more conventional diet of prepared foods equally low in saturated fats and cholesterol.

sono ovvietà ma per capirci: il filetto di manzo non è “magro”, la maggior parte dei tagli di carni bianche non sono “magri”, la mozzarella (come quasi tutti i latticini) non è affatto magra, la coscia di pollo e il tuorlo d’uovo non sono magri. è tutta roba che stimola il fegato a produrre colesterolo LDL. che non c’è bisogno che spieghi cosa fa.

riguardo ai grassi usati abitualmente per cucinare, il burro contiene un 51% di grassi saturi e un 21% di monoinsaturi (proteine quasi niente), mentre l’olio d’oliva contiene tra un 7,5 e un 20% di saturi contro un 55-83% di monoinsaturi, e un 3,5-21% di polinsaturi.
i monoinsaturi e polinsaturi riducono la produzione di colesterolo LDL nel fegato, i saturi la favoriscono.

tutto cio è detto molto brutalmente, orrendamente semplificato e, immagino, nei dettagli scientificamente contestabile in una varietà di modi.

dopo decenni che ci hanno detto che le proteine animali erano necessarie per una corretta nutrizione, oggi quasi tutte le organizzazioni che si occupano di nutrizione affermano che non solo è possibile, ma è più sano nutrirsi di proteine vegetali, variando la dieta e combinando verdure diverse.

volendo limitare le proteine animali, la chiara d’uovo è la fonte più sana di proteine. io il tuorlo lo butto (anzi lo congelo e mia mamma ci fa le torte, che si mangia lei).

 

riduzione del peso
al di là dell’innegabile vantaggio di non consumare grassi animali (che insieme agli zuccheri e ai grassi vegetali idrogenati sono i principali responsabili dell’obesità), la dieta vegetariana consente di consumare meno, in peso e in calorie, della dieta animale. come sopra: a parità di peso la verdura occupa molto più volume della carne, riempie di più, quindi se ne mangia, a peso, molta meno. i grassi impiegati sono principalmente vegetali insaturi (olio d’oliva, brodo vegetale). ovvio che il tipo di cottura ha un bell’impatto sulla dieta, ma le verdure sono generalmente cucinate con cotture più sane (grigliate, al vapore, stufate, oppure crude). chiaro che se uno vive di parmigiane, umidi, fritti e sformati di verdura, vabbè.

nei primi due mesi senza carne (e facendo esercizio fisico) ho perso una decina di chili: meno appetito, meno grassi, digeribilità del cibo molto migliore (la carne è indigesta, ho scoperto). un’altra cosa che succede smettendo di mangiare carne è rendersi conto dopo qualche tempo che la carne cruda puzza di cadavere. letteralmente di morto. il pollo, poi, non avete idea.

è anche utile parlare con qualcuno che abbia lavorato in un macello. non tanto riguardo al trattamento degli animali – che quello vabbè, si sa – ma riguardo allo stato di conservazione e di igiene della carne che viene messa in commercio. io ho un amico che ha fatto quel mestiere: ci sono cose che probabilmente non volete sapere, quindi non ve le dico.

 

ambiente (ed etica)
qui la questione non è nutrizionale ma riguarda la sensibilità individuale su cosa è giusto e cosa è morale, quindi del tutto soggettiva. l’allevamento è una delle prime due cause di emissioni di gas serra sul pianeta. se ci aggiungiamo il trasporto delle carni e la loro lavorazione, possiamo ragionevolmente affermare che se la maggior parte della popolazione del mondo fosse vegetariana (il 30-40% degli indiani lo è, contro un 3-6% del mondo occidentale) molti dei nostri problemi con le emissioni di CO2 e altri gas serra sarebbero fortemente ridotti. ci sarebbe da affrontare il problema dell’incremento di coltivazione necessario per far fronte ai bisogni, ma lì la riconversione e le tecnologie sarebbero di grande aiuto.

c’è poi un discorso più ampio sulla biodiversità e sul numero di specie (soprattutto marine, ma non solo) che stiamo facendo estinguere per soddisfare i nostri bisogni alimentari, ma è lungo e noioso.

sul piano etico non so che dire se non il mio punto di vista: la tendenza attuale del genere umano a considerare che tutte le risorse del pianeta siano a sua disposizione senza nemmeno un piano per rinnovare quelle che sarebbero rinnovabili avrà un posto sul podio della vergogna nei libri di storia futuri insieme ai danni provocati dalle guerre e alla crudeltà dei regimi totalitari. il nostro uso della tecnologia ci ha resi molto efficienti nel consumare risorse, per niente a rigenerarle.

ma anche: decidere che le altre specie animali sono inferiori (rispetto a criteri che sono solo umani) è diverso dal decidere che possiamo fare di loro ciò che ci pare. decidere che possiamo fare di loro ciò che ci pare è diverso dall’arrogarci il diritto di decretare la morte e la sofferenza di specie che soffrono quanto noi. mi pare che abbiamo sufficiente esperienza con ideologie che hanno tracciato arbitrariamente la differenza tra specie e razze inferiori e superiori, per rendercene conto. come in tutte le cose, avere la capacità tecnica di fare qualcosa non significa che sia etico farlo, così come la capacità di costruire un missile nucleare non è eticamente uguale a lanciarlo.

per maggiori informazioni su come faccio la spesa io, dovesse mai fregartene qualcosa, ecco qui.

 

Vegetables, by mhaller1979

cose che mi fanno sommamente incazzare dei ciclisti urbani (perché ogni tanto bisogna anche dirsele tra di noi)

le città italiane sono ambienti ostili. sono progettate per le automobili, quindi sono attivamente ostili per chi non ha la protezione di una scatola di metallo. il che significa che tutti coloro che le attraversano senza armatura – oltre a stare molto, molto attenti – dovrebbero cercare almeno di non renderle ancora più ostili.

se è vero che in strada il ciclista è quello che rischia di più, in fondo alla catena alimentare del traffico urbano c’è il pedone, e in quanto soggetto più indifeso esso deve essere tutelato anche da chi gira in bicicletta. per questo mi incazzo molto quando vedo ciclisti che si comportano in modo poco sicuro per sé stessi e per gli altri.

– il marciapiede è dei pedoni. la bicicletta va in strada e lascia libero il marciapiedi per chi è a piedi. a meno che il marciapiedi non sia abbastanza largo da contenere anche una pista ciclabile, la scelta di girare in bicicletta in città impone di usare la sede stradale. carrozzine, anziani, gente che esce dai negozi, angoli ciechi: un ciclista sul marciapiede può essere tanto fastidioso e pericoloso per i pedoni quanto un’automobile per il ciclista. non ci sono scuse. se non vuoi usare la sede stradale, prendi i mezzi pubblici.

– non è tanto il fatto che il ciclista contromano nella via stretta sia fastidioso per le automobili, è che il contromano è tipicamente une scelta di pigrizia. se vai in bici è perché non sei pigro: fai quei 50 metri in più e prendi la parallela nella direzione giusta, senza rischiare la pelle. nessuno, né pedoni né automobilisti, si aspetta che tu arrivi da quella direzione: se ti fai male sei un imbecille, se fai male a qualcuno sei un disgraziato.

– la bici elettrica va troppo forte e ha dei freni a tamburo troppo scarsi per essere sicura. ancora ancora la pensionata che non ce la farebbe a pedalare, ma se hai 30 o 40 anni e vai in bici elettrica sei solo pigro. eddai. e almeno ricordati che quell’affare non frena.

– non starò a dire che per strada bisogna per forza andare in fila indiana, ma magari durante la settimana e in orari di punta facilitiamola a tutti, se possiamo. di cosa dovrete mai chiacchierare, andando da A a B in un feriale? in più, se chiacchieri affiancato vai piano, e se vai piano probabilmente ti voglio superare in bici. a quel punto sei di ostacolo a me, non all’automobilista.

– tutto non è di tutti, perché purtroppo questo non è il migliore dei mondi possibili. nei parchi pieni di bambini al sabato pomeriggio tocca andare piano. in zona pedonale l’onere della massima attenzione tocca a chi è in bici: se nel corso pedonale della tua città fai lo slalom in velocità tra i pedoni non c’è modo che tu possa evitare il pedone che scarta. e se lo investi ha ragione lui e tu sei automaticamente una testa di cazzo. la Galleria di Milano e le altre vie pedonali al chiuso, soprattutto se con pavimentazioni di pregio artistico, sono, appunto, esclusivamente pedonali.

– se sei a bordo di una fissa, non c’è nessuna regola esplicita o implicita che ti imponga di non mettere un piede per terra. non discuto che tu lo possa vivere come un momento di grande libertà ed espressione, ma se per evitare di poggiare il piede per terra devi passare col rosso e rischiare di farti investire, voglio dire, parliamone.

poi di sera, con poco traffico, in situazioni controllate e di sicurezza assicurata, se vuoi fai queste cose a tuo rischio e pericolo. solo, per cortesia, ricorda che il cranio è la cosa più preziosa e delicata che hai, e se devi farle almeno mettiti sto cacchio di casco. mica per te, che sei adulto e in grado di decidere per te stesso, ma perché l’autista di tram o bus ha già abbastanza problemi da non dover anche gestire il ricordo di averti aperto la testa in due.

non chiamiamoli immaturi

non è vero che “i giovani” non hanno valori. li hanno e sono valori importanti, forse persino più importanti, perlomeno meno ingenui, di quelli che avevamo noi. se non altro perché sono sganciati dalla politica in senso stretto: li vivono come abbastanza importanti da non richiedere un supporto ideologico.

non si basano sul dogma irremovibile delle ideologie ma richiedono una rimessa in discussione perpetua, un’elaborazione e una continua crescita per quanto riguarda i modi di realizzarli. sono però convinto che i giovani di oggi abbiano valori molto importanti, molto maturi e di cui sono più consapevoli, forse anche intimamente convinti, di quelli che avevamo noi.

magari sono valori più sfumati, con meno certezze rispetto a quelli che pensava di avere la mia generazione, che poi li ha visti fallire anche a causa delle certezze assolute che riponevamo nel modo di realizzarli.

bollare una generazione come superficiale in base all’immagine che ne danno i media (che forse ci dà segretamente sollievo) e alle sue peggiori manifestazioni televisive non solo è un errore, ma è una consolazione meschina. il fatto che non sembrino riuscire a esprimere i loro valori con grandi movimenti di piazza – cosa che potremmo pensare se non avessimo sotto gli occhi Occupy – significa solo che noi non siamo riusciti a evitare che loro venissero rinchiusi in una gabbia. perché stava a noi evitare che succedesse.

se siamo ridotti a voler cercare sicurezza nel dipingere a tutti i costi coloro che sono venuti dopo di noi come non all’altezza del nostro percorso (e guardiamo bene dove ci ha portato), a farne una questione di competizione generazionale, abbiamo capito e imparato davvero poco dalle nostre vite.

le mie regole per una spesa che non rovini il pianeta

non si può più ignorare che i comportamenti della specie umana stanno modificando il pianeta, che abbiamo avviato un processo di degrado che lo rende sempre meno abitabile a tutte le specie viventi, compresa la nostra. se dieci anni fa la questione era dibattuta, oggi non lo è più. negli ultimi giorni lo confermano sia uno studio dell’Environment Programme dell’ONU che una ricerca di 22 scienziati pubblicata su Nature, secondo la quale oltre il 40% della massa emersa è sfruttato per attività umane. nel 2025 supereremo il 50%, che lo studio prevede sia la soglia critica che mette in modo un rapido mutamento della biosfera. nel 2025 oltre il 50% degli ecosistemi terrestri avranno subìto un mutamento artificiale.

la biodiversità è la base della vita umana sul pianeta: un equilibrio durato milioni di anni che, se cambiasse rapidamente, renderebbe il pianeta non più in grado di sostenere la vita umana in termini di temperatura, eventi climatici, produzione di cibo, energia, quindi abitabilità del pianeta. a planetary-scale critical transition, la definiscono. basti dire che (fonte Jeremy Rifkin) un aumento di un grado nella temperatura del pianeta corrisponde al 7% in più di acqua in circolo nell’atmosfera, che riprecipita in eventi meteorologici sempre più estremi. secondo lo studio è probabile un aumento medio di 3 gradi entro il 2100. con +3 gradi, la quantità di acqua in più immessa nell’atmosfera è enorme: gli oceani perdono di salinità, il sistema circolatorio fondamentale per la vita sul pianeta che è la Corrente del Golfo si ferma e il clima del pianeta cambia completamente. e rapidamente, perché i sistemi più sono complessi più subiscono crisi rapide.

 

lo studio è qui

 

“sì ma cosa posso fare io?”. appunto. ti dico cosa faccio io.

semplificando: le emissioni di gas serra (anidride carbonica e metano) sono le tre cause umane principali del riscaldamento dell’atmosfera. le fonti umane principali di queste emissioni sono l’uso di combustibili fossili per produrre energia e nei motori, l’allevamento intensivo, la deforestazione e l’uso di clorofluorocarburi (nei frigoriferi e nei deodoranti). quindi le regole base sono: evitare il più possibile l’uso di auto e aerei, mangiare meno carne, soprattutto rossa, risparmiare elettricità e privilegiare quella da fonti rinnovabili, tenere la temperatura in casa più verso i 19 che i 21 gradi, e acquistare in modo consapevole.

premetto che non sono un esperto di bio né di stile di vita complessivamente sostenibile (rivolgetevi a chi ne sa di più qui e qui) però ho alcune semplici regoline che sono adottabili da chiunque. ecco come faccio la spesa io:

– carne: non ne so molto di come acquistarla sostenibilmente perché non ne mangio più, ma ove possibile è meglio preferire animali che brucano e che non siano stati allevati in modo intensivo. agnello, selvaggina in genere. oggi è più facile scoprire la provenienza della carne, basta chiedere al macellaio o cercare nei negozi bio carne che non provenga da allevamento intensivo. il bovino è buono quanto devastante per l’ambiente. al mondo ci sono 1,3 miliardi di bovini, un miliardo di maiali e 19 miliardi di polli e galline, e tutti emettono quantità di metano di gran lunga superiori agli umani. sono semplicemente troppi. non c’è abbastanza pianeta per loro E per noi.

– pesce: la pesca oceanica e industriale devasta l’ambiente. in certi casi la specie ricercata rappresenta solo il 20% del pescato, il restante 80% va sprecato (o viene usato per farne mangimi animali e ve lo ritrovate come farcitura del pollo insieme a un sacco di altre cose che non volete sapere). tonno e merluzzo sarebbero da evitare comunque perché li stiamo estinguendo, ma se proprio dobbiamo mangiare tonno almeno scegliamo secondo la classifica di Greenpeace (AsDoMar è il più sostenibile).

– uova e latticini: comprare uova bio da allevamento a terra e in spazi aperti è abbastanza facile, idem con mozzarelle e latticini. alcune uova e latticini Bio come quelle Granarolo hanno una certificazione, purtroppo la legislazione italiana al riguardo è fumosa e per niente stringente in termini di obblighi per i produttori. l’ideale sarebbe cercare prodotti certificati da associazioni indipendenti con etichettatura di Tipo I in base agli standard ISO 14020. mai trovato uno. l’alimentari qui vicino ha le uova “del contadino” e ambientalmente me lo faccio bastare (eticamente è più complesso).

– verdura e frutta: la scelgo di stagione che sia coltivata il più possibile vicino per evitare il trasporto. la provenienza è sempre indicata, se posso scelgo quella coltivata in regione (basta chiedere) o venduta dall’agricoltore locale nei farmers market (ogni città ne ha uno).

– pane, dolci, biscotti, prodotti da forno non ne compro quindi non so cosa dirvi, se non che eviterei come la peste per ragioni nutrizionali qualunque cosa contenga sciroppo di glucosio-fruttosio (HFCS) e grassi vegetali idrogenati o acidi grassi trans. mi faccio ogni tanto la focaccia e il pane in casa, soluzione che richiede non più di un paio d’ore in tutto. lievitazione e cottura comprese.

– surgelati: no. ho tempo per cucinare e semmai congelo roba comprata fresca. il ciclo di produzione dei surgelati ha impatto ambientale, così come le materie prime usati per farli e il trasporto. inoltre, a differenza della Francia in Italia i surgelati fanno piuttosto schifo. ingredienti in scatola sì: non richiedono energia per la conservazione.

– tè, caffè e cioccolata è impossibile acquistarli a basso impatto, vista la provenienza delle materie prime.

– detersivi. non ne so abbastanza di impatto ambientale quindi come principio scelgo quelli non prodotti da grandi gruppi multinazionali come Procter and Gamble e Unilever e mi oriento su quelli senza marca prodotti in zona (sull’etichetta c’è lo stabilimento di produzione) che costano anche meno. la cosa che vi diceva la vostra mamma che i detersivi di marca lavano meglio? balle.

– elettronica e servizi di cloud: cerco di acquistare prodotti di aziende che abbiano un record non negativo per la guida di Greenpeace, ma volte ciò cozza con le mie esigenze (HP è meglio di tutti, Blackberry peggio di tutti). uso i servizi di cloud (storage online, musica ecc) che sono alimentati il più possibile con energia verde (Google e Yahoo bene, Facebook benino ma meno bene per l’uso di carbone, Amazon, Apple e Microsoft male per uso di carbone e nucleare e la scarsa trasparenza). invece, pensare di comprare qualcosa di elettronico che non sia stato prodotto o assemblato in Cina, quindi non abbia attraversato metà pianeta, è virtualmente impossibile.

 

per saperne di più si possono legere libri come questo, e se volete togliervi tutte le voglie di cibo eticamente e ambientalmente non sostenibile, questo.
(se potete, in ebook, che produrre e spostare libri costa, in termini ambientali).

fondamentali, se capite l’inglese, lo speech di Jeremy Rifkin al Ceres e The Earth is Full di Paul Gilding al TED.
(oltre ovviamente a An Inconvenient Truth di Al Gore)

 

Perché continuiamo e continueremo a non capire il successo del Movimento 5 Stelle

La prima reazione dei partiti all’avvento del Movimento 5 Stelle è stata l’indifferenza, che ha lasciato posto allo scherno, che ha lasciato posto allo sdegno, che ha lasciato posto all’incredulità, che ora lascia posto al tentativo di imitazione.

Le ragioni per cui i partiti non hanno capito e continuano a non capire il successo di 5 Stelle sono diverse, ma alla base sta la concezione, marchiata a fuoco sul cranio delle nuove leve in quelle fabbriche di candidati che sono i partiti italiani, secondo cui la Politica si fa in un solo e unico modo: dentro alle istituzioni, in un parlamentarismo rivolto all’interno. Confrontandosi con i movimenti civili solo (e forse) a decisioni prese, confrontandosi (?) con i propri elettori solo in occasione delle campagne elettorali.

E sono 60 anni di campagne elettorali quasi continue, in cui i politici italiani hanno interiorizzato una forma di comunicazione che è stata di marketing e non politica, nel senso di dibattito e confronto continuo con la propria base elettorale. La comunicazione di quasi tutti i politici italiani con il proprio elettorato avviene per veline, comunicati stampa vaghi e stilati per compiacere il più possibile la maggior parte possibile del proprio elettorato senza affrontare quasi mai i temi da punto di vista progettuale, del dibattito, dell’apertura al dialogo prima che siano prese le decisioni, e non solo dopo.

Magari anche quella di Grillo, eh? Ma il Movimento 5 stelle ha un vantaggio, anzi due: ha un programma stilato in modo semplice e diretto, con dei punti chiari e comprensibili, ed è percepito come il Nuovo.

E’ chiaro che, con l’abitudine radicata al velinismo di partito, il linguaggio e i temi di Beppe Grillo sembrano provenire dalla luna. E le critiche che i partiti fanno a Grillo per quanto riguarda i suoi toni, il populismo, la faciloneria, la semplificazione e la superficialità con cui tratta pubblicamente certi temi sono sensate e comprensibili. Grillo si comporta pubblicamente in modo aggressivo, semplificatorio al limite della macchietta. Ma questo non significa che il Movimento 5 Stelle sia l’immagine pubblica di Grillo.

Beppe Grillo non è che avesse scelta: sapeva benissimo che parlando in modo pacato, ragionevole, strutturato e razionale non aveva la minima possibilità di ottenere la visibilità necessaria a lanciare un movimento. Da una parte perché con messaggi semplici e estremi è più facile attirare l’attenzione di un elettorato stremato da 60 anni di comizi elettorali apparentemente indistinguibili uno dall’altro, ma soprattutto perché i media non gli avrebbero dato 5 minuti di attenzione se non si fosse espresso in modo clamoroso, se non avesse cominciato ad aggregare consenso rapidamente nell’unico modo in cui è possibile farlo. Che possiamo anche chiamare facile populismo, se ci fa sentire meglio.

Ma pensiamo veramente che creda letteralmente, in tutte le sparate che fa, e che tutti quelli che lo seguono siano abbagliati dalla figura del Messia? A me pare probabile che quasi nessuno, all’interno del suo movimento, ami veramente l’estremismo verbale di Beppe Grillo, che è necessario quanto probabilmente scomodo per molti. Ma Grillo non è il Movimento 5 Stelle: probabilmente Grillo non è neanche Grillo. Beppe Grillo ha dovuto mettersi su un piano dialettico necessariamente estremo, semplificatorio, dirompente. Che poi gli riesca bene e ci si diverta anche non c’è dubbio.

Ma mettiamo pure che lui sia davvero così: è veramente questo il punto? Accusarlo di essere un capopolo accentratore e messianico, disinteressarsi di tutto il resto del movimento – di cui lui è solo la figura simbolica – e esorcizzarlo definendolo antipolitica, è davvero il piano su cui vogliamo metterci? Agitare lo spettro dell’uomo forte desideroso di potere assoluto è davvero uno spauracchio che vogliamo agitare, senza sentirci ridicoli?

E i partiti vogliono davvero continuare a ignorare il fatto che su molti punti il movimento 5 Stelle ha un programma che oggi è molto più vicino ai desideri della maggior parte dell’elettorato di quello di qualunque altro partito, e disprezzare l’elettorato – anche quella parte rilevante del proprio – che desidera seguirlo? E fino a quando? It’s the issues, stupid.

Io non credo che il movimento 5 Stelle avrà mai un risultato che gli consentirà di formare un governo o persino di influire su una coalizione, ma mi pare evidente che in Italia c’è un problema: sul piano della progettualità, della capacità di avere e praticare idee nuove e dirompenti – consentitemi, rivoluzionarie – in un momento in cui è un bisogno vitale per il paese, la macchina della politica italiana si è inceppata da anni. E sul piano della comunicazione con il proprio elettorato forse ha già superato il punto di non ritorno. Qualunque cosa accada che abbia anche solo la minima speranza dare una spallata che ci faccia uscire da questa impasse è meglio dello stallo e della lenta spirale in caduta libera che è la rappresentanza politica in Italia in questo momento.

Ma una vittoria il Movimento 5 Stelle la otterrà: non sarà la perdita della maggioranza parlamentare per i partiti tradizionali, ma la definitiva perdita di fiducia dei loro elettori.

 

Edit: una questione importante che avevo dimenticato nella prima stesura. Le generazioni più giovani non ragionano più in termini  di destra e sinistra. Che piaccia o meno (e a me sicuramente non piace) è così. Quindi la questione se 5 Stelle sia di destra o di sinistra può avere senso ma è irrilevante all’atto pratico. Sempre più in futuro si dovrà ragionare sul merito delle singole istanze, indipendentemente dalla loro (e dalla propria) appartenenza o identità o coerenza ideologica. Continuare a ragionare in questi termini significa allontanarsi sempre più dall’elettorato di domani.

 

Internet bene comune, adesso.

Ovviamente, solidarietà per le famiglie coinvolte dai terremoti in Emilia e massimo rispetto per l’efficienza e la civiltà del popolo e delle istituzioni emiliane. Da modenese so che l’Emilia ha una cultura sociale, politica ed economica in grado di affrontare una catastrofe naturale con una rete di solidarietà ed efficienza nei soccorsi, nelle procedure e nelle strutture che è forse unica in Italia.

Non a caso la prima esigenza emersa sui social network non è stata di soccorsi, di aiuti, ma di accesso: aprite i wifi, si diceva. Mettete a disposizione connessione utile. Richiesta emersa dalle persone, a cui si sono accodati gli stessi fornitori di connettività che tutti gli altri giorni dell’anno ti installano un router chiuso. Lo stato e le autorità locali no: non potevano. Perché c’è un decreto legge assurdo e pretestuoso, ma anche mai abrogato, che vieta i wifi aperti, in qualunque situazione.

Ricevendo via twitter da Orlando la proposta di creare una mappa collaborativa dei wifi aperti in zona mi sono chiesto: ma perché? Perché in una situazione di emergenza in una delle regioni più evolute al mondo ci si deve ridurre a pensare a un’iniziativa privata, non organizzata e molto probabilmente poco efficiente per fare qualcosa – garantire la massima connessione possibile tra i nodi della Rete – che non solo ha una effettiva utilità in caso di emergenza, non solo dovrebbe essere già garantita dallo Stato o dalle istituzioni regionali, ma contiene già questa possibilità nella sua natura, a costo zero?

Ne ho avuto la conferma quando ho cercato di chiamare al cellulare mia mamma e mi sono imbattuto in un’assenza di servizio mai vista prima. Il perché è ovvio: la rete cellulare è una tecnologia tradizionale e ormai obsoleta che risale a 40 fa e non ha possibilità di evolvere in modo significativo: ha una capienza massima di accessi, in caso di emergenza salta, così come le linee telefoniche tradizionali, i trasporti, tutto quello che è basato su infrastrutture gerarchiche e chiuse, basate su logiche proprietarie di controllo e non scalabilità precedenti alla Rete.

Come in tutti i casi di servizi erogati attraverso strutture e protocolli privati, nel momento dell’emergenza il sovraccarico causa il blocco. Accade con l’elettricità, la telefonia, i trasporti. Non parliamo poi del petrolio. E’ il primo problema in causa di emergenza: il picco di uso blocca il sistema.

Ma internet è l’unico servizio che pur dipendendo da strutture centrali ha una straordinaria capacità pervasiva di sopravvivere: per sua natura Internet rerouta le richieste grazie a protocolli aperti e alla capacità di non fare distinzioni tra chi si collega e con che scopo: la natura aperta del sistema è anche la sua forza.

E allora qui la questione vera è: perché, vista la sua importanza, la sua strategicità in termini di accesso, soccorso, assistenza, perché questa straordinaria capacità di interconnessione non è considerata dalle autorità, che siano locali o centrali, come un bene comune da garantire a tutti? Perché la possibilità di chiamare un’emergenza è prevista nella telefonia cellulare ma non per quanto riguarda la Rete?

Perché le istituzioni locali (emiliane, nello specifico) hanno sempre avuto posizioni forti e politiche sull’acqua-bene-comune, ma non hanno mai osato fare la cosa più logica, semplice, sensata, socialmente necessaria: sfidare quell’assurdità che sono i decreti (obsoleti, inutili, odiati da tutti) che impongono il riconoscimento dell’identità utente e dire: sai che c’è, Stato? Io voglio che i miei cittadini abbiano accesso alla Rete sempre e comunque, in caso di emergenza ma anche tutti i giorni. Almeno per strada, gliela do io, senza se e senza ma.

La Rete è un bene comune, una risorsa necessaria, l’unica infrastruttura nazionale e globale che grazie al suo essere aperta e basata su standard pubblici è in grado di connettere tutti a tutti istantaneamente, e superare danni fisici al sistema. E’ una risorsa vitale non solo in caso di emergenza (che già dovrebbe bastare per garantirla) ma ogni giorno a tutte le persone che possono avere bisogno nei momenti più imprevisti di accedere alle autorità, ai dati e a informazioni vitali, alla solidarietà dei loro concittadini. Semplicemente, ai loro cari.

E questo è solo l’inizio, nessuno può dire oggi cosa ci consentirà di fare la Rete in futuro, una volta che sarà liberata: è un media in continua, rapidissima evoluzione a cresce di valore a tassi che le altre tecnologie si scordano. E’ l’unica risorsa in grado di mantenere collegate le persone, collettivamente, in qualunque evento, e di evolvere e adattarsi a qualunque situazione. Perché questo non è riconosciuto come vitale, strategico, un diritto civile? Ancora di più (pare): una questione di sicurezza nazionale? Che cos’è la sicurezza nazionale se non, prima di tutto, la sicurezza dei cittadini?

Le tecnologie di copertura a livello di città esistono e in alcuni luoghi, dalla Lituania alla California, sono attive da anni: perché la Regione Emilia Romagna e i comuni emiliani, simboli dell’eccellenza civile italiana, ancora non hanno il coraggio di sfidare un decreto accidentale, maldestro e inutile, fonte di imbarazzo per tutta la nazione, e dare ai loro cittadini una connessione aperta, stabile, ubiqua, vitale in caso di emergenza?

Ma davvero: cosa stiamo aspettando?

 

 

immagine di sjcockell da flickr

il ruolo sociale dello zombie

quando parlo della mia fascinazione per il fenomeno culturale degli zombie, noto spesso perplessità nei miei interlocutori. sono e resto convinto che il cinema zombie non abbia il riconoscimento che merita: si tende a considerarlo cinema horror di scarsa qualità (a volte lo è), a basso budget (spesso lo è) e in generale non degno di attenzione rispetto al cinema più autoriale e legato a temi apparentemente più vicini alla nostra realtà.

a una prima lettura probabilmente è così, ma è un’analisi che non tiene conto della stratificazione simbolica e di significati che lo zombie ha nella nostra cultura; in altre parole, il cinema e la letteratura zombie parlano di molto più che un evento improbabile come un’epidemia virale che uccide e resuscita gli umani generando caos e distruzione. il cinema zombie non è horror e non è fantascienza perché parla prima di tutto di noi, delle nostre paure e del modo in cui abbiamo interiorizzato la società dei consumi.

nel cinema sci-fi degli anni 50 e 60 la minaccia era esterna e spesso usata per scopi di propaganda politica: gli Ultracorpi di Don Siegel, gli alieni del Giorno dei Trifidi o la Guerra dei Mondi, la Cosa da un Altro Mondo di Christian Nyby e Howard Hawks sono una metafora, volontaria o involontaria che sia, della spersonalizzazione nelle società comuniste, della disumanizzazione dei regimi del socialismo reale, delle masse senza volto cinesi, cambogiane, nordcoreane.

il Nemico è inequivocabilmente esogeno, proveniente dallo spazio (“esterno”, guarda caso), facilmente identificabile come altro da sé. inequivocabilmente Altro e in alcun modo paragonabile a Noi. il paradigma della minaccia esterna regge (e continua a funzionare) nella fantascienza fino alla saga di Alien e ancora ai giorni nostri (Cloverfield).

nel 1968 però (e l’anno forse non è del tutto casuale) George Romero scrive e autoproduce, con poco più di 100.000 dollari, la Notte dei Morti Viventi, e dà una spallata al pensiero unico del Nemico Esterno interiorizzando la minaccia, portando al centro le dinamiche sociali dell’infezione e della diffusione tra umani: ora il nemico è interno, ed è umano. nel cinema zombie il virus non viene dallo spazio: è una mutazione di virus terrestri, o creato in laboratorio dall’esercito o da una multinazionale.

questo particolare cambia tutto: ora il nemico siamo noi.

non è forse un caso che tre anni più tardi Walt Kelly, autore del fumetto Pogo, disegni una striscia in cui il protagonista, osservando una foresta trasformata in discarica, pronuncia la frase “abbiamo visto il nemico e siamo noi“. c’è il Vietnam, l’escalation nucleare, la protesta nelle strade con la polizia che uccide gli studenti, all’orizzonte c’è il grande tradimento di Nixon. i cittadini, narcotizzati fino a quel momento dal pensiero unico del sogno americano in base a cui nulla di male ti può accadere se fai il tuo dovere e rispetti l’autorità, hanno perso l’innocenza, cominciano a fare autocritica.

dice Romero:

Night of the Living Dead started with anger, really. We were all 1960s guys who were all pissed off that peace and love hadn’t quite worked the way we hoped.

l’immaginario zombie appare da subito a Romero, figlio di un cubano e una lituana e particolarmente sensibile ai temi politici e sociali, adeguato a rappresentare l’orrore del nuovo ordine americano: i film successivi della serie contengono spesso critiche a qualche aspetto della società capitalista e consumista, fino a Land of the Dead, che è un film che non mi sembra eccessivo definire socialista.

la critica forse più riuscita è quella alla società dei consumi espressa in Dawn of the Dead (in Italia intitolato Zombi), in cui un gruppo di sopravvissuti riesce ad asserragliarsi in un supermercato. il film contiene alcune delle battute più memorabili della serie, tra cui “Quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra“.

in una scena memorabile si vedono i fuggitivi regredire all’infanzia afferrando tutto quello che trovano, con la gioia di poter avere tutto gratis, e nel dialogo che meglio esemplifica la tesi del film due personaggi dicono:

– What are they doing? Why do they come here?
– Some kind of instinct. Memory of what they used to do. This was an important place in their lives.

la società dei consumi ha vinto, e ci ha incatenati a sé persino dopo la morte.

il cinema zombie – ma questo vale anche per altri sottogeneri dell’horror – non è solo entertainment per teenager. spesso contiene riflessioni e critiche (di cui si trova eco anche nelle serie di 28 days e Resident Evil) che vanno oltre il semplice intrattenimento: è un grimaldello che alcuni autori socialmente e politicamente lucidi hanno usato per fare politica al cinema garantendo la diffusione dei loro film grazie agli aspetti spettacolari, ma sia Romero che Carpenter (in altri generi) sono tutt’altro che autori di cinema superficiale.

 

cinema a parte, la grandezza e il fascino del concetto va oltre l’uso politico del media zombie: sta nel fatto che lo zombie può assumere simbolicamente il ruolo di qualunque paura esistente nel nostro subconscio, e tutte le paure devono trovare una via di sfogo. dall’immigrazione alla rivoluzione, dal terremoto all’olocausto nucleare alla crisi ambientale, lo zombie outbreak rappresenta l’evento inatteso e impossibile da fronteggiare che azzera migliaia di anni di storia e spazza via l’economia reale (ricorda niente?), le gerarchie, le autorità, le religioni e le ideologie, le infrastrutture materiali su cui si basano le nostre città e quelle immateriali su cui si basa la civiltà come la conosciamo.
ma proprio grazie a questa sua capacità di fare tabula rasa, lo zombie rappresenta anche la possibilità di un nuovo inizio, una nuova frontiera, una nuova società da ricostruire.

consigliatissimo al riguardo World War Z di Max Brooks e la serie The Walking Dead, criticata per certe scelte ma filologicamente molto fedele.

 


in public domain, La notte dei morti viventi si può scaricare legalmente qui (in inglese)

cosa ho imparato da cani e gatti

amo i gatti per la stessa ragione per cui (quasi) tutti amano i gatti. sono molto belli, possiedono un’eleganza superiore e un’agilità che sfida le leggi della fisica, che sembra quasi non essere di questo mondo. sono creature semidivine i cui pregi spiccano rispetto alla goffaggine di noi umani maldestri, pesanti e tragicamente ancorati al suolo. troviamo nobile la loro indipendenza, l’orgoglio di comportarsi come se non dipendessero dagli umani. un distacco che è bilanciato, per contrasto, da momenti di effusioni e intimità molto intensi. sono morbidi e caldi e ti si accoccolano sulla pancia.

ho sempre avuto una forte affinità con i gatti, tanto da riuscire a farmi avvicinare anche dai più sospettosi e scontrosi, e per questo ho sempre pensato di preferirli, che fossero creature superiori ai cani, che nell’immaginario comune sono molto più rumorosi, puzzolenti, goffi e dipendenti, fisicamente e emotivamente, dai padroni umani. si dice che un cane abbia padrone ma un gatto no, e questo ci fa sembrare i gatti più nobili, più evoluti, più degni del nostro rispetto.

poi ho avuto un cane, e ho potuto verificare come i miei pregiudizi sui cani fossero, appunto, pregiudizi. un cane è capace di grande affetto incondizionato, ma non è, come pensavo, un animale servile. anche il cane richiede rispetto, solo lo manifesta diversamente. è di compagnia e lo sa essere in modo diverso dal gatto, in modo anche più attivo e più educativo per entrambi. certo, il cane richiede più sacrifici, ma come in tutte le relazioni in cui devi sacrificarti un po’ finisce che quelle relazioni valgono molto per te, proprio perché ci hai dovuto e voluto investire in tempo, fatica, affetto, disponibilità, compromessi, comprensione dell’altro.

insomma, stando con gli animali, accettandone i difetti e imparando a sacrificarti per loro impari qualcosa di molto importante, di fondamentale per la crescita. e alla fine è questo che mi ha fatto innamorare dei cani e dei gatti, ma in genere di tutti gli animali: i loro difetti, le loro debolezze così simili a quelle umane. i gatti hanno bisogno di affetto e compagnia esattamente come ogni altro essere vivente. credo di poter dire di essere diventato una persona migliore grazie al fatto di essermi preso cura di un animale.

soprattutto, l’intimità con gli animali “domestici” mi ha insegnato un affetto e un rispetto che non posso non estendere a tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, anche quelli che a causa di una natura caratterialmente meno antropomorfa, meno comunicativa o a causa di un aspetto meno gradevole riescono meno di altri a dimostrare la loro “umanità”. che per me non è l’appartenenza alla specie homo sapiens, ma la capacità di provare piacere, e il diritto di non subire dolore per mano di altri. grazie agli animali domestici ho imparato la compassione, cioè l’identificazione con il dolore di chi è diverso, anche radicalmente diverso da me, ma è comunque un individuo con coscienza di sé, bisogni, emozioni, dolori. quindi, per me, umano. e se gli animali sono umani io voglio che abbiano almeno gli stessi diritti fondamentali che riserviamo alla specie homo sapiens.

perché quello che impari vivendo con gli animali è l’empatia per il diverso, di qualunque diversità si tratti, e fare distizioni tra vari gradi di diversità non mi è eticamente possibile: sempre più mi è chiaro che la compassione è la chiave della convivenza su questo pianeta, la base e prospettiva futura dell’unica civiltà possibile: quella inclusiva di tutti, al di là di tutte le barriere, rispettosa dei bisogni e dei diritti di tutte le diversità biologiche, culturali, estetiche e comportamentali presenti su questo pianeta.