Rinunciare alla privacy per la sicurezza priva di entrambe

A seguito dell’attentato di Parigi potrebbe accadere presto – anzi forse sta già accadendo – che partiti e governi europei propongano nuove leggi che consentano di raccogliere su tutti i cittadini informazioni che attualmente consideriamo private e inviolabili.

È già accaduto negli USA dopo l’11 settembre con l’istituzione del Patriot Act e altre misure, sulla cui reale efficacia non abbiamo mai avuto informazioni in quanto coperte da segreto di Stato.

Non è strano: se non incontra l’opposizione della società civile lo Stato tende naturalmente, che sia in buona o in cattiva fede poco importa, ad arrogarsi il maggior controllo possibile sui cittadini. Il desiderio del massimo controllo è nella natura delle autorità e delle organizzazioni in generale: per evitare che ne abusino è necessario un controllo e una negoziazione della società civile, diretta e attraverso il Parlamento.

Poiché la cosa tocca tutti noi, non possiamo permetterci il lusso di non avere un’opinione informata. A questo scopo può valere la pena di ricordare cosa scrivevano pochi anni fa due dei massimi esperti di sicurezza e privacy, riguardo all’efficacia del monitoraggio dei dati privati dei cittadini. Tenendo presente che si tratta di opinioni di parte, come è inevitabile su una questione che investe etica e politica in modo così diretto.

Security and privacy are not opposite ends of a seesaw; you don’t have to accept less of one to get more of the other.

Many of the anti-privacy “security” measures we’re seeing — national ID cards, warrantless eavesdropping, massive data mining and so on — do little to improve, and in some cases harm, security. And government claims of their success are either wrong, or against fake threats. The debate isn’t security versus privacy. It’s liberty versus control.

If you set up the false dichotomy, of course people will choose security over privacy – especially if you scare them first. But it’s still a false dichotomy. There is no security without privacy. And liberty requires both security and privacy. Those who would give up privacy for security are likely to end up with neither.

– Bruce Schneier, 2013

 

The current level of general surveillance in society is incompatible with human rights. To recover our freedom and restore democracy, we must reduce surveillance to the point where it is possible for whistleblowers of all kinds to talk with journalists without being spotted.
If whistleblowers don’t dare reveal crimes and lies, we lose the last shred of effective control over our government and institutions.

Suspicion of a crime will be grounds for access, so once a whistleblower is accused of “espionage”, finding the “spy” will provide an excuse to access the accumulated material. The state’s surveillance staff will misuse the data for personal reasons too.

Surveillance data will always be used for other purposes, even if this is prohibited. Once the data has been accumulated and the state has the possibility of access to it, it may misuse that data in dreadful ways.

Demagogues will cite the usual excuses as grounds for total surveillance; any terrorist attack, even one that kills just a handful of people, will give them an opportunity.

If limits on access to the data are set aside, it will be as if they had never existed: years worth of dossiers would suddenly become available for misuse by the state and its agents and, if collected by companies, for their private misuse as well

Richard Stallman, 2013

 

La raccolta di dati sensibili sui cittadini, lungi da garantirli in modo efficace, rappresenta una minaccia per la loro sicurezza nel momento in cui lo Stato è in grado di usare quei dati contro di loro, sia che ciò avvenga ufficialmente o segretamente, legittimamente o in violazione delle leggi, in un’indagine ufficiale o per l’iniziativa non autorizzata di un singolo, e che il cittadino sia colpevole o innocente.

Se anche consideriamo giustificata la violazione della privacy al di là di quanto consentano le leggi rispetto a chi ha commesso un reato, in uno stato di diritto la colpevolezza è stabilita da un giudice al termine di un processo, non preventivamente da parte dell’autorità inquirente. Nel momento in cui diamo agli inquirenti la libertà di indagare senza limiti e garanzie sul cittadino sospettato, abbiamo rinunciato allo stato di diritto come lo conosciamo oggi.

L’eliminazione di tutele e garanzie giustificata con uno stato d’emergenza fornisce allo Stato l’accesso a informazioni di cui secondo le leggi attuali non dovrebbe essere a conoscenza, e attraverso le quali può forse combattere il crimine, ma sicuramente metterà a tacere voci scomode. Strumenti come insinuazioni, diffamazione e ricatti possono essere usati contro i cittadini nella posizione di conoscere e rivelare eventuali atti illeciti compiuti dallo Stato, nemici politici, intellettuali scomodi. Non è una fantasia: Edward Snowden, Aaron Swartz, Chelsea Manning, Julian Assange sono i frutti del regime di emergenza instaurato con il Patriot Act.

Ma c’è di più: la semplice esistenza dei dati privati raccolti di per sé rende possibile qualunque tipo di violazione delle leggi da parte dello Stato o di singoli; rende possibile ogni rischio di diffusione, furto e uso privato o per scopi criminali di quei dati, qualunque attacco ai diritti democratici del cittadino, fino alla possibilità che, in caso di passaggio a un regime più o meno esplicitamente totalitario e liberticida, ogni informazione su ogni cittadino sia a disposizione di quel regime.

Dopo secoli in cui abbiamo rivendicato superiorità morali, democratiche e civili rispetto ai totalitarismi e alle teocrazie, è ironico che sia proprio una teocrazia totalitaria a spingerci verso una rinuncia a quegli stessi diritti democratici che ci facevano sentire superiori.

 

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stiamo diventando tutti delle seghine, e lo sappiamo

Questa è una delle mie solite tirate, quindi non prendetela troppo sul serio perché tendo a diventare ossessivo sulle cose che mi colpiscono particolarmente.

Ieri sera ho fatto due passi, anche per godermi una serata di fine estate che mi sembrava molto gradevole, persino calda. Perché se a fine settembre alle dieci di sera ci sono 20°, per me quello è un prolungamento di estate, non un autunno anticipato. E sarò strano, ma con 20° io esco in t-shirt: se con 20° in casa sto in t-shirt e fuori sono 20° e non piove o c’è vento, io esco in t-shirt.

Passeggiando ho incontrato solo un’altra persona in t-shirt, il che è irrilevante, ma quello che mi ha colpito è che il 99% delle persone avevano addosso non una camicia o il maglioncino di cotone che mi aspettavo, ma giacche di pelle, piumini, giacconi invernali. Ho visto una con la sciarpa di lana.

Ora, ognuno fa quello che gli pare eccetera, ma secondo me potrebbe esserci qualcosa che non va in una società che ritiene che 20° siano una temperatura adeguata per tirare fuori il piumino dall’armadio.

Se 20° sono considerati in gran parte del mondo una temperatura più che adatta per la vita quotidiana dell’essere umano, perché nella nostra società le case vengono riscaldate in inverno a 23 o 24°, e con 20° esterni ci vestiamo come se fossero 8°?

Non ne faccio una questione ambientale – anche se lo sarebbe: riscaldare troppo è un lusso che già non ci potremmo permettere – né economica, anche se lo sarebbe: l’inevitabile aumento graduale del costo dei carburanti e la compressione dei salari verso il basso renderà prima o poi sconsigliabile per le economie vivere a 25° in inverno e 18° in estate, che è già di per sé un paradosso.

L’idea consumista e tecnocratica che il mondo debba essere trasformato attraverso le tecnologie nell’ambiente più confortevole possibile per una sola specie, cercando di uniformare tutti gli ambienti in cui l’uomo trascorre il tempo, persino all’esterno (ah no? e i funghi a butano fuori dai locali?) non solo è, se chiedete a me, follia pura, ma ha già dimostrato di non essere sostenibile.

Non ne voglio fare nemmeno una questione di pigrizia o di essere viziati, anche se lo è: come il mangiare troppo o l’acquistare troppe cose, lo scaldare/scaldarsi troppo è nella maggior parte dei casi una questione di abitudine, di autoindulgenza, che in un malsano equivoco viene confusa con il comfort.

Entro certi limiti la sensazione di calore è non solo soggettiva ma adattiva: più alziamo il termostato (o lo abbassiamo in estate) nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo, più ci rendiamo incapaci di vivere confortevolmente nelle temperature che sono naturali all’esterno, più ci rinchiudiamo in ambienti e controllati. E sta proprio qui il punto.

Non è, tutto ciò, l’ulteriore dimostrazione che stiamo sempre più alienandoci dalle condizioni di vita naturali in cui la nostra specie, fino a qualche decina di anni fa, sapere vivere benissimo? Non stiamo ulteriormente ripudiando l’ambiente in cui viviamo?

Costruendo (necessariamente) le città, ci siamo del tutto rimossi dall’ambiente che ci circonda – che sarebbe fatto di alberi e prati e rocce e spiagge, mentre oggi sono rimaste solo due foreste degne di questo nome al mondo.

Passiamo le nostre giornate in uffici rinunciando a vivere nel ciclo di luce/buio naturale, alteriamo la temperatura dei luoghi in cui viviamo, scaldando i nostri corpi oltre qualunque condizione naturale: che temperatura raggiunge il corpo di uno che indossa una giacca da sci con 20°?

Passiamo le nostre vite in ambienti con illuminazioni fasulle e temperature artificiali: la casa, l’automobile, l’ufficio, il ristorante, il cinema. Viviamo le nostre giornate in ufficio immersi in luci artificiali, spesso malsane e fastidiose. Ci nutriamo sempre più spesso di cibi che hanno subito una serie infinita di trasformazioni industriali, l’ultima delle quali è cercare di ridare loro un aspetto naturale. Ci curiamo troppo con medicine troppo potenti che stanno rischiando di annientare le nostre difese da batteri e microbi. Ci muoviamo esclusivamente su mezzi alimentati da energie esterne, tanto che dobbiamo recarci in automobile due volte alla settimana in ambienti (riscaldati, illuminati al neon) progettati per fare quello che non facciamo nel nostro quotidiano, cioè bruciare calorie.

Ora io non voglio fare l’hippy e nemmeno l’ambientalista radicale: sono del tutto consapevole dell’opportunità di usare le tecnologie per rendere il pianeta più vivibile alla maggior parte della specie umana. Ma più vivibile significa costruire dighe, aumentare la resa dei raccolti, combattere le malattie: non abituare noi stessi a vivere confortevolmente solo in ambienti con un range di temperatura di un grado, senza contatto con batteri, mangiando cibo industriale, senza camminare mai per più di 300 metri, poi vivendo male a causa di tute queste cose.

La scelta del tutto irrazionale di indossare il piumino con 20° è solo simbolica di una questione molto più grande, cioè che stiamo diventando delle seghine: da una parte viziandoci e assecondando bisogni estremi, ipertrofizzati che sono la parodia di bisogni reali; dall’altra parte costruendo e vivendo in una realtà sempre più artificiale, che non ha nulla a che fare con il mondo esterno, e che ci aliena sempre più dal resto del pianeta.

In un momento storico in cui potemmo trovarci a dover rinunciare – per ragioni ambientali o economiche – a buona parte dei nostri lussi nel giro di pochi decenni, assecondare la nostra pigrizia, estremizzare i nostri vizi e coltivare sempre più bisogni e esigenze di un regnante di metà Novecento forse non è esattamente quello che vogliamo fare. Ma proprio per noi, stessi, più che per il pianeta.

 

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editore, fammi pagare come alla Festa dell’Unità

In casa mia nel Novecento si leggeva un quotidiano al giorno, due magazine settimanali, due o tre mensili.

Oggi, andando sulla history del browser a fine giornata e contando le testate su cui ho letto qualcosa, supero ampiamente le 30. In un mese leggerò, ed è una stima prudente, su almeno un centinaio di testate diverse. Ogni anno saranno, quante? 400?

Nel 2015 il modello di abbonamento alle testate è ancora quello di fine ‘900: l’editore ragiona come se ognuno di noi leggesse un quotidiano al giorno e due riviste al mese. Se io dovessi pagare l’abbonamento a 400 – ma diciamo anche solo alle 100 testate che leggo con una minima regolarità ogni anno, a una media di 20€, sborserei 2000€/anno in abbonamenti a riviste. Non credo che sia fattibile – nemmeno sensato – per nessuno che io conosca, tranne forse i professionisti. Perché nessuna o quasi nessuna di quelle 100 o 400 testate è insostituibile: le notizie sono le stesse, i commenti spesso simili.

(Ok, salviamo il valore dell’inchiesta – ormai più rara del rinoceronte di Java – e dell’approfondimento. Salviamo anche l’editoriale, ma solo come concetto astratto, perché poi i tuoi direttori sono spesso dei fastidiosi tromboni, e se in rete c’è scarsità di qualcosa non è certo di opinioni: la maggior parte delle volte mi interessa più sapere cosa ne pensa di una data notizia Leonardo​ che Mieli o De Bortoli).

Nel frattempo sì è capito che il paywall funziona solo se sei il NYTimes o the Atlantic, e l’advertising ha un destino di lenta morte tra le fauci di Adblock. Per questo dico agli editori: fammi abbonare alla cifra che decido io. Come all’ingresso alla festa dell’Unità, non fare un abbonamento, fai una sottoscrizione. Quelli tra noi che sono intimamente portoghesi continueranno a esserlo e su quello non puoi farci niente, ma chi vuole pagare ti pagherà quello che ritiene giusto per il tuo valore e sostenibile per le sue tasche. Molti di noi hanno in mente una cifra che ritengono sostenibile spendere ogni anno per finanziare l’editoria che considerano di qualità. Questa cifra varierà presumibilmente da 20 a 200€: non sarà mai 2000€, però intanto almeno quelli te li prendi.

In altre parole, c’è una cifra massima che ciascuno di noi può permettersi/è disposto a spendere ogni anno per la cultura. Questa cifra non è diminuita a causa dell’Internet: è il numero complessivo delle informazioni che consumiamo a essere straordinariamente aumentato. La torta è la stessa, ma le fette sono diventate così piccole che ormai non si riescono nemmeno a prendere in mano. (E lo stesso vale sempre più anche per il cinema e la musica).

 

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La libertà di ridere alle burattinate di regime

Mi è successa una cosa curiosa. Come scrivevo nel post precedente, all’Expo abbiamo visitato il padiglione della Thailandia, nel quale sono proiettati tre film di pura propaganda di regime. Robe tipo “in Thailandia le sementi germogliano rigogliose grazie alla generosità del nostro grande Re”: una roba davvero da far accapponare la pelle, persino difficile da credere se non si viaggia spesso in paesi in cui vigono regimi non democratici.

Sono filmati talmente grotteschi che in un paio di momenti ho riso forte. All’uscita mi sono reso conto che potevo permettermi di ridere durante la proiezione solo grazie al fatto di essere cittadino di un paese in cui vige la piena libertà di espressione. Se fossi stato un thailandese in Thailandia – assurdamente, forse persino un thailandese in Italia – non avrei potuto godere della stessa libertà. Se al ridere aggiungiamo: votare, dire la propria opinione, scrivere quello che si pensa – anche le abominevoli minchiate che scriviamo ogni giorno sui social media – insomma, queste libertà sono qualcosa a cui non pensiamo quasi mai, di cui forse non siamo grati abbastanza spesso.

E grati non che ci siano concesse da una classe politica magnanima, ma di essercele conquistate in decenni di lotte che hanno piantato dei paletti democratici che finora si sono dimostrati molto solidi. Grazie, di nuovo, a noi che abbiamo continuato a difenderli, anche solo votando. La libertà non è un dono di Dio – men che meno della Chiesa – ma una conquista umana.

Oggi in Europa sembra avanzare un pensiero che usa strumenti retorici di forte impatto emozionale come la paura dell’immigrazione o la teoria della “troppa libertà di espressione” in Rete per cercare di riportare indietro la lancetta su paletti democratici acquisiti come alcuni diritti civili e umani. Ungheria e Turchia sono i due casi vicini a noi più visibili, in altri paesi è più strisciante ma altrettanto pericoloso; alcuni echi si sentono persino da noi, nel famoso paese reale. La limitazione delle libertà si legittima sempre attraverso la paura.

La prossima volta che dobbiamo decidere cosa votare – e lo dico anche al me stesso che sta pensando di non farlo – magari ricordiamoci dei thailandesi che non possono ridere alle minchiate della loro propaganda di regime, perché anche se siamo nati e cresciuti in piena libertà di espressione, anche se non abbiamo mai conosciuto niente di diverso, generazioni fortunate che non siamo altro, niente è mai per sempre, niente va dato per scontato.

La Thailandia vive in regime di legge marziale a seguito del colpo di stato del maggio 2014. Secondo Amnesty International sono all’ordine del giorno violazioni dei diritti umani e civili come torture, arresti e detenzioni arbitrarie, processi sommari, rapimenti e sparizioni di attivisti democratici.

 

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“Voi” non esistete

Premetto che questo è un mio gong, ovvero un tema su cui sono particolarmente, forse eccessivamente sensibile. Se vi va seguitemi e vediamo se ha senso.

Credo possiamo essere tutti d’accordo che uno degli effetti dei social media sia di avere sensibilmente ampliato il numero di persone che vengono a contatto con i nostri pensieri ogni giorno, ma anche la loro diversità. Nonostante ciò che si dica della filter bubble (la tendenza dei social media a metterci a contatto principalmente con persone che la pensano come noi), ogni giorno abbiamo accesso a una varietà e diversità di persone – quindi di identità, pensieri, valori – che prima dei social media era semplicemente impossibile.

Questo fa sì che quando scriviamo il nostro pensierino social al volo mentre siamo sul bus dovremmo sempre essere ben consapevoli sia della vastità (in media tra i 200 e i 600 follower a seconda della fascia di età) che della diversità della nostra audience: chiunque abbia un séguito sufficientemente nutrito su twitter o facebook sa per esperienza che dare per scontato che tutti i follower condividano i nostri valori o la nostra posizione su temi sensibili – riguardanti religione, politica, identità sessuale, valori culturali – mette a rischio di incomprensioni, flame, e anche peggio.

Quello che invece mi colpisce è la tendenza tuttora molto diffusa alla critica sarcastica – ciò che nella volgata quotidiana va sotto il nome di perculo – che mette nello stesso mazzo tutti i follower, attraverso l’uso del “voi” generalizzato. Ok, ne sto facendo una questione di etichetta, ma le parole sono importanti. Nessuno di noi scriverebbe su Twitter “siete tutti degli ingenui”, mentre un sacco di persone, anche tra coloro che hanno, per esperienza e competenza professionale, la sensibilità necessaria in materia, usano frasi che suonano come (faccio solo un esempio) “voi che siete sempre …” o “voi che avete sempre…”, spesso seguìta da una frase sarcastica o uno sfottò un tantino arrogante.

Magari non capita sempre e magari non a tutti, ma la mia sensazione è che non sia gradevole sentirsi accomunare a “tutti gli altri”, come se si fosse parte di una massa indistinta; soprattutto se non ci si sente responsabili del difetto indicato. E’ un po’ come quando un uomo si rivolge a una donna (amica, partner, parente, poco importa) iniziando la frase con “voi donne”. Chi non ha mai provato a farlo, provi: lo troverà istruttivo. E’ naturale che alle persone non piaccia essere genericamente accomunate a una categoria, incasellate in uno stereotipo. E’ come se l’autore tracciasse una linea tra sé e il resto del mondo, ed è inutile dire che cosa idealmente demarchi, quella linea.

Può benissimo essere che si tratti di una fissazione mia, ma può anche essere una sensibilità in crescita che sto captando. Nel primo caso ignoratemi, ma se si trattasse del secondo, suggerisco qui alcune espressioni da poter usare al posto del categorico, massificatorio, generalizzante VOI:

“coloro che… (segue specifica del tipo di persona a cui ci si sta rivolgendo)”

“chi tra di voi fosse/avesse…”

“se tu…”

E no, mi correggo: non è una questione di etichetta, ma di rispetto dell’intelligenza dell’interlocutore. Può essere una sottigliezza o un eccesso di zelo, ma trovo che chi scrive per mestiere sui social media dovrebbe avere questo tipo di sensibilità.

 

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come to EXPO if you have to, but visit Turin

I will probably come off as a bit of a dick to my Milan friends, but the best advice I can give to someone who goes  to Milan for the EXPO, is to discover Turin.

no, really, do it. if you live far away you may not have another chance to see Turin, and you’d miss one of the most beautiful, fascinating and complete italian cities.

Milan is ok for the EXPO and the interiors and the museums and for a lot of modern, shoppingy, modernartsy stuff, but Turin really is THE city you have to see in Northern Italy. provided especially if it’s a sunny, clear day.

also: wine. you have no idea about the wine. and the food. really. you can thank me later.

 

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Maria Elena Boschi, i bimbi congolesi adottati e l’ipocrisia di un paese che ha problemi ben più seri

Si è parlato e ancora si parlerà delle foto che ritraggono il ministro Boschi nell’atto di accogliere a Kinshasa un gruppo di bambini congolesi: la scelta di mandare il ministro per le Riforme Costituzionali è stata accusata di strumentalità e populismo, immagino anche da certa sinistra. Nulla è valsa la spiegazione del ministro riguardo alla sua presenza.

Al di là del fatto che si possa, con un candore straordinario, trovare fastidiosa l’idea che chi si occupa di comunicazione per la Presidenza del Consiglio organizzi una photo-op (cioè faccia il suo mestiere) per un evento del genere, o anche che si possa, vivendo forse nell’800, trovare scandalosa l’esistenza stessa delle PR in politica, mi pare ci sia un equivoco di fondo, un malinteso su cosa sia e a cosa serva la comunicazione politica.

Le critiche sembrano basarsi sulla convinzione che che la comunicazione politica debba essere reportage obiettivo e neutro, che al di fuori dal Parlamento (dove, ricordiamo, è passata gente che chiamava i colleghi “cicciolini”, sventolava fette di mortadella, saliva sul tetto per protestare o appariva sulle copertine dei periodici con in braccio un cane) un evento come quello a cui abbiamo assistito debba rappresentare una genuina tranche de vie della giornata di un politico.

Viene da immaginare che, secondo questa interpretazione, qualunque manifestazione pubblica di un politico dovrebbe essere riportata dalla stampa solo nel caso sia spontanea e frutto di un impeto genuino e del tutto disinteressato, nonostante nessuno possa affermare sia mai stato così nella storia dello Stato moderno – o, se preferiamo, in quella della fotografia. Qualunque cosa poi significhi disinteressato in questo contesto, non so neanche se cercare di capirlo: la politica, come ogni mestiere, ha degli interessi e degli obiettivi.

Il punto della comunicazione non è se il politico sia sincero e genuino nel compimento dell’atto rappresentato, ma se sia credibile nel compierlo, e  cosa comunichi quel gesto. Se la politica è arte del possibile, la comunicazione politica è narrazione del possibile, ovvero un (altro) modo di far passare i valori, le idee e la visione del futuro di un partito o governo attraverso immagini, gesti, azioni simboliche. Questo la Lega lo sa benissimo, pur facendone un’esecuzione becera e, quella sì, spesso offensiva.

E’ ben poco rilevante e nessuno può dire se il ministro Boschi in quelle immagini sia sincera: il punto è se sia credibile o meno. La comunicazione politica funziona quando la figura ritratta è credibile nella sua azione o nelle parole che sta pronunciando, mentre è percepita come strumentale e manipolatoria quando non è plausibile (immaginiamo Calderoli nella stessa situazione e intuiamo subito cosa significhi non credibile).

Ciò che conta, se non si vuole essere ipocriti, non è una sincerità nelle intenzioni che non ha alcuna rilevanza politica, ma il modo in cui lettore e spettatore possono immedesimarsi nel gesto, intuendo e abbracciando attraverso di essi – per una volta in modo empatico e non solo intellettuale – la posizione progressista e civile del governo su questioni come l’immigrazione, la solidarietà, la tolleranza (parola che indica una questione che non dovrebbe nemmeno esistere, santiddio, e invece richiede un continuo intervento da parte della politica).

E comunque in un paese in cui è in discussione ogni domenica persino il concetto di uguaglianza in base al colore della pelle, vale e serve tutto.

 

Maria Elena Boschi

 

“L’uomo di vetro è una metafora totalitaria”

Grazie a un post di Stefano (e anche, noto poi, a uno molto precedente di Massimo Mantellini su PI) scopro questa frase di Stefano Rodotà che spiega molto bene come la logica così diffusa del “male non fare, paura non avere“, per quanto a prima vista condivisibile, sia in realtà il grimaldello per una cessione di diritti poco salutare per la nostra società, se non una premessa tipica delle dittature.

Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. L’uomo di vetro è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.

Il contesto del paragrafo è ormai quasi antico (il pezzo era scritto poco dopo l’undici settembre 2001) e le riflessioni a contorno superate dalla realtà: l’11/9 non ha affatto generato il ritorno al sociale e al collettivo, alla solidarietà e al rifiuto del liberismo estremo che sembra annusare Rodotà nel pezzo.

La riflessione diviene ancora più importante dopo un decennio nel quale abbiamo visto il crollo, progettato e inarrestabile, di qualunque scudo a difesa dei dati sensibili e delle conversazioni private. L’argomentazione di Mark Zuckerberg ed Eric Schmidt di Google sulla morte della privacy nasconde sì interessi economici enormi, ma anche politici, di cui Facebook e Google si fanno portatori – che questo avvenga obtorto collo a causa del Patriot Act, oppure con un malcelato entusiasmo.

Il cittadino che accetta il controllo dello Stato in tutte le proprie manifestazioni, anche le più private e intime, senza peraltro ottenere lo stesso in cambio, è il cittadino perfetto del Mondo Nuovo di Huxley e Orwell: pronto ad annullare la propria specificità umana – compresa la soggettività etica –  in favore del Grande Database Globale, attraverso cui le autorità di tutto il mondo (stati canaglia inclusi, che poi vai a distinguere con precisione quali lo sono, e rispetto a chi) possano istituire un perenne processo di indagine su ciascuno di noi, giudicarci in base agli elementi racconti, magari anche prima che i reati di cui siamo sospettati siano effettivamente compiuti (vedi qui e qui). E’ il brodo di coltura perfetto per la Stasi e il KGB: una posizione sulle modalità di recupero e gestione delle informazioni su cui il governo degli Stati Uniti si dimostra del tutto antiliberale, anzi quasi perfettamente stalinista.

A pensare di non avere “niente da nascondere” si compie un grave atto d’ingenuità. Se improvvisamente tutta la nostra casella di mail, i contenuti delle nostre telefonate, i dettagli di tutti i nostri comportamenti passati fossero ricercabili al governo saremmo sereni? E se lo fossero ai nostri datori di lavoro? E, una volta accettato il principio, chi decide dove mettere il paletto? E dove sarà quel paletto tra 5, 10, 25 anni?

Ricorda Stefano (che passa poi a parlare di competizione e architetture dei sistemi):

Le distribuzioni statistiche in natura non sono uniformi; per ogni fenomeno c’è chi sta al di fuori della “normalità” e la mancanza di privacy può trasformarsi in esclusione, discriminazione o peggio. L’argomento di Schmidt è capzioso perché sottintende una “normalità” mentre la tutela e’ proprio per chi “normale” non lo è  (per fato o scelta).

Siamo tutti diversi: ciò che rappresenta un dato sensibile per uno non lo è per un altro, ciò che non causa problemi a qualcuno mette in seri casini qualcun altro. Esiste un serio rischio di discriminazione, anche illecita, in base a dati che mi riguardano. Se mi rifiutano un lavoro perché hanno scoperto che sono omosessuale, o incinta, non mi è di grande conforto il fatto che abbiano compiuto un’azione illegale: il lavoro l’ho perso comunque.

Inoltre, le cose cambiano: una volta che i dati sono stati raccolti restano disponibili per sempre a chiunque, anche a un eventuale governo che seguisse e fosse meno o per nulla democratico: ne sanno qualcosa in Tunisia e in Egitto. Storicamente non è poi così saggio dare per scontata la democrazia. Come per lo sdoganamento dell’uso di droni di Obama (immaginiamo cosa potrebbe fare oggi con i droni un’amministrazione Palin), il superamento dei limiti etici è quasi sempre un vaso di Pandora.

Inoltre, esiste il rischio di errore: chi mi garantisce che non ci sarà un bug (c’è quasi sempre, un bug) a causa del quale i miei dati non saranno diffusi? Quale rete è sicura al 100% ?
Ancora di più: chi mi tutela da un’interpretazione errata dei dati, da uno scambio di codice tra le mie intercettazioni e quelle di un camorrista? Le tecnologie possono sbagliare, sbagliano continuamente, e spesso non contemplano la possibilità di risalire all’errore. Come ci sentiamo ad affidare la nostra libertà a un computer?

 

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Il Decalogo del Cinefilo Integralista: 
Istruzioni per l’Uso Responsabile della Sala Cinematografica

Nel 2004, sul newsgroup it.arti.cinema, scrissi il decalogo definitivo di come comportarsi al Cinema, detto anche Decalogo del Cinefilo Integralista o dei Cinebani, che poi fu linkato su maestrinipercaso.it e ripubblicato su Desordre.biz. Ieri se ne è riparlato su Friendfeed quindi l’ho recuperato – grazie a Desordre – e ora lo ripubblico cui, in quanto attuale oggi come allora.

1.
Al Cinema si arriva almeno mezz’ora prima, anche con il posto garantito. Non per fanatismo, ma per godersi religiosamente l’aspettativa, passeggiare sulla morbida moquette rossa dell’atrio, ascoltare di nascosto quello che si dicono le coppie mentre arrivano. E soprattutto scegliersi con cura i posti (vedi punto 3).

Anche se sono decisi dal computer, se si è in più di due è bene essere quello che assegna i posti. Comunque sconsigliato andare al cinema in più di quattro.

2.
Niente Popcorn, coche cole, merendine, cazzi e mazzi: al cinema si va per guardare un film, non per mangiare.
Se hai fame vai in pizzeria, ma non venire a rompere i coglioni a me col crik crok mentre guardo un film

3.
I Posti: Avanti e Centrali, e su questo non si discute. Nessun possibile negoziato: rigorosamente i posti centrali tra la quarta e la settima / ottava fila, a seconda delle dimensioni dello schermo e della distanza tra prima fila e schermo.

4.
Lo Squillare in Sala (anche a film non iniziato) di un cellulare lasciato (anche inavvertitamente) acceso implica l’immediata punizione con taglio della mano rituale sul ceppo in cui il bigliettaio infila le matrici dei biglietti. La cerimonia sarà pubblica, per educare le masse.

5.
Durante la Pubblicità si sta zitti e si guarda lo schermo: anche quella è stata girata da un regista (cioè qualcuno molto più bravo a girare dello spettatore, quindi è il caso di mostrare rispetto).
Parlare durante i trailer è quasi altrettanto grave che parlare durante il film (vedi punto 6).

6.
Durante il Film *Non si Parla*, mai, MAI, per *nessuna ragione*.
Inoltre si evita di tossire e si respira piano.

 

-> La versione in formato RTF del Decalogo è scaricabile QUI <-

 

 

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perché voterò Vendola (e come ciò non sorprenderà nessuno)

ho smesso da lungo tempo di illudermi che in una democrazia rappresentativa il mio voto possa cambiare le cose. peraltro non vorrei nemmeno che IL MIO voto cambiasse le cose: desiderarlo è l’opposto della democrazia. ho però anche smesso di illudermi che il voto della maggioranza possa fare qualcosa di più che sostituire lo schieramento al potere con un altro schieramento che si comporti in modo simile sui temi che mi stanno a cuore.

mi sembra che le democrazie moderne assomiglino sempre più a una sorta di dittatura della maggioranza mediata da una casta di sacerdoti. e la maggioranza presa nel suo insieme è cattolica, mediocre e di centro (in Italia, probabilmente di destra). facile comprendere come non mi piaccia molto questo paese, e come alla fine dei conti non mi piaccia nemmeno più di tanto la democrazia rappresentativa.

il principio con cui vado a votare adesso, consumato l’ingenuo ottimismo della gioventù, è uno solo ed è del tutto strumentale: far avanzare il più possibile le istanze che mi premono.

non ho altri criteri: non mi interessa votare in modo da favorire le massime probabilità di vittoria al “mio schieramento”. votare per probabilità di vittoria è tapparsi il naso, deludere sé stessi e accettare di vivere in uno stato di emergenza per tutta la vita.

non credo nell’uomo del destino (ha fatto più danni della carestia), non credo nel populista rivoluzionario (di solito ha un secondo fine, che di solito è sé stesso), non credo nello sparigliatore di carte (di solito la situazione post-sparigliamento mi piace ancora meno di prima), né nel riformista ecumenico e moderno che prende voti da tutti (farà una politica centrista, senza ideali e in servizio della maggioranza, che è appunto cattolica, mediocre, di destra).

l’unico criterio che mi resta valido, quindi, è il puro opportunismo in salsa idealistica: quale dei candidati più probabilmente cercherà di portare avanti le istanze che mi premono? votando chi è più probabile che finiscano sul tavolo le questioni che mi interessano veramente?

quindi stavolta per me è facile, considerando quello che mi preme: difesa dell’ambiente e riconversione dell’economia, dell’agricoltura e della mobilità in ottica sostenibile, rifiuto totale, assoluto e definitivo del nucleare, diritti delle coppie same-sex adozione inclusa, guerra totale globale termonucleare contro l’evasione e la speculazione finanziaria, tobin tax e patrimoniale sui grandi capitali, riduzione dell’orario di lavoro per lavorare tutti e meglio, investimento sulla cultura e sul valore della scuola laica e statale, intervento statale in difesa della neutralità sulle infrastrutture strategiche (Internet, telefonia, ferrovie), risoluzione del conflitto tra impresa e lavoro su un tavolo istituzionale di pari diritti e doveri, una politica estera che metta al primo posto la pace superando le ragioni di Stato, solidarietà alla cooperazione internazionale, ai movimenti civili, alle ONG, ricorso sempre e comunque all’azione diplomatica come risoluzione dei conflitti, al rispetto delle risoluzioni dell’ONU, fine dell’ipocrisia sulle droghe, un approccio animalista ai rapporti tra uomo e altre specie (su questo punto Isotta ha fatto BAU).
e molto altro, ma non voglio menarla più di tanto.

io posso solo votare qualcuno che posso sperare voglia distanziarsi il più possibile dal soffocante abbraccio della Chiesa Cattolica® e dei poteri economici, finanziari e industriali, che abbia dimostrato di saper e voler lavorare sull’ambiente, che abbia o almeno sostenga di avere l’immaginazione visionaria per provare nuove forme di solidarietà sociale, di economia sostenibile, di valorizzazione del ruolo della donna nella società e al potere.

ovviamente, senza pensare di sorprendere qualcuno, e senza entusiasmi o ingenue adesioni incondizionate, quella persona è sicuramente Nichi Vendola. poi sono pronto a essere deluso per l’ennesima volta in vita mia, ma almeno saprò di averci provato.

questo ragionamento potrà sembrare cinico, egoista e disincantato, e invece no, perché il succo è: se si vuole un mondo migliore bisogna essere disposti a lavorare – in questo caso a votare – per un mondo migliore. votare per un mondo un pochino meno peggio non è abbastanza. e questo lo sa bene chi ha scelto di votare l’outsider Pisapia alle primarie di Milano.