Del perché non uso la trackpad sul Macbook, e del perché a Cult of Mac sono fuori di testa

Cult of Mac: There’s years of muscle memory at work that tells you that when you’re on your desktop or laptop, you scroll by swiping two fingers in the direction you want to go. Doing the opposite is going to seem counter-intuitive at first.

Me: Yes. It’s going to seem counter-intuitive because it is counter-intuitive.

Cult of Mac: “The reason Lion’s new way of scrolling seems so wacky at first is that after almost thirty years of using Macintosh OS, we’ve stopped associating our computer desktop as being analogous to a physical desktop, covered in pieces of paper“.

Me: Uh, actually we’ve never done that, because a computer desktop is not analogous to a physical desktop, and we all know that. It’s just a metaphor, and an outdated one at that.

Cult of Mac: “Likewise, we’ve also forgotten that a mouse pointer is supposed to represent where our finger is on that desktop“.

Me: Uh? WTF? No, it’s not. And anyway I don’t point my fingers at my real life desktop.

Cult of Mac: “Let’s think about how scrolling would work in a physical space“.

Me: 

Cult of Mac: “Let’s think of a web page loaded in Safari as a long piece of paper, while Safari is a fixed wooden frame around that paper“.

Me: Browser = wooden frame? Internet = a piece of paper? Are you out of your MIND?

Cult of Mac: “If you wanted to move the paper so that words that were below the lower boundary of the frame were within its viewing pane, you would have to use your finger to push the paper within the frame’s viewing area up towards the top”.

Me: IF I were in a physical space. I FUCKING AM NOT!

Cult of Mac: “If you remember that a computer desktop is actually a GUI metaphor for a physical desktop, and virtual objects are meant to manipulated using the same physics as real objects”

Me: NO THEY ARE NOT. IT’S A METAPHOR, NOT A REPLICA. WTF!!!!

Cult of Mac: “It becomes clear that OS X Lion’s so-called “reverse scrolling” is anything but. It’s actually realistic scrolling“.

Me: No! Realistic is NOT standard. Realistic is NOT intuitive. Realistic is NOT real.

Cult of Mac: “Adjust Your Thinking

Me: Yeah, fuck you.

Kobo e Kindle, pro e contro di entrambi

 

(ATTENZIONE: questo è un post del 2012 e riguarda quello che fu forse il primo modello di Kobo distributo in Italia. Molta acqua è passata sotto i ponti ed è probabile che alcuni, se non molti, dei punti trattati in questo post non siano più attendibili al 100%).

 

Mondadori ha mandato in prova – a me come a tante altre persone – un Kobo, il lettore di e-book (e sistema di pagamento e distribuzione di libri elettronici) che è stato abbinato al catalogo di e-book Mondadori. il modello di distribuzione è molto simile a quello di Amazon, e il paragone col Kindle, anche per affinità di formato e user experience, viene naturale. ho pensato che un post che li comparasse potesse essere utile a chi deve decidere quale dei due e-reader acquistare.

disclaimer: Mondadori non ha chiesto questa recensione in cambio del Kobo, ma il lettore accorto (o sospettoso :) vorrà tenere conto del fatto che essa è stata scritta a partire da un oggetto non acquistato (per quanto dal costo contenuto: meno di 100 euro). per parte mia li sto usando entrambi e non mi pare di poter dire di avere una preferenza assoluta per uno dei due.

il paragone è tra il Kobo nuova versione e il Kindle Touch (d’ora in poi KT) originale, cioè versione non paperwhite.

la conclusione finale dopo tre mesi di utilizzo è che Kobo è troppo instabile per un uso intensivo, e la trovate in chiusura del post.

 

dimensioni

le principali differenze sono sul peso e dimensioni (il Kobo ha quasi 30 grammi in meno, circa 7 mm in meno in altezza e 3 in larghezza). lo schermo è posizionato più in alto quindi c’è più spazio nella cornice in basso per i pollici, il che è decisamente apprezzabile quando si legge in piedi.

 

hardware e storage
le specifiche sono abbastanza simili. mi pare probabile che il Kindle sia stato preso come riferimento per la progettazione del Kobo. niente di male in ciò, il leader di mercato traccia sempre una strada che viene seguita da altri.
le principali differenze sono nella chiarezza dello schermo (Kobo è più bianco del KT tradizionale, di cui però credo sia uscita una versione migliore), e nello spazio a disposizione per gli ebook: KT ha 4GB, Kobo 2GB. ma la vera differenza è nella presenza di uno slot per micro SD sul Kobo, che permette di aumentarne la capienza fino a 32GB. l’espandibilità è molto importante per quanto mi riguarda, e questo è un punto nettamente a favore del Kobo.

 

compatibilità

un altro punto a favore del Kobo è la compatibilità con i formati dei file. KT per il testo accetta il formato nativo Amazon (AZW) più TXT e MOBI (e PDF, che comunque risulta poco pratico da leggere, su entrambi i reader). altri formati devono essere convertiti attraverso Calibre, un’applicazione disponibile sia per PC che Mac che Linux, poi spostati sul Kindle usando l’applicazione Amazon apposita.

Kobo legge direttamente anche i file EPUB, che mi pare il formato principe per quanto riguarda gli e-book, e non richiede di software esterni per convertire né per metterli sul lettore: è sufficiente un drag and drop. questa è una delle differenze più importanti, per quanto mi riguarda, tra i due reader. inoltre Kobo è compatibile con CBZ e CBR, caratteristica sicuramente apprezzata dai letttori di fumetti e graphic novel.

 

aspetto e sensazione al tatto

esteticamente Kobo appare più gradevole e elegante, con la finitura opaca leggermente gommata, i bordi a taglio e il dorso con un motivo trapuntato. la versione nera trattiene decisamente le ditate e va pulita spesso. il grigio neutro e i design di KT è meno chic, per chi ci tiene a queste cose. Kobo è disponibile in 4 colori, KT solo nel grigio d’ordinanza.

 

esperienza di lettura

punto importante, vediamo nel dettaglio i vari aspetti.
schermo più bianco quindi migliore lettura nel Kobo, abbiamo detto, ma questo dipende probabilmente dal fatto di sfruttare una tecnologia più recente: il nuovo Kindle Touch Pearl White paperwhite probabilmente sarà altrettanto brillante (non l’ho provato).

la gestione della libreria è forse un tantino più evoluta su Kobo: c’è anche la vista per copertine e non solo quella a lista. lo screensaver può mostrare la copertina del libro che si sta leggendo. Kobo mostra nella libreria la percentuale di lettura dei libri che si stanno leggendo.

per fare un paragone tecnico della resa grafica dei caratteri non credo di avere sufficienti competenze. entrambi i lettori consentono di modificare dimensioni e spaziatura del carattere. KT consente di scegliere fra tre tipi di caratteri predefiniti (ridotto, normale e sans serif) mentre Kobo permette di usare molti font diversi. margini e allineamento sono impostabili per il singolo libro su Kobo ma non su KT.
non entro negli altri dettagli dei menu perché sono piuttosto simili, le differenze più visibili mi sembrano quelle appena descritte.

sulla velocità di cambio pagina il Kindle Touch mi sembra più reattivo, e Kobo qualche volta, anche se raramente, sembra mostrare piccoli rallentamenti nel girare pagina e qualche incertezza nel mostrare i menu. roba di decimi di secondo, comunque. non ne sono certo ma ipotizzo che dipenda dal sistema operativo usato: KT è costruito su una versione customizzata di Linux mentre Kobo è basato su Android, che è un sistema che utilizza le risorse di sistema in modo differente, e potrebbe essere responsabile di qualche rallentamento, che in ogni caso non mi pare essere di ostacolo a una lettura agevole.

il fatto che entrambi sono basati su sistemi operativi aperti è lodevole, e dovrebbe consentire agli smanettoni di installare modifiche alle interfacce originali, il che è sempre una buona cosa.

 

il processo di acquisto

l’associazione dei reader con il proprio profilo online e con il database del sistema per gli acquisti inizialmente confonde un tantino, ma si tratta solo delle prime volte. la differenza forse dipende dal fatto che usando presumibilmente Mondadori due database (il proprio e quello della piattaforma di vendita gestita da Kobo) il processo di acquisto è un po’ più lungo e laborioso. Amazon ha lavorato moltissimo sulla messa a punto del flusso e l’integrazione tra Kindle e proprio profilo online, e la differenza mi pare si veda.
fare qualunque cosa che preveda la comunicazione tra Kindle e Amazon è quasi del tutto fluido, mentre almeno inizialmente su Kobo c’è qualche intoppino in più (compresa qualche piccola accortezza iniziale per montare un volume esterno Android su Mac, ché Android come file system a volte può essere un po’ scorbutico con OSX), ma la possibilità di fare drag and drop diretto tra computer e Kobo mi pare che ripaghi ampiamente dei piccoli problemi iniziali.

 

integrazione con i social network

questo è un punto che probabilmente non interessa alla maggior parte dei lettori ma per me è importantissimo. sono un lettore sociale e condivido molto di ciò che leggo sul social network (Facebook e Twitter sono gli unici due supportati da entrambi i reader).
se l’esperienza di condivisione di un brano su KT non è il massimo, su Kobo è proprio disagevole. inoltre non mi pare che Kobo non salvi i brani evidenziati sul un profilo personale come invece avviene su Kindle.

ma soprattutto su Kobo il sistema di selezione di brani del testo è impreciso al limite dell’irritante. selezionare è un delirio, e il brano condiviso viene troncato una volta pubblicato su Facebook (se viene pubblicato: a volte pare non accada, senza ragioni evidenti). la stragrande maggioranza delle persone probabilmente lo trova irrilevante, ma per quanto riguarda me e pochi matti come me questo è un notevole svantaggio, che mi impedisce di usare Kobo come unico e-reader. mi auguro davvero che nelle versioni successive (o magari con un upgrade, se è previsto) il problema venga risolto.

 

punteggi e gamification

Kobo prevede un sistema di punteggi che è una specie di gioco e ha lo scopo di divertire il lettore e spingerlo a leggere, e funziona in modo simile ai badge di Foursquare. non vitale, ok, e nemmeno imposto (si può disattivare). non ho usato il reader abbastanza per avere un giudizio compiuto, ma comunque l’idea è carina.

 

durata della batteria

non posso ancora fare veri paragoni, ma a chi si appresta a comprare il primo e-reader basti questo: non è il caso di preoccuparsi. le cariche durano settimane, ci si dimentica quasi che sono oggetti alimentati a batteria.

 

librerie disponibili

questo è uno dei punti più importanti e su cui varrebbe la pena di discutere. perché alla fine questi oggetti sono supporti, ma il prodotto è quello che ci leggiamo su. e quello che conta per l’acquirente è la disponibilità dei titoli (e il prezzo, che vediamo dopo).

non ho elementi per giudicare le dimensioni dei cataloghi di entrambi: danno entrambi dei numeri ma mi è difficile dire quanti titoli siano disponibili in italiano sulle due piattaforme. Amazon ha il vantaggio di essere partita prima, di essere più conosciuta tra gli appassionati di e-book e di avere un catalogo enorme, in lingua straniera, mentre ovviamente Kobo ha il vantaggio del catalogo Mondadori. non mi pare tutti i titoli siano disponibili su entrambe le piattaforme, ma onestamente non mi son messo a fare troppe prove. è però un criterio di scelta importante: chi legge solo in italiano deve capire quale dei due cataloghi è più completo o adatto a lui, chi legge in inglese probabilmente troverà più titoli (a prezzi presumibilmente migliori) su Amazon, ma chi legge libri acquistati e scaricati altrove apprezzerà molto la facilità di trasferimento su Kobo e la compatibilità sia con il formato EPUB che con MOBI.

 

prezzi

il modello di business su cui si basano questi e-reader è quello dei rasoi a testina di ricambio o delle stampanti: il supporto costa “poco” (meno di 100 euro),  il vero guadagno per il distributore è nei ricambi.

e qui c’è un discorso da fare che magari è personale, ma mi preme. gli e-book tutti gli e-book indipendentemente da chi sono venduti, hanno dei prezzi troppo cari. ho idea che la percezione del mercato dell’e-book sia che dovrebbe costare molto meno della metà del libro fisico, mentre non è così.

la ragione è ovvia: un libro di carta ha dei costi di materiali e distribuzione che sono virtualmente azzerati nel caso dell’e-book. è vero che dietro un libro ci sono lavori che spesso non consideriamo (scelta dell’autore, diritti, grafica, impaginazione, e quel ruolo importantissimo ricoperto dall’editing) ma ci sono anche dei costi che non sentiamo come nostra responsabilità: il marketing, la pubblicità, il costo francamente eccessivi di strutture editoriali mastodontiche, e il fatto che molti dei costi dipendenti dal libro fisico sono probabilmente riversati anche sull’e-book, per pareggiare i conti.

l’editoria è in crisi e di ciò siamo tutti consapevoli e preoccupati, ma la percezione è quella che è, e le persone sono disposte a spendere quello che sono disposte a spendere. in questo periodo, poco. mi pare chiaro che il futuro dell’editoria online sia destinato a seguire il percorso di altre industrie nell’abbassamento dei prezzi: è accaduto con la musica, sta accadendo con il cinema, è inevitabile che accada con i libri. un contenuto digitale può essere ottenuto in tanti modi, e le persone sono disposte ad acquistarlo solo a un prezzo che ritengono equo. la mia opinione è che debbano completamente cambiare le logiche di prezzo, perchè la vendita di e-book possa prosperare anche in Italia.

ma questo non c’entra su quale e-reader acquistare. io continuerò a usare entrambi. l’integrazione con il sito è migliore in Kindle, ma alcune caratteristiche (compatibilità con i formati, facilità di upload dei libri, espandibilità dello storage) mi fanno propendere per la soluzione Kobo. peccato per quelle difficoltà nella pubblicazione di estratti sui social network direttamente dal lettore.

Aggiornamento: ho dimenticato di sottolineare che Kindle ha la presa per le cuffie ed è in grado di riprodurre file mp3 e, soprattutto, audolibri, mentre il Kobo no. caratteristica che, considerando gli audiolibri, è di sicuro valore, e per che alcuni può essere determinante.

 

Aggiornamento:

RISOLUZIONE DEI PROBLEMI: dopo qualche mese il mio Kobo si è inchiodato su una schermata e ha smesso di rispondere ai comandi.  Ci sono due modi per resettare il Kobo se si blocca: il primo è tenere tirato per qualche secondo il tasto di accensione sul bordo superiore del reader, finché non si accende la lucina blu a fianco. Se questo non funziona, in basso sul retro del Kobo c’è un buchino: inserendo (piano!) la punta di una graffetta e tenendola premuta il Kobo dovrebbe resettarsi.

Se anche questo non è sufficiente, si può provare a fare un rispristino alle impostazioni di fabbrica tenendo premuti il tasto Home (quello in basso sul fronte del Kobo Touch) e il tasto Accensione (sul bordo superiore) per almeno 15 secondi.
Una volta ripristinato in questo modo è necessario reimpostare l’account utente e la connessione wi-fi, e risincronizzare la libreria.

 

CONCLUSIONE dopo tre mesi di utilizzo
nonostante le caratteristiche di maggiore flessibilità sui formati e lo storage esterno (che non ho mai usato) il Kobo mi pare sia ancora troppo flagellato da bug, problemi di integrazione con lo store, difficoltà a gestire una libreria di file importati, freeze e necessità di reset, per reggere il confronto con Kindle. ora sono nella fase in cui ignora completamente la mia libreria in locale e mi si è inchiodato su un apparente download infinito dello stesso libro.

forse è troppo giovane, forse non si è prestata sufficiente attenzione alla customizzazione di Android perché tutto andasse liscio, fatto sta che mi pare che Kobo crei un sacco di problemi all’utilizzatore intensivo; sicuramente li ha creati a me: entrato in un loop di freeze e reset, in questo momento è poco più che un fermacarte. dopo sei o sette hard reset senza risultati apprezzabili, mi sono reso conto che è molto più semplice convertire gli epub in mobi attraverso Calibre e passarli su Kindle.

 

non chiamiamoli immaturi

non è vero che “i giovani” non hanno valori. li hanno e sono valori importanti, forse persino più importanti, perlomeno meno ingenui, di quelli che avevamo noi. se non altro perché sono sganciati dalla politica in senso stretto: li vivono come abbastanza importanti da non richiedere un supporto ideologico.

non si basano sul dogma irremovibile delle ideologie ma richiedono una rimessa in discussione perpetua, un’elaborazione e una continua crescita per quanto riguarda i modi di realizzarli. sono però convinto che i giovani di oggi abbiano valori molto importanti, molto maturi e di cui sono più consapevoli, forse anche intimamente convinti, di quelli che avevamo noi.

magari sono valori più sfumati, con meno certezze rispetto a quelli che pensava di avere la mia generazione, che poi li ha visti fallire anche a causa delle certezze assolute che riponevamo nel modo di realizzarli.

bollare una generazione come superficiale in base all’immagine che ne danno i media (che forse ci dà segretamente sollievo) e alle sue peggiori manifestazioni televisive non solo è un errore, ma è una consolazione meschina. il fatto che non sembrino riuscire a esprimere i loro valori con grandi movimenti di piazza – cosa che potremmo pensare se non avessimo sotto gli occhi Occupy – significa solo che noi non siamo riusciti a evitare che loro venissero rinchiusi in una gabbia. perché stava a noi evitare che succedesse.

se siamo ridotti a voler cercare sicurezza nel dipingere a tutti i costi coloro che sono venuti dopo di noi come non all’altezza del nostro percorso (e guardiamo bene dove ci ha portato), a farne una questione di competizione generazionale, abbiamo capito e imparato davvero poco dalle nostre vite.

Gli altri come “oggetti di sé”: il narcisismo e i suoi effetti sulle relazioni interpersonali

Leggendo Alone Together di Sherry Turkle mi sono imbattuto nella citazione di uno psicoanalista viennese di nome Heinz Kohut, fondatore della “Psicologia del Sé“, che ha fatto studi sul narcisismo, in particolare come il narcisista vive le relazioni in modo strumentale. E’ parecchio interessante, forse utile per alimentare la consapevolezza di come usiamo gli altri e come le relazioni ci aiutano (o meno) a venire a patti con le contraddizioni del narcisismo.

Wikipedia definisce il narcisismo come un disturbo della personalità e, in termini generali, l’amore che una persona prova per la propria immagine e per se stesso.

Senza voler affrontare Kohut nella sua complessità, ci sono alcuni elementi che trovo interessanti, e per capirmi meglio ho fatto qualche ricerca. In The Moral Self, Pauline Chazan traccia un parallelo tra Aristotele e Kohut per delineare le dinamiche entro le quali la percezione di sé influisce sulle modalità con cui ci costruiamo una morale rispetto agli altri.

Semplificando molto, per Aristotele è necessario amare sé stessi per poter amare gli altri, l’amore per sé è solidamente fondato nella sfera dell’etica: solo se una persona si ama sarà in grado di relazionarsi con gli altri in modo virtuoso. Il narcisismo come amore e rispetto di sé ci fa ragionare per dinamiche virtuose nei nostri confronti, e – che sia per forma mentis o per scelta etica – applicare le stesse dinamiche alle relazioni con gli altri. L’amore per sé è una forza che ci consente di avere relazioni con gli altri equilibrate, soddisfacenti e basate sull’etica.

Allora perchè il narcisismo è considerato una patologia? Secondo la psicologia del sé il narcisismo è una questione più complessa del semplice amare sé stessi. Il narcisismo è amore di sé che non si verifica nel contesto di una personalità equilibrata, ma è spesso la messa in atto di un conflitto interiore, della perdita di equilibrio tra il bisogno di amarsi e l’impossibilità a farlo, dovuta alla difficoltà di venire a patti con la propria immagine di sé.

Si manifesta come un conflitto altalenante tra il desiderio di celebrare il proprio amore di sé e la perdita di autostima dovuta alla percezione distorta di alcune caratteristiche di sé stessi, che siano caratteriali o fisiche. Il narcisista si trova quindi intrappolato in un conflitto in cui ha bisogno di riempire il vuoto che si forma tra la scarsa autostima dovuta ai difetti percepiti e il bisogno di avere un’alta immagine di sé, e lo fa cercando conferme nelle relazioni con gli altri.

Kohut conia il termine selfobject (“oggetto di sé”) per definire il modo in cui il narcisista usa gli altri nel contesto delle relazioni interpersonali, per rafforzare la propria immagine rispetto alle qualità su cui si sente deficitario. Cerchiamo persone che possano rassicurarci, lodarci, gratificarci proprio sui punti su cui ci sentiamo più deficitari.

Questo elemento è presente in qualche misura in molte relazioni: in quelle più sane è reciproco e non ha effetti negativi ma anzi positivi sull’immagine di sé dei due partecipanti. Dall’amicizia all’amore, il rafforzamento reciproco dell’autostima è un elemento centrale della vita relazionale. Ma se l’approccio agli altri è puramente strumentale, come nel caso del narcisismo patologico, finiamo per andare in cerca, se non costruire, relazioni che possono facilmente dimostrarsi disfunzionali, nella misura in cui non si tratta di relazioni complete e simmetriche, ma che servono esclusivamente a uno dei due elementi della coppia per rafforzarsi su alcuni aspetti specifici.

 

Echo and Narcissus by John William Waterhouse, 1903

le mie regole per una spesa che non rovini il pianeta

non si può più ignorare che i comportamenti della specie umana stanno modificando il pianeta, che abbiamo avviato un processo di degrado che lo rende sempre meno abitabile a tutte le specie viventi, compresa la nostra. se dieci anni fa la questione era dibattuta, oggi non lo è più. negli ultimi giorni lo confermano sia uno studio dell’Environment Programme dell’ONU che una ricerca di 22 scienziati pubblicata su Nature, secondo la quale oltre il 40% della massa emersa è sfruttato per attività umane. nel 2025 supereremo il 50%, che lo studio prevede sia la soglia critica che mette in modo un rapido mutamento della biosfera. nel 2025 oltre il 50% degli ecosistemi terrestri avranno subìto un mutamento artificiale.

la biodiversità è la base della vita umana sul pianeta: un equilibrio durato milioni di anni che, se cambiasse rapidamente, renderebbe il pianeta non più in grado di sostenere la vita umana in termini di temperatura, eventi climatici, produzione di cibo, energia, quindi abitabilità del pianeta. a planetary-scale critical transition, la definiscono. basti dire che (fonte Jeremy Rifkin) un aumento di un grado nella temperatura del pianeta corrisponde al 7% in più di acqua in circolo nell’atmosfera, che riprecipita in eventi meteorologici sempre più estremi. secondo lo studio è probabile un aumento medio di 3 gradi entro il 2100. con +3 gradi, la quantità di acqua in più immessa nell’atmosfera è enorme: gli oceani perdono di salinità, il sistema circolatorio fondamentale per la vita sul pianeta che è la Corrente del Golfo si ferma e il clima del pianeta cambia completamente. e rapidamente, perché i sistemi più sono complessi più subiscono crisi rapide.

 

lo studio è qui

 

“sì ma cosa posso fare io?”. appunto. ti dico cosa faccio io.

semplificando: le emissioni di gas serra (anidride carbonica e metano) sono le tre cause umane principali del riscaldamento dell’atmosfera. le fonti umane principali di queste emissioni sono l’uso di combustibili fossili per produrre energia e nei motori, l’allevamento intensivo, la deforestazione e l’uso di clorofluorocarburi (nei frigoriferi e nei deodoranti). quindi le regole base sono: evitare il più possibile l’uso di auto e aerei, mangiare meno carne, soprattutto rossa, risparmiare elettricità e privilegiare quella da fonti rinnovabili, tenere la temperatura in casa più verso i 19 che i 21 gradi, e acquistare in modo consapevole.

premetto che non sono un esperto di bio né di stile di vita complessivamente sostenibile (rivolgetevi a chi ne sa di più qui e qui) però ho alcune semplici regoline che sono adottabili da chiunque. ecco come faccio la spesa io:

– carne: non ne so molto di come acquistarla sostenibilmente perché non ne mangio più, ma ove possibile è meglio preferire animali che brucano e che non siano stati allevati in modo intensivo. agnello, selvaggina in genere. oggi è più facile scoprire la provenienza della carne, basta chiedere al macellaio o cercare nei negozi bio carne che non provenga da allevamento intensivo. il bovino è buono quanto devastante per l’ambiente. al mondo ci sono 1,3 miliardi di bovini, un miliardo di maiali e 19 miliardi di polli e galline, e tutti emettono quantità di metano di gran lunga superiori agli umani. sono semplicemente troppi. non c’è abbastanza pianeta per loro E per noi.

– pesce: la pesca oceanica e industriale devasta l’ambiente. in certi casi la specie ricercata rappresenta solo il 20% del pescato, il restante 80% va sprecato (o viene usato per farne mangimi animali e ve lo ritrovate come farcitura del pollo insieme a un sacco di altre cose che non volete sapere). tonno e merluzzo sarebbero da evitare comunque perché li stiamo estinguendo, ma se proprio dobbiamo mangiare tonno almeno scegliamo secondo la classifica di Greenpeace (AsDoMar è il più sostenibile).

– uova e latticini: comprare uova bio da allevamento a terra e in spazi aperti è abbastanza facile, idem con mozzarelle e latticini. alcune uova e latticini Bio come quelle Granarolo hanno una certificazione, purtroppo la legislazione italiana al riguardo è fumosa e per niente stringente in termini di obblighi per i produttori. l’ideale sarebbe cercare prodotti certificati da associazioni indipendenti con etichettatura di Tipo I in base agli standard ISO 14020. mai trovato uno. l’alimentari qui vicino ha le uova “del contadino” e ambientalmente me lo faccio bastare (eticamente è più complesso).

– verdura e frutta: la scelgo di stagione che sia coltivata il più possibile vicino per evitare il trasporto. la provenienza è sempre indicata, se posso scelgo quella coltivata in regione (basta chiedere) o venduta dall’agricoltore locale nei farmers market (ogni città ne ha uno).

– pane, dolci, biscotti, prodotti da forno non ne compro quindi non so cosa dirvi, se non che eviterei come la peste per ragioni nutrizionali qualunque cosa contenga sciroppo di glucosio-fruttosio (HFCS) e grassi vegetali idrogenati o acidi grassi trans. mi faccio ogni tanto la focaccia e il pane in casa, soluzione che richiede non più di un paio d’ore in tutto. lievitazione e cottura comprese.

– surgelati: no. ho tempo per cucinare e semmai congelo roba comprata fresca. il ciclo di produzione dei surgelati ha impatto ambientale, così come le materie prime usati per farli e il trasporto. inoltre, a differenza della Francia in Italia i surgelati fanno piuttosto schifo. ingredienti in scatola sì: non richiedono energia per la conservazione.

– tè, caffè e cioccolata è impossibile acquistarli a basso impatto, vista la provenienza delle materie prime.

– detersivi. non ne so abbastanza di impatto ambientale quindi come principio scelgo quelli non prodotti da grandi gruppi multinazionali come Procter and Gamble e Unilever e mi oriento su quelli senza marca prodotti in zona (sull’etichetta c’è lo stabilimento di produzione) che costano anche meno. la cosa che vi diceva la vostra mamma che i detersivi di marca lavano meglio? balle.

– elettronica e servizi di cloud: cerco di acquistare prodotti di aziende che abbiano un record non negativo per la guida di Greenpeace, ma volte ciò cozza con le mie esigenze (HP è meglio di tutti, Blackberry peggio di tutti). uso i servizi di cloud (storage online, musica ecc) che sono alimentati il più possibile con energia verde (Google e Yahoo bene, Facebook benino ma meno bene per l’uso di carbone, Amazon, Apple e Microsoft male per uso di carbone e nucleare e la scarsa trasparenza). invece, pensare di comprare qualcosa di elettronico che non sia stato prodotto o assemblato in Cina, quindi non abbia attraversato metà pianeta, è virtualmente impossibile.

 

per saperne di più si possono legere libri come questo, e se volete togliervi tutte le voglie di cibo eticamente e ambientalmente non sostenibile, questo.
(se potete, in ebook, che produrre e spostare libri costa, in termini ambientali).

fondamentali, se capite l’inglese, lo speech di Jeremy Rifkin al Ceres e The Earth is Full di Paul Gilding al TED.
(oltre ovviamente a An Inconvenient Truth di Al Gore)

 

cosa ho imparato da cani e gatti

amo i gatti per la stessa ragione per cui (quasi) tutti amano i gatti. sono molto belli, possiedono un’eleganza superiore e un’agilità che sfida le leggi della fisica, che sembra quasi non essere di questo mondo. sono creature semidivine i cui pregi spiccano rispetto alla goffaggine di noi umani maldestri, pesanti e tragicamente ancorati al suolo. troviamo nobile la loro indipendenza, l’orgoglio di comportarsi come se non dipendessero dagli umani. un distacco che è bilanciato, per contrasto, da momenti di effusioni e intimità molto intensi. sono morbidi e caldi e ti si accoccolano sulla pancia.

ho sempre avuto una forte affinità con i gatti, tanto da riuscire a farmi avvicinare anche dai più sospettosi e scontrosi, e per questo ho sempre pensato di preferirli, che fossero creature superiori ai cani, che nell’immaginario comune sono molto più rumorosi, puzzolenti, goffi e dipendenti, fisicamente e emotivamente, dai padroni umani. si dice che un cane abbia padrone ma un gatto no, e questo ci fa sembrare i gatti più nobili, più evoluti, più degni del nostro rispetto.

poi ho avuto un cane, e ho potuto verificare come i miei pregiudizi sui cani fossero, appunto, pregiudizi. un cane è capace di grande affetto incondizionato, ma non è, come pensavo, un animale servile. anche il cane richiede rispetto, solo lo manifesta diversamente. è di compagnia e lo sa essere in modo diverso dal gatto, in modo anche più attivo e più educativo per entrambi. certo, il cane richiede più sacrifici, ma come in tutte le relazioni in cui devi sacrificarti un po’ finisce che quelle relazioni valgono molto per te, proprio perché ci hai dovuto e voluto investire in tempo, fatica, affetto, disponibilità, compromessi, comprensione dell’altro.

insomma, stando con gli animali, accettandone i difetti e imparando a sacrificarti per loro impari qualcosa di molto importante, di fondamentale per la crescita. e alla fine è questo che mi ha fatto innamorare dei cani e dei gatti, ma in genere di tutti gli animali: i loro difetti, le loro debolezze così simili a quelle umane. i gatti hanno bisogno di affetto e compagnia esattamente come ogni altro essere vivente. credo di poter dire di essere diventato una persona migliore grazie al fatto di essermi preso cura di un animale.

soprattutto, l’intimità con gli animali “domestici” mi ha insegnato un affetto e un rispetto che non posso non estendere a tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, anche quelli che a causa di una natura caratterialmente meno antropomorfa, meno comunicativa o a causa di un aspetto meno gradevole riescono meno di altri a dimostrare la loro “umanità”. che per me non è l’appartenenza alla specie homo sapiens, ma la capacità di provare piacere, e il diritto di non subire dolore per mano di altri. grazie agli animali domestici ho imparato la compassione, cioè l’identificazione con il dolore di chi è diverso, anche radicalmente diverso da me, ma è comunque un individuo con coscienza di sé, bisogni, emozioni, dolori. quindi, per me, umano. e se gli animali sono umani io voglio che abbiano almeno gli stessi diritti fondamentali che riserviamo alla specie homo sapiens.

perché quello che impari vivendo con gli animali è l’empatia per il diverso, di qualunque diversità si tratti, e fare distizioni tra vari gradi di diversità non mi è eticamente possibile: sempre più mi è chiaro che la compassione è la chiave della convivenza su questo pianeta, la base e prospettiva futura dell’unica civiltà possibile: quella inclusiva di tutti, al di là di tutte le barriere, rispettosa dei bisogni e dei diritti di tutte le diversità biologiche, culturali, estetiche e comportamentali presenti su questo pianeta.

 

 

mtv matchami stocazzo

essendo uno spettatore compulsivo di Jersey Shore per ragioni che non voglio rivelare ma nemmeno esplorare, come tutti quelli che guardano MTV mi becco dalle 3 alle 6 volte al giorno lo spot in heavy rotation di Love Match, l’innovativo e avveniristico servizio di Jamba, che per soli 5,04 Euro a settimana + traffico WAP, dopo una “precisa analisi” dei nomi di due potenziali partner, è “in grado di valutare in che modo gli interessi di entrambi i partner coincidano (…) un modo efficace per valutare se il vostro rapporto si rivelerà duraturo o semplicemente se il ragazzo della porta accanto potrebbe essere il vostro principe azzurro“.

ora io so che esistono le cartomanti e gente che ci crede, e che qualcuno è persino abbastanza sprovveduto da metterne in pratica le raccomandazioni, ma qui è un po’ diverso. qui c’è una Srl italiana (anzi tedesca, anche peggio) e uno dei principali network televisivi mondiali che in sostanza affermano di essere in grado di dirti come comportarti per aver successo nella vita sentimentale. e grazie a “sofisticati algoritmi matematici”, cioè scienza. mica i fondi del caffè.

sarà anche vero che il pubblico di sti servizi da una parte è un po’ sprovveduto di suo (teenager a basso livello di informatizzazione e/o sale in zucca), e dall’altra probabilmente tende a prendere il Love Match un po’ come un gioco, ma la questione non è se ci sia l’odore di circonvenzione di incapace: siamo in un paese libero (certo, se maggiorenni). quello che però mi interessa che genere di società è quella in cui un grande network globale per giovani fa implicitamente ai suoi spettatori teenager la promessa di liberarli dal lavoro e dalla sofferenza insita nella ricerca di un partner.

perché è chiaro dal linguaggio dello spot che il servizio, che lo si viva o meno con superstizione, promette di non dover perdere tempo con faticose ricerche, con storie incerte. di liberarti dalla fatica, dall’impegno e dal dolore a cui puoi essere sottoposta (il target è esclusivamente femminile, altra cosa su cui avrei da ridire) nel faticoso processo di ricerca della famosa “anima gemella”. e qui sta l’elemento che definirei allarmante – addirittura “diseducativo”, argh – se farlo non suonasse ingenuo. il rifiutare o fingere di non sapere che una storia sentimentale è prima di tutto una cosa che richiede lavoro, possibilmente di due persone. richiede sforzo nella comprensione, sincerità e determinazione nella comunicazione, impegno nel cambiare per quello che si riesce, e nell’accettare ciò che l’altro non riesce a cambiare. ed è per sua natura faticosa, incerta e dolorosa.

così MTV dimostra come si può, dopo tutte le trasmissioni di sensibilizzazione sulla condizione giovanile (tra cui Avere Ventanni, una delle cose migliori passate in TV nello scorso decennio), sputtanare per un solo inserzionista una fama faticosamente e meritatamente guadagnata di emittente attenta e consapevole ai problemi e alla sensibilità dei teenager. mtv, ma davvero per quei du’ sordi me fai muro? ma ce fai o ce sei?

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è che alla fine ti rendi conto che ti serve un posto pulito, illuminato bene, per sedersi comodi e scrivere. e nessun posto è comodo come un blog. e che cosa scrivere, o per chi, non è il punto. il punto è scrivere come forma di autodisciplina.