Barbarian Days: una vita per il surf

Ho finito di leggere Giorni Selvaggi, in originale Barbarian Days: A Surfing Life, l’autobiografia del giornalista del New Yorker William Finnegan, premiata con il Pulitzer 2016 per le biografie.

L’ho finito con un certo sforzo, perché le oltre 500 pagine del racconto di una vita vista attraverso la lente di una passione di nicchia come il surf – uno sport tecnico, oscuro, i cui riti e la cui terminologia appaiono quasi esoterici al profano – ti mettono alla prova, sia nel comprendere le decine di casi in cui l’autore narra le complesse dinamiche fisiche della creazione di un’onda e le tecniche con cui viene affrontata, che nell’adattarsi a un romanzo autobiografico in cui la vita “vera” (il lavoro, gli amori, le famiglie) è uno scenario secondario rispetto al surf.

Ribaltando le priorità della narrazione, Finnegan fa capire quanto una passione possa essere assoluta e totalizzante, tanto da divorare tutto il tempo libero e modellare in base ai propri tempi e spazi il resto della vita del protagonista, socialità, professione e affetti inclusi.

E se c’è qualcosa che il surf ti insegna nella vita, mi pare di capire, è l’umiltà: un’onda si racconta sempre più bassa di quanto fosse in realtà, non si gioisce quasi mai di una propria evoluzione, la vita è spesa alla ricerca di un’onda più alta e più difficile, non da conquistare ma da affrontare con rispetto.

Tutta questa umiltà e understatement da disciplina orientale non fanno bene all’emotività del surfista, che vive buona parte della sua vita come una specie di missione individuale (il surf è un’attività intrinsecamente solitaria: su un’onda si sta sempre da soli) a scapito della socialità, della costruzione di una carriera, una famiglia, una casa.

 

giorni selvaggi bianco

 

Ma se si vive una vita “normale”, leggendo Giorni selvaggi viene da chiedersi come sia possibile far stare in una vita tutte quelle onde, tutti quei paesi visitati, tutte quelle guerre raccontate (l’autore è stato reporter internazionale, spesso di guerra, per decenni) tutti quei diari scritti. Finnegan ha meticolosamente rendicontato ogni giornata della sua vita su centinaia di diari che deve essersi portato dietro per mezza vita e molte migliaia di chilometri – insieme a decine di assi da surf.

E leggendo il libro tutte quelle parole, tutti quei chilometri, tutte quelle onde, le senti una per una, in una scrittura per niente narcisista ma umile nella sua linearità, per quanto con una notevole proprietà di linguaggio: il verbo o l’aggettivo che Finnegan sceglie è sempre il meno scontato e il più efficace. Non una lettura facile né breve, ma una lettura che ti fa riflettere sulle scelte di vita – soprattutto sulla necessità di farle, delle scelte – sul significato e l’impegno di avere una sola passione assoluta e totale, sulle priorità, sui modi in cui si possono investire e far contare i decenni di salute e forza fisica che abbiamo a disposizione, e sul fatto che comunque tu scelga, passerai tutta la vita a chiederti se hai fatto le scelte giuste (almeno se se sei una persona sana).

Se hai un figlio o nipote post-adolescente e non hai timore dell’eventuale senso di colpa futuro di averlo spinto a una vita nomade, al posto tuo glielo regalerei, perché uno stile di vita di questo tipo (non solo viaggiare, non solo annullarsi in una passione, ma anche inventarsi un mestiere dalla scrittura che ti consenta una vita di libertà) a vent’anni fai fatica anche solo a immaginarlo, in una modalità realizzabile.

E non voglio dire che Giorni selvaggi sia l’On the road dei millennials perché sarebbe un paragone sbagliato per diverse ragioni, ma che oggi per alcuni teenager possa rappresentare una fonte di ispirazione simile, forse questo sì.

 

william finnegan

Perché ho comprato una Fujifilm X30

Sono tanti anni che fotografo. È sempre stata una passione intima e silente, nel senso che mi diverto a farlo quasi sempre da solo, ma ormai raramente pubblico le foto che faccio. Non perché le mie foto non mi piacciano – anzi mi piacciono troppo: come quasi tutti non ho un criterio critico obiettivo – ma restano mediamente una cosa mia.

Fatto sta che ho avuto parecchie fotocamere sia digitali che a pellicola, a partire da una prima, fantastica Lubitel della Lomo che ho ancora, e da cui ho imparato parecchio. Certo meno che dalla prima reflex, una Fujica ST605N che ho usato molto più a lungo, in età più adulta.

Questo per dire che ho abbastanza chiaro cosa cerco quando devo scegliere una fotocamera, e per spiegare i criteri che ho applicato nella scelta della mia nuova Fujifilm X30, che magari possono essere utili ad altri. In effetti mi è capitato spesso che amici mi chiedessero “che macchina comprare”, che messa così è una domanda senza risposta.

Ci sono alcuni macro-criteri che secondo me orientano la scelta, o almeno la scrematura iniziale del fotoamatore, che sia o meno esperto. In ordine di priorità i miei sono – come per quasi tutti – il prezzo, seguìto dalla sensazione che dà la macchina in mano (chiamiamola maneggiabilità?) e dalla compattezza. Ho una reflex (una EOS 550D) che amo molto ma è diventata troppo ingombrante da portarmi dietro, e so che d’ora in poi acquisterò solo compatte che possano starmi in tasca o al massimo in una custodia che possa indossare, per esempio alla cintura. Dopo tanti anni non voglio più girare con tracolle strozzacollo in vita mia. (A questo proposito, uso con soddisfazione una comoda polsiera elastica che si sfila rapidamente, non si attorciglia e non ingombra la spalla).

Nei miei criteri prioritari di scelta di una fotocamera seguono caratteristiche tecniche come mirino ottico, luminosità dell’ottica, funzioni evolute della fotocamera e dimensioni del sensore; e nota bene: quello che molti che si fanno guidare dalle prestazioni considerano il criterio principale (le dimensioni del sensore, i megapixel) è solo al sesto posto nella mia classifica. Perché io non devo stampare e non faccio shooting di moda: le foto le pubblico su Instagram o Flickr, e 40 megapixel non mi servono a niente.

Ultimo criterio di scelta, ma non secondario, l’estetica.

E qui cominciamo a capire qual è la mia fotocamera ideale (attenzione, ognuno deve scoprire la sua: sto illustrando un percorso di scelta razionale).

La mia è una compatta, che sia facilmente trasportabile ma non da taschino perché voglio impugnarla con soddisfazione. Ha un’ottica zoom fissa (non ho mai più intenzione di portarmi dietro una borsa con gli obiettivi) ragionevolmente estesa ma non necessariamente estesissima: rinuncio volentieri al tele per un grandangolo generoso. Ha un’apertura idealmente fissa di almeno f:2, meglio f:1,8, e nel caso non sia fissa, accetto al massimo un f:2,8 a estensione massima dello zoom, perché la luminosità è quasi tutto.

Deve avere un mirino ottico perché l’esperienza fotografica per me passa attraverso l’accostare l’occhio a un mirino nel quale ho tutte le informazioni possibili sulla foto che sto scattando. Come in una reflex.

Deve inoltre avere delle funzioni evolute di gestione dell’immagine che mi permettano di fare cose da reflex come il bracketing, la doppia esposizione e, ultimi arrivati, i filtri in stile Instagram applicati direttamente alla foto e visibili nel mirino. Perché non ho più voglia di fare ore di postproduzione: voglio postare subito, al volo. per questa ragione, deve avere il WiFi ed essere associabile allo smartphone per pubblicare in tempo reale, che è parte importante del mio lavoro.

Deve, inoltre, avere un’estetica che ricorda una reflex vera. Per questioni affettive, psicologiche e motivazionali.

Insomma, mi serve una reflex che – pur con compromessi – stia in una compatta, con mirino ottico, più funzioni di scatto possibile, filtri, e uno zoom luminoso e che non costi più di 4-500€.

Per questo ho volentieri accettato compromessi sulle feature tecniche – come dicevo non sono un fan delle prestazioni estreme – e ho scelto una Fujifilm X30, che ha un fantastico mirino ottico accoppiato a un sensore di qualità, pur con dimensioni piuttosto ridotte (2/3, 12 megapixel).

La sensazione di scattare con l’occhio al mirino, di tenere una vera “macchina fotografica” in mano, e le funzioni che mi consentono di scattare con diverse simulazioni di pellicole classiche, di applicare filtri tramite l’anello sull’obiettivo e di fare upload in tempo reale via smartphone, sono quello a cui tengo. Rinuncio volentieri a foto in RAW da 50 Mb per fare al volo scatti di street photography contrastata e definita da postare su Instagram, che è quello che mi diverte. Il tutto con una macchinetta ragionevolmente piccola e leggera, con un’estetica retro accattivante, menu comprensibili e una quantità di funzioni che non ti aspetti da una compatta.

Questa è la mia macchina, ciascuno deve trovare la sua.

 

Fujifilm X30

10 risorse per trovare film di qualità da vedere su Netflix

Poiché finalmente (nel bene e nel male, non fatemi iniziare su pro e contro) è arrivato Netflix in Italia, e poiché condividere risorse utili è la mia mission in questa vita (nella prossima sarà salvare vergini dagli zombie) ho pensato di fare una minilista di risorse online che, se usate coscienziosamente in congiunzione con Netflix – e, chi vuole, altre fonti – possono aiutare a passare serate spensierate davanti alla TV, da soli o in coppia.

Disclaimer: trattasi di minilista che, vista l’enorme quantità di risorse esistenti in rete, che vanno dal blasonato all’ultra-indie, non ha la minima pretesa di essere non dico completa, ma nemmeno accettabile come “parziale”.

Inoltre, questa è l’occasione per fare finalmente anche io un post che inizia con “10 cose…”

I consigli della casa per una corretta visione:
TV dai 40″ in su full HD, seduta a non più di due metri, impostazioni dello schermo per vedere al meglio i film (settaggio: Cinema), luci spente in sala, telefono su silenzioso, acqua/birra a portata di mano.

 

Vedere (e ricercare) tutti i film che sono disponibili su Netflix in Italia:

Su it.allflicks.net
ci dovrebbero essere tutti, ordinabili per criterio (titolo, anno, genere, voto, data di disponibilità) e ricercabili.

Idem su netflixitaly.netflixable.com
divisi per New Movie Arrivals, New TV Arrivals, Alphabetical List, Release Date List.

 

Liste di film da vedere:

Ci sono mille post su blog e social media che consigliano film da vedere per questo o quel tipo di pubblico. I più interessanti (per me) sono quelli che elencano i gioiellini misconosciuti, cioè film indipendenti, scarsamente marketizzati, low budget o che non hanno avuto distribuzione in Italia ma particolarmente riusciti, originali o appassionanti.

Alcune di queste liste si trovano su Imgur. Purtroppo sono basate sull’offerta USA e da una prima ricerca mi risulta che quasi nessuno di questi film sia presente su Netflix Italia, che ha purtroppo un catalogo molto limitato rispetto agli States. Acquisire l’accesso al catalogo USA diventa quindi una priorità.

Low budget, high concept

18 Best Movies On Netflix You Haven’t Seen Yet

Ultimate Neflix Compilation
(Una lista di liste di film)

Ci sono anche tante risorse in forma di siti web, come goodmovieslist.com

 

Letterboxd è un’altra risorsa utile poiché, pur essendo principalmente un social network di recensioni, permette di vedere in quali liste è stato incluso un film che ci è piaciuto, quindi scoprire film di qualità per prossimità.
letterboxd.com

Un’altra risorsina piccola e misconosciuta che esiste da tanti, tanti anni e mi ha dato grandi soddisfazioni è GNOD, il Global Network of Dreams di Marek Gibney, che permette di scovare film, dischi, libri, opere d’arte o prodotti per affinità. Prezioso.

Vai sulla movie map, digiti il titolo e voilà che gli esplode intorno una galassia di film simili, posizionati in base alla prossimità.
Lo trovo molto affidabile: www.movie-map.com

 

Capire se un film merita di essere visto:

Qui ognuno ha i suoi metodi e le sue fonti quindi quello che scrivo è del tutto soggettivo. Diciamo che se il film è distribuito in sala in Italia tendo a andare a vedere che ne dice www.mymovies.it

Sul cinema internazionale uso il voto medio e i giudizi di Rotten Tomatoes con lo stesso criterio con cui uso quelli di Tripadvisor: con molta cautela e pesandoli in base al tipo di pubblico che vota e scrive recensioni.
www.rottentomatoes.com

Un approccio un po’ più mainstream sono i voti di Imdb (ovvio).
www.imdb.com

 

Risorse di critica cinematografica in Italia ce ne sono millanta, a partire dai due principali dizionari del cinema italiani che non amo troppissimo e comunque non sono accessibili online, quindi non entro nemmeno nella questione: ognuno usi quella a cui è abituato.

Alla fine i link sono 11, va sempre a finire così.

 

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L’epica battaglia per L’Internet delle Cose, ovvero di come il controllo delle reti sarà il controllo del mondo

Non credo sia una forzatura affermare che il dibattito sul futuro della società digitale tende a polarizzarsi sui fronti contrapposti della distopia e dell’utopia (se non proprio utopia, perlomeno del positivismo). L’anno scorso lo scrittore Bruce Sterling ha pubblicato un pamphlet distopico intitolato “The Epic Struggle of the Internet of Things“, in cui mette in guardia su un tema: l’Internet delle Cose non sarà affatto il movimento di liberazione e avanzamento tecnologico che ci viene prospettato oggi, poiché non avrà affatto gli obiettivi che oggi dichiarano i suoi proponenti.

Se c’è qualcosa che dovremmo avere imparato dalla storia di Internet, dice Sterling, è che la promessa di un futuro di maggiori libertà, pace sociale, ubiquità dell’accesso incondizionato a tutta l’informazione, e gli avanzamenti sociali che dovrebbero seguirne, “is not how things work in real life“.

Anche nel caso dell’Internet delle Cose (IoT), i soggetti che vi lavorano seguono un’agenda che ha obiettivi non coincidenti con il bene comune, e agiranno in modo da perseguire quegli obiettivi: è quello che hanno fatto finora Facebook, Google, Amazon, Apple, ed è quello che continueranno a fare perché non c’è ragione che non continuino a farlo.

Il prodotto che genera valore continueremo ad essere noi e i dati che generiamo con i nostri comportamenti; l’obiettivo da raggiungere attraverso l’IoT sarà quello di prendere il controllo della maggior parte del “terreno industriale” possibile: reti informative, naturalmente, ma anche reti elettriche, sistemi dei trasporti e di distribuzione dell’acqua e delle materie prime, sistemi di risposta all’emergenza e di controllo sociale (polizia, carceri), produzione industriale, storage, distribuzione, logistica.

Applicare le realtà attuali a una visione futura è sempre un esercizio rischioso, e infatti Sterling non lo fa, ma senza la pretesa di fare della futurologia, non è difficile immaginare un futuro in cui le big attuali – o quelle future – acquisiscano, come è loro natura e inevitabile destino fare, il controllo delle Reti, Canali, Processi che governano il mondo fisico, oltre che digitale.

Facebook, per esempio, non avrebbe difficoltà a gestire la logistica delle nostre relazioni sociali, dal lavoro alla scuola al tempo libero, sapendo chi dobbiamo vedere, dove dobbiamo andare, ed essendo già oggi teoricamente in grado di prevedere tramite algoritmi di probabilità le nostre azioni e relazioni future (incluso, pare, chi sposeremo).

Google sarebbe in grado di garantire non solo il trasporto attraverso una rete di smart car elettriche collettive (sorry, Uber: appena nata eri già old school), ma anche il “trasporto dell’informazione“, fino a essere in grado di decidere che cosa è meglio per noi studiare, in quale ruolo e carriera saremo più produttivi, quali notizie fanno per noi e quali no, che cosa dovremmo/possiamo leggere e venire a sapere, ma anche cosa no.

Amazon, che, pur essendo la Cenerentola tra le big, ha il vantaggio dell’esperienza sulla logistica e la distribuzione dei prodotti, cercherebbe probabilmente di governare la distribuzione dei beni fisici di cui abbiamo necessità, dai viveri alle medicine, dall’acqua agli strumenti fisici di accesso al mondo digitale. D’altra parte sa già cosa ci serve, quando ne abbiamo bisogno, dove lo usiamo.

Se non consideriamo Apple e Microsoft depositarie di flussi di informazioni strategici, basta rendersi conto che sarebbero nell’invidiabile posizione di avere non solo le informazioni su tutto ciò che le persone scrivono sui computer, ma un microfono e una telecamera 24/7 nella vita delle persone, e il controllo finale degli schermi su cui le informazioni appaiono.

Chi trovasse eccessivo l’allarme sulla divergenza tra i reali bisogni della società e gli obiettivi di quelle che oggi possono sembrare solo bonarie realtà di entertainment, dimentica che già oggi i grandi gestori dell’informazione non hanno affatto come bussola principale il bene per la società, ma il profitto dei loro stakeholder (finanziatori, azionisti, inserzionisti). Nessuna di queste realtà farebbe mai qualcosa che la mettesse in conflitto con gli interessi degli stakeholder. Non potrebbe né dovrebbe, poiché ciò non è nella natura del tipo di mercato in cui operano e sulle cui regole si sono formate: quello capitalista.

Certo, tutti – quasi tutti – i mutamenti che abbiamo ipotizzato possono essere visti sotto una luce utopica o sotto una distopica: quello che cambia è il tipo di ideologia con cui li si interpreta (positivista, critica, persino luddista o marxista, come nel caso di Paul Mason e il suo PostCapitalism: A Guide to our Future) ma una cosa è probabile: un cambiamento del genere avrebbe un effetto sociale molto più incisivo e rivoluzionario di qualunque cosa abbiamo visto negli ultimi 100 anni; genererebbe una mutazione fondamentale del tipo di società in cui viviamo, sui rapporti di potere all’interno di essa, sulle modalità con cui le merci, il lavoro e l’informazione sono acquisite, scambiate, pagate, accedute. Una società postcapitalista in cui tutto il potere sarebbe concentrato in chi detiene non più solo l’informazione, ma anche i canali per accedervi.

 

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In difesa di True Detective Season 2: per capirlo

è in atto quasi dappertutto una sorta di tiro al piattello con la seconda stagione di True Detective, ma le critiche che ho letto non mi convincono: la stagione merita molta più attenzione di una bocciatura rapida e superficiale. capisco che la recitazione stralunata e il personaggio travagliato ed epico di Matthew McConaughey/Rust Cole fossero molto più fascinosi di un Colin Farrell/Ray Velcoro, capisco la differenza di appeal della pittoresca Louisiana rispetto all’anonima L.A., capisco il solletico del whodunit basato su un serial killer in una società arretrata e religiosa rispetto a una storia di corruzione suburbana senza eroi e con una sola sparatoria. capisco, ma qui bisognerebbe fare lo sforzo di grattare un po’ oltre la superficie per scoprire dove affondano, cinematograficamente, le radici della seconda stagione di True Detective, perché sono radici profonde e ricche.

punto cardinale inequivocabile di True Detective S02 è il noir anni ’40, il noir poliziesco (“polar”, per usare il termine francese) che ha i momenti più alti nel cinema basato sulle opere di Hammett e Chandler, nel noir francese di Melville, in film della dannazione umana e sociale come Detour, in a una produzione di genere con pochi eguali nella storia del cinema, da the Big Sleep di Hawks a Double Indemnity di Wilder, fino a The Maltese Falcon di Huston, con tutta l’opera di Chandler messa in scena al cinema dagli anni ’40 fino ai ’70 (il Long Goodbye di Altman con Elliott Gould, il Marlowe di Robert Mitchum).

del noir, True Detective mutua la dannazione dei personaggi, governati e condannati fin dall’inizio da forze che essi non controllano né conoscono, le atmosfere cupe e tese, l’interesse per le reazioni dei personaggi più che per una trama involuta e complessa, spiegata solo a tratti attraverso dialoghi sospesi e frammentati. la trama del noir, come quella di True Detective 2, la devi desumere da pezzi di dialogo, ma ciò non è un problema perché non è quasi mai molto importante: al centro della scena c’è la tragedia umana dei personaggi, la loro incapacità di prendere il controllo delle proprie vite in una vicenda costellata da eventi inattesi e sorprendenti causati da forze oscure.

il secondo riferimento, chiarissimo al punto di viaggiare sull’orlo del plagio senza mai sconfinarvi, è il cinema di David Lynch, che guarda caso condivide con il noir la soggezione dei destini dei personaggi a forze esterne oscure e misteriose. visivamente con riprese e illuminazione, in senso uditivo con la colonna sonora drone ambient (e la cantante nel bar), le citazioni da Lost Highway e Mulholland Drive si sprecano. meraviglia che ciò non sia riconosciuto e citato più spesso.

il terzo riferimento, nello stile di ripresa ma soprattutto su temi e ambientazioni avviene nel finale, e riguarda il cinema di storytelling della/nella città di Los Angeles di Michael Mann. è chiaro dal momento in cui True Detective 2 va in esterni e si dedica alla città, alle sparatorie, a mafie e criminalità che da macchiette diventano latine e letali (inclusa la trasformazione di Frank da businessman a gangster), al deserto, fino alla (SPOILER) decisione di Ray Velcoro quasi al traguardo, chiaro omaggio al finale di Heat, alla scelta di Neil McCauley tra sicurezza ed etica, felicità e onore.

senza il noir anni ’40 e ’70, senza aver visto il Grande Sonno, senza la frequentazione approfondita del cinema di Lynch e di quello di Mann, senza una certa esperienza con serie TV sulla corruzione della politica (The Wire prima di tutto, quarto modello della serie, per quanto riguarda la scrittura delle trame politiche), True Detective 2 può sembrare una serie di scarso appeal spettacolare. ma l’appeal spettacolare è il lato meno interessante di tutta la faccenda.

 

2015-07-27 22.06.13

La mia Expo: alcune dritte per come l’ho vissuta io

Prima di tutto un giorno non basta per l’Expo. Non solo per vederla tutta (che poi perché uno dovrebbe?) ma anche solo per vedere tutti i padiglioni che ti interessano. Diciamo che una giornata intera dall’apertura dei cancelli (consigliato arrivare una mezz’ora prima e mettersi in fila per avere vantaggio sulla massa e fiondarsi subito sui padiglioni più “difficili”) alle dieci di sera, in un giorno non di ressa, senza fare troppe file, dovrebbe consentire di vedere tra i 20 e i 30 padiglioni. Ma una selezione la devi comunque operare, e anche piuttosto radicale: la operi sulla base di quello che hai sentito dire, e sui paesi che più ti incuriosiscono.

Dalle 9 alle 22, con rapide pause per mangiare al volo qualcosa fuori dagli orari di punta dei pasti (metodo consigliato), nel giorno più affollato dell’anno (Ferragosto) siamo riusciti a vedere meno di 20 padiglioni: Nepal, Bahrain, Angola, Corea del Sud, Vietnam, Malesia, Thailandia, Cina, Argentina (solo ristorante), Polonia, Iran, USA, Marocco, Russia, Turkmenistan, Estonia, Indonesia, Oman.

Un’altra decisione da prendere è se rinunciare ai padiglioni con le code più lunghe (Giappone, stati della penisola arabica come Emirati, Qatar e Kuwait, Germania e alcuni altri). In generale, i padiglioni progettati in modo “open” hanno al massimo un 20’ standard di fila, quelli a percorso obbligato (Cina, Brasile, per citare i più grandi) o con esperienze individuali (come gli Emirati che, credo, ti danno un tablet) ne hanno di più, fino all’ora e 40’ del Giappone, che ha progettato un percorso sensoriale forse un po’ troppo ambizioso. La Svizzera ha delle regole di accesso che ti sembra di essere un immigrato clandestino. Il Brasile si può visitare evitando la coda, che è solo per l’accesso alla grande rete sospesa in stile Avatar (secondo me val la pena di cercare di raggiungerla da dentro, ma non mi è ben chiaro come).

Non perdetevi (e scommetto che normalmente non ci sareste andati) il cartone animato 3D sulla storia della Polonia: mille anni di storia in 10’ di animazione molto ben congegnata e realizzata in modo più che dignitoso: niente testi, solo immagini, veloce e comprensibile, con transizioni ingegnose tra le epoche. Bravi.

Il padiglione russo è bruttone nel suo reinterpretare il mausoleo socialista in acciaio e vetro, ma contiene cose curiose (la tavolona periodica di Mendeleev, il bar-laboratorio chimico), ed è ottimo per un aperitivo a base di vodka siberiana Beluga con tartine al rafano (3,5 a shortino, che è un prezzo ragionevole per essere all’Expo).

Esperienze WTF: il padiglione del Nepal, visto deserto perché presto, ma soprattutto tenendo in mente il terremoto. Il padiglione USA, una sorta di magazzino senza arte né parte, privo di qualunque connotazione storica, culturale o artistica. Gradevole come visitare un terminal di aeroporto senza avere nessun volo da prendere.

Per farsi quattro risate sono ottimi i film di pura propaganda di regime della Thailandia, con una celebrazione della figura del Re che non sfigurerebbe in Corea del Nord (mi chiedo come gliel’abbiano permesso, è davvero tremendo, roba da ridere forte). Ma no, quelli risparmiateli pure.

Conclusione: è una via di mezzo tra un festivalone dell’Unità (quelli nazionali dei bei tempi andati) e un parco attrazioni; i padiglioni oscillano tra il didascalico/didattico, il museale impolverato dei paesi meno ricchi e più peroiferici, fino all’ingegnoso-appassionante in alcuni casi: esperienze da bocca aperta ce ne sono forse un paio.

Sopra la media la Corea del Sud per la tecnologia, l’Angola e il Marocco per come si raccontano (l’Africa sembra ancora una volta fonte delle migliori narrazioni), Vietnam e Indonesia per i colori e l’allegria delle performance tradizionali di canto e ballo –  che se fossimo vientamiti o indonesiani troveremmo sicuramente imbarazzanti.

Pochissimi quelli che hanno trattato in modo ragionato e maturo il tema della manifestazione, ovvero come progettare uno sviluppo sostenibile che consenta di sfamare più persone possibili con il minimo impatto ambientale. Temi come la sovrappopolazione, la resa delle coltivazioni, le emissioni delle attività agricole e dell’allevamento, gli OGM, la gestione dell’acqua, lo spopolamento degli oceani, sono trattate quasi sempre in modo didascalico, generico e superficiale. Il tono in genere è da temino delle medie, pensato più per i bambini che per gli adulti.

 

Cose pratiche: vale la pena di comprare ingredienti di cucina che non trovi altrove, spezie e cioccolato nei cluster dedicati, qualche souvenir a cui tieni particolarmente, forse.

I vietnamiti sono deliziosi ma non mi hanno venduto il loro fantastico caffè, maledetti.

Fra treni, biglietti, due o più pasti (quando sei lì ti vien voglia di provare), qualche drink e qualche acquisto, calcola tra i 150 e i 200€ di spesa a testa. Portati il thermos che per l’acqua ci sono i distributori, cosa ASSAI civile che tutte le manifestazioni dovrebbero imitare.

Ma il consiglio migliore è quello di Enza: parla con gli addetti ai padiglioni. Sono quasi tutti disponibili e in grado di comunicare almeno a livello basico in inglese: imparerai più cose così sulla vita delle persone che leggendo i temini sulle pareti.

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Nella foto, le ballerine tradizionali indonesiane che, appena terminato il numero, si fiondano nel retro a consultare l’Internet. Che è, insieme allo smartphone, il vero tratto che unisce tutti i popoli presenti.

salamino e Moncestino fanno rima

scrivevo di Fioly e del suo libro nel penultimo post, che chiudevo con l’intenzione di fare una specie di reportage della Sagra del Salamino di Moncestino, presa a esempio di cosa riesce a essere una sagra popolare piemontese – che poi è nello spirito e nei fatti piuttosto simile a cosa riesce a essere una sagra popolare in Romagna e più o meno in qualunque parte d’Italia.

reportage magari no ma qualche osservazione sì:

– in Romagna le sagre sono eventi di paese destinati a un consumo ampio e inclusivo: il senso della Romagna per il business fa sì che la sagra di paese serva per il 25% a far divertire e cementare i rapporti della cittadinanza, e per il restante 75% a attirare turisti. in Piemonte a malapena ti mettono uno striscione al confine del paese, e per arrivare dallo striscione alla sagra sono affari tuoi (perché tanto “lo sanno tutti dov’è”).

in Liguria probabilmente puoi scordarti persino lo striscione: se non sai dov’è stattene a casa.

– a quella di ieri grazieaddio non si ballava, ma ho scoperto l’anno scorso con orrore, sempre nel Monferrato, che c’è un solo genere musicale considerato ballabile in tutte le sagre di paese del nord Italia, ed esso è il liscio romagnolo. le esportazioni della romagna nel mondo sono quindi tre: la piadina, Fellini e il liscio, anche se quella importante delle tre è senza ombra di dubbio la piadina.

– non so se alle sagre di paese trovi sempre l’eccellenza assoluta dei prodotti tipici, magari a volte ti fregano pure, però so che se compri una bottiglia d’olio a una sagra organizzata da un oleificio romagnolo difficilmente resterai deluso, e posso garantirti che qualunque bottiglia di barbera tu apra a una sagra nel Monferrato non te ne resterà da portarne a casa. potrai invece assistere a un curioso fenomeno fisico: appena poggiata sul tavolo interverrà un processo di evaporazione straordinariamente rapido.

– se la zona cucina è composta da una barriera di onduline in lamiera più lunga di un furgone dietro cui da ore alcuni paioli giganti e molto anneriti cuociono pasta e fagioli e cotiche, spezzatino coi piselli e altre amenità, difficilmente tornerai a casa con la fame.

– il salamino alla fine è un è cotechino. non chiedetemi se il salamino è più o meno buono del cotechino e dello zampone perché sono emiliano e non posso rispondere.

– non c’è scampo all’intervista con l’autore: ormai persino alla sagra di paese in piena campagna ti tocca l’evento letterario ;)

– alla sagra del salamino di Moncestino nessuno resta senza cibo.

 

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la gallery:

 

Vacanze a Ibiza: come e soprattutto perché farle

L’idea che ha di Ibiza chi non c’è mai stato è molto simile a quella che altrettanto spesso ha di Rimini: caotica in alta stagione, priva di stimoli in bassa stagione, nazionalpopolare. Vorremmo qui dimostrarvi che se nel caso di Rimini il pregiudizio può anche essere corretto, nel caso di Ibiza sbaglia in due punti su tre.

L’alta stagione a Ibiza o Palma non è certo il genere di vacanza da consigliare a chi ama la tranquillità: in quel caso andrebbe presa in considerazione Formentera. Ma in bassa stagione, quanto a natura e paesaggi, Ibiza è una località molto godibile – forse persino più godibile che in alta.

Clima spesso mite, spiagge deserte – a Ibiza ci sono una quarantina di cale, ciascuna con un paio di spiagge – ma servizi di base comunque disponibili, e qualunque punto dell’isola raggiungibile in un’oretta in automobile, quasi necessaria se si desidera visitare davvero l’isola.

Sulla nazionalpopolarità c’è un equivoco: non so se in agosto l’isola si riempia di lumpenproletariato discotecaro, ma in bassa stagione emerge chiaramente il fatto che Ibiza (nel senso di Eivissa, la città capoluogo, ma anche nel senso di isola) è piuttosto stilosa negli allestimenti, esteticamente curata e ricca di stimoli, se non culturali almeno estetici.

Eivissa ha l’allure chic di una (inserisci qui la tua località turistica chic a scelta) ma a differenza di, per restare nell’esempio iniziale, Riccione, è una città vera, un avamposto mediterraneo dell’impero spagnolo composto di cerchie labirintiche di casette bianche abbaglianti che oggi ospitano microatelier di fashion e design e si snodano attorno alla base di una fortezza – rocca, la chiameremmo in Romagna – difesa da quattro enormi bastioni dai quali si gode una vista circolare spettacolare sulla città, sul porto e sul mare. Un’occhiata alla mappa è sufficiente a comprendere la spettacolarità dell’ambientazione: quella che sfugge nella visione aerea è la bellezza della città alta.

 

eivissa / ibiza

 

Ibiza è un’isola estremamente gradevole, oltre che climaticamente (ad aprile e ottobre magari non si fa il bagno, ma ci si abbronza seriamente) anche dal punto di vista della conformazione e naturalistico. Verdissima, per essere più o meno all’altezza di Sicilia e Grecia, ricoperta di macchia mediterranea alta e piuttosto rigogliosa, circondata da scogliere e coste frastagliate (a me ricorda un incrocio tra il Gargano e per altri versi la Sardegna), piene di calette e panorami gradevolissimi, a partire dal famoso Es Vedrà, enorme sassone piantato in mezzo al mare, la cui vista dalla spiaggia di Cala d’Hort è davvero notevole.

E girare di cala in cala è davvero una delle attività più gratificanti. Posso garantire che noleggiare un’auto (circa 35 euro/giorno) e percorrere l’isola in lungo e in largo sulle strade impeccabilmente asfaltate, con la house leggera di Ibiza Global Radio in sottofondo, lava via gran parte dello stress, dei pensieri e delle preoccupazioni. Fanno il resto del lavoro i ristoranti sulla spiaggia che servono paella, pesce fresco e aioli, e i ristoranti dei paesini che hanno la cucina aperta fino a mezzanotte e mezza (i ritmi e i tempi sono se possibile, ancora più rilassati di quelli spagnoli continentali) e ti accolgono con una varietà di tapas di pesce fresche, o con menu di cucina locale leggermente influenzata dalle tante presenze internazionali che hanno visitato e animato l’isola nel Novecento e prima.

Ma è un’altra la caratteristica dell’isola di cui forse vale più la pena di parlare, quella che resta più impressa, giustifica più il viaggio, e caratterizza più Ibiza rispetto alla maggior parte delle altre mete turistiche del Mediterraneo. Potrei definirla solo come atmosfera (l’inglese ha termini più adatti: feeling, mood, ambience, vibe). Ibiza è un’enclave hippie fin dai tempi in cui vi si rifugiò una comunità piuttosto varia di oppositori alla dittatura franchista, e l’hippismo, nell’aspetto e nelle pratiche, resta presente, concentrato soprattutto in alcune località dell’interno (il mercato di Las Dalias è la più nota) e in altri fenomeni locali, come il bonghismo sulla spiaggia di Benirràs.

Più in generale, la tipica tolleranza della cultura hippie, insieme alla distanza dalla madrepatria e a una natura che favorisce la contemplazione, ha alimentato un modo di vivere rilassato e introspettivo, uno stile di vita che aleggia nell’aria da cui non si può evitare di essere contagiati, e di cui la musica ambient/chillout e la posta del sol, il rito della contemplazione del tramonto, sono le manifestazioni esteriori più visibili. L’impressione che si ha dopo qualche giorno di permanenza è che Ibiza sia soprattutto e prima di tutto un’isola serena, in cui le persone sembrano vivere e convivere, se non in completa armonia, in modo emotivamente e socialmente sostenibile. A Ibiza ho avuto la sensazione che tutti attorno a me se la stessero godendo (la giornata, la vacanza, la vita) quanto me. Non è mica poco, e non posso dire lo stesso di molti posti che abbia visitato.

La mia gallery delle foto di Ibiza (su Google+)

Tre indirizzi di ristoranti a Sant Antoni, soddisfazione garantita:

El Rincon de Pepe, taperia suprema, San Mateo 6, Sant Antoni de Portmany
(Il difficile è smettere di ordinare tapas di pesce)

Es reboost de can prats, cucina locale curata in una casa deliziosa, c/cervantes 4, Sant Antoni de Portmany
(Quei posti dove ti viene voglia di abbracciare i proprietari)

Can Pujol, Calle de Caló, 97, 07610 Sant Josep de la Talaia
(La grigliata di pesce come dovrebbe essere)

 

Classica “posta del sol” sulla costa a sud di Sant Antoni de Portmany

 

 

Shopping spree saldi 2013

Gli acquisti più sensati fatti nell’ultima settimana di trasferta:

Auricolari Sennheiser cx150: considerate anche le recensioni su Amazon, forse il miglior rapporto qualità/prezzo che si trova in qualunque negozio. Buona qualità sonora in design gradevole a solo 19,99 (su Amazon o da Darty san Babila: follemente, da Saturn e Feltrinelli in Centrale costano dieci euro in più).

Guanti Thinsulate H&M: tessuto grigio isolante e un rivestimento interno in pile che ogni volta infilarli ti strappa un sospirello di godimento, alla modicissima cifra di 4,99. Made in China, ma a quanto ne so H&M di solito è attenta alla sostenibilità anche sociale della produzione.

Da Muji ci sono anche dei maglioncini grigi e neri scollo a V in lana e alpaca molto caldi per il prezzo (25 euro saldati al 50%).

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Inoltre (update):

Luci da bici Reelight. Si montano sul mozzo con calamita corrispondente sui raggi: il passaggio della calamita a ogni giro di ruota fa lampeggiare i led per induzione. No batterie, no dinamo, teoricamente eterni. 29 euro da Decathlon.

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Kobo e Kindle, pro e contro di entrambi

 

(ATTENZIONE: questo è un post del 2012 e riguarda quello che fu forse il primo modello di Kobo distributo in Italia. Molta acqua è passata sotto i ponti ed è probabile che alcuni, se non molti, dei punti trattati in questo post non siano più attendibili al 100%).

 

Mondadori ha mandato in prova – a me come a tante altre persone – un Kobo, il lettore di e-book (e sistema di pagamento e distribuzione di libri elettronici) che è stato abbinato al catalogo di e-book Mondadori. il modello di distribuzione è molto simile a quello di Amazon, e il paragone col Kindle, anche per affinità di formato e user experience, viene naturale. ho pensato che un post che li comparasse potesse essere utile a chi deve decidere quale dei due e-reader acquistare.

disclaimer: Mondadori non ha chiesto questa recensione in cambio del Kobo, ma il lettore accorto (o sospettoso :) vorrà tenere conto del fatto che essa è stata scritta a partire da un oggetto non acquistato (per quanto dal costo contenuto: meno di 100 euro). per parte mia li sto usando entrambi e non mi pare di poter dire di avere una preferenza assoluta per uno dei due.

il paragone è tra il Kobo nuova versione e il Kindle Touch (d’ora in poi KT) originale, cioè versione non paperwhite.

la conclusione finale dopo tre mesi di utilizzo è che Kobo è troppo instabile per un uso intensivo, e la trovate in chiusura del post.

 

dimensioni

le principali differenze sono sul peso e dimensioni (il Kobo ha quasi 30 grammi in meno, circa 7 mm in meno in altezza e 3 in larghezza). lo schermo è posizionato più in alto quindi c’è più spazio nella cornice in basso per i pollici, il che è decisamente apprezzabile quando si legge in piedi.

 

hardware e storage
le specifiche sono abbastanza simili. mi pare probabile che il Kindle sia stato preso come riferimento per la progettazione del Kobo. niente di male in ciò, il leader di mercato traccia sempre una strada che viene seguita da altri.
le principali differenze sono nella chiarezza dello schermo (Kobo è più bianco del KT tradizionale, di cui però credo sia uscita una versione migliore), e nello spazio a disposizione per gli ebook: KT ha 4GB, Kobo 2GB. ma la vera differenza è nella presenza di uno slot per micro SD sul Kobo, che permette di aumentarne la capienza fino a 32GB. l’espandibilità è molto importante per quanto mi riguarda, e questo è un punto nettamente a favore del Kobo.

 

compatibilità

un altro punto a favore del Kobo è la compatibilità con i formati dei file. KT per il testo accetta il formato nativo Amazon (AZW) più TXT e MOBI (e PDF, che comunque risulta poco pratico da leggere, su entrambi i reader). altri formati devono essere convertiti attraverso Calibre, un’applicazione disponibile sia per PC che Mac che Linux, poi spostati sul Kindle usando l’applicazione Amazon apposita.

Kobo legge direttamente anche i file EPUB, che mi pare il formato principe per quanto riguarda gli e-book, e non richiede di software esterni per convertire né per metterli sul lettore: è sufficiente un drag and drop. questa è una delle differenze più importanti, per quanto mi riguarda, tra i due reader. inoltre Kobo è compatibile con CBZ e CBR, caratteristica sicuramente apprezzata dai letttori di fumetti e graphic novel.

 

aspetto e sensazione al tatto

esteticamente Kobo appare più gradevole e elegante, con la finitura opaca leggermente gommata, i bordi a taglio e il dorso con un motivo trapuntato. la versione nera trattiene decisamente le ditate e va pulita spesso. il grigio neutro e i design di KT è meno chic, per chi ci tiene a queste cose. Kobo è disponibile in 4 colori, KT solo nel grigio d’ordinanza.

 

esperienza di lettura

punto importante, vediamo nel dettaglio i vari aspetti.
schermo più bianco quindi migliore lettura nel Kobo, abbiamo detto, ma questo dipende probabilmente dal fatto di sfruttare una tecnologia più recente: il nuovo Kindle Touch Pearl White paperwhite probabilmente sarà altrettanto brillante (non l’ho provato).

la gestione della libreria è forse un tantino più evoluta su Kobo: c’è anche la vista per copertine e non solo quella a lista. lo screensaver può mostrare la copertina del libro che si sta leggendo. Kobo mostra nella libreria la percentuale di lettura dei libri che si stanno leggendo.

per fare un paragone tecnico della resa grafica dei caratteri non credo di avere sufficienti competenze. entrambi i lettori consentono di modificare dimensioni e spaziatura del carattere. KT consente di scegliere fra tre tipi di caratteri predefiniti (ridotto, normale e sans serif) mentre Kobo permette di usare molti font diversi. margini e allineamento sono impostabili per il singolo libro su Kobo ma non su KT.
non entro negli altri dettagli dei menu perché sono piuttosto simili, le differenze più visibili mi sembrano quelle appena descritte.

sulla velocità di cambio pagina il Kindle Touch mi sembra più reattivo, e Kobo qualche volta, anche se raramente, sembra mostrare piccoli rallentamenti nel girare pagina e qualche incertezza nel mostrare i menu. roba di decimi di secondo, comunque. non ne sono certo ma ipotizzo che dipenda dal sistema operativo usato: KT è costruito su una versione customizzata di Linux mentre Kobo è basato su Android, che è un sistema che utilizza le risorse di sistema in modo differente, e potrebbe essere responsabile di qualche rallentamento, che in ogni caso non mi pare essere di ostacolo a una lettura agevole.

il fatto che entrambi sono basati su sistemi operativi aperti è lodevole, e dovrebbe consentire agli smanettoni di installare modifiche alle interfacce originali, il che è sempre una buona cosa.

 

il processo di acquisto

l’associazione dei reader con il proprio profilo online e con il database del sistema per gli acquisti inizialmente confonde un tantino, ma si tratta solo delle prime volte. la differenza forse dipende dal fatto che usando presumibilmente Mondadori due database (il proprio e quello della piattaforma di vendita gestita da Kobo) il processo di acquisto è un po’ più lungo e laborioso. Amazon ha lavorato moltissimo sulla messa a punto del flusso e l’integrazione tra Kindle e proprio profilo online, e la differenza mi pare si veda.
fare qualunque cosa che preveda la comunicazione tra Kindle e Amazon è quasi del tutto fluido, mentre almeno inizialmente su Kobo c’è qualche intoppino in più (compresa qualche piccola accortezza iniziale per montare un volume esterno Android su Mac, ché Android come file system a volte può essere un po’ scorbutico con OSX), ma la possibilità di fare drag and drop diretto tra computer e Kobo mi pare che ripaghi ampiamente dei piccoli problemi iniziali.

 

integrazione con i social network

questo è un punto che probabilmente non interessa alla maggior parte dei lettori ma per me è importantissimo. sono un lettore sociale e condivido molto di ciò che leggo sul social network (Facebook e Twitter sono gli unici due supportati da entrambi i reader).
se l’esperienza di condivisione di un brano su KT non è il massimo, su Kobo è proprio disagevole. inoltre non mi pare che Kobo non salvi i brani evidenziati sul un profilo personale come invece avviene su Kindle.

ma soprattutto su Kobo il sistema di selezione di brani del testo è impreciso al limite dell’irritante. selezionare è un delirio, e il brano condiviso viene troncato una volta pubblicato su Facebook (se viene pubblicato: a volte pare non accada, senza ragioni evidenti). la stragrande maggioranza delle persone probabilmente lo trova irrilevante, ma per quanto riguarda me e pochi matti come me questo è un notevole svantaggio, che mi impedisce di usare Kobo come unico e-reader. mi auguro davvero che nelle versioni successive (o magari con un upgrade, se è previsto) il problema venga risolto.

 

punteggi e gamification

Kobo prevede un sistema di punteggi che è una specie di gioco e ha lo scopo di divertire il lettore e spingerlo a leggere, e funziona in modo simile ai badge di Foursquare. non vitale, ok, e nemmeno imposto (si può disattivare). non ho usato il reader abbastanza per avere un giudizio compiuto, ma comunque l’idea è carina.

 

durata della batteria

non posso ancora fare veri paragoni, ma a chi si appresta a comprare il primo e-reader basti questo: non è il caso di preoccuparsi. le cariche durano settimane, ci si dimentica quasi che sono oggetti alimentati a batteria.

 

librerie disponibili

questo è uno dei punti più importanti e su cui varrebbe la pena di discutere. perché alla fine questi oggetti sono supporti, ma il prodotto è quello che ci leggiamo su. e quello che conta per l’acquirente è la disponibilità dei titoli (e il prezzo, che vediamo dopo).

non ho elementi per giudicare le dimensioni dei cataloghi di entrambi: danno entrambi dei numeri ma mi è difficile dire quanti titoli siano disponibili in italiano sulle due piattaforme. Amazon ha il vantaggio di essere partita prima, di essere più conosciuta tra gli appassionati di e-book e di avere un catalogo enorme, in lingua straniera, mentre ovviamente Kobo ha il vantaggio del catalogo Mondadori. non mi pare tutti i titoli siano disponibili su entrambe le piattaforme, ma onestamente non mi son messo a fare troppe prove. è però un criterio di scelta importante: chi legge solo in italiano deve capire quale dei due cataloghi è più completo o adatto a lui, chi legge in inglese probabilmente troverà più titoli (a prezzi presumibilmente migliori) su Amazon, ma chi legge libri acquistati e scaricati altrove apprezzerà molto la facilità di trasferimento su Kobo e la compatibilità sia con il formato EPUB che con MOBI.

 

prezzi

il modello di business su cui si basano questi e-reader è quello dei rasoi a testina di ricambio o delle stampanti: il supporto costa “poco” (meno di 100 euro),  il vero guadagno per il distributore è nei ricambi.

e qui c’è un discorso da fare che magari è personale, ma mi preme. gli e-book tutti gli e-book indipendentemente da chi sono venduti, hanno dei prezzi troppo cari. ho idea che la percezione del mercato dell’e-book sia che dovrebbe costare molto meno della metà del libro fisico, mentre non è così.

la ragione è ovvia: un libro di carta ha dei costi di materiali e distribuzione che sono virtualmente azzerati nel caso dell’e-book. è vero che dietro un libro ci sono lavori che spesso non consideriamo (scelta dell’autore, diritti, grafica, impaginazione, e quel ruolo importantissimo ricoperto dall’editing) ma ci sono anche dei costi che non sentiamo come nostra responsabilità: il marketing, la pubblicità, il costo francamente eccessivi di strutture editoriali mastodontiche, e il fatto che molti dei costi dipendenti dal libro fisico sono probabilmente riversati anche sull’e-book, per pareggiare i conti.

l’editoria è in crisi e di ciò siamo tutti consapevoli e preoccupati, ma la percezione è quella che è, e le persone sono disposte a spendere quello che sono disposte a spendere. in questo periodo, poco. mi pare chiaro che il futuro dell’editoria online sia destinato a seguire il percorso di altre industrie nell’abbassamento dei prezzi: è accaduto con la musica, sta accadendo con il cinema, è inevitabile che accada con i libri. un contenuto digitale può essere ottenuto in tanti modi, e le persone sono disposte ad acquistarlo solo a un prezzo che ritengono equo. la mia opinione è che debbano completamente cambiare le logiche di prezzo, perchè la vendita di e-book possa prosperare anche in Italia.

ma questo non c’entra su quale e-reader acquistare. io continuerò a usare entrambi. l’integrazione con il sito è migliore in Kindle, ma alcune caratteristiche (compatibilità con i formati, facilità di upload dei libri, espandibilità dello storage) mi fanno propendere per la soluzione Kobo. peccato per quelle difficoltà nella pubblicazione di estratti sui social network direttamente dal lettore.

Aggiornamento: ho dimenticato di sottolineare che Kindle ha la presa per le cuffie ed è in grado di riprodurre file mp3 e, soprattutto, audolibri, mentre il Kobo no. caratteristica che, considerando gli audiolibri, è di sicuro valore, e per che alcuni può essere determinante.

 

Aggiornamento:

RISOLUZIONE DEI PROBLEMI: dopo qualche mese il mio Kobo si è inchiodato su una schermata e ha smesso di rispondere ai comandi.  Ci sono due modi per resettare il Kobo se si blocca: il primo è tenere tirato per qualche secondo il tasto di accensione sul bordo superiore del reader, finché non si accende la lucina blu a fianco. Se questo non funziona, in basso sul retro del Kobo c’è un buchino: inserendo (piano!) la punta di una graffetta e tenendola premuta il Kobo dovrebbe resettarsi.

Se anche questo non è sufficiente, si può provare a fare un rispristino alle impostazioni di fabbrica tenendo premuti il tasto Home (quello in basso sul fronte del Kobo Touch) e il tasto Accensione (sul bordo superiore) per almeno 15 secondi.
Una volta ripristinato in questo modo è necessario reimpostare l’account utente e la connessione wi-fi, e risincronizzare la libreria.

 

CONCLUSIONE dopo tre mesi di utilizzo
nonostante le caratteristiche di maggiore flessibilità sui formati e lo storage esterno (che non ho mai usato) il Kobo mi pare sia ancora troppo flagellato da bug, problemi di integrazione con lo store, difficoltà a gestire una libreria di file importati, freeze e necessità di reset, per reggere il confronto con Kindle. ora sono nella fase in cui ignora completamente la mia libreria in locale e mi si è inchiodato su un apparente download infinito dello stesso libro.

forse è troppo giovane, forse non si è prestata sufficiente attenzione alla customizzazione di Android perché tutto andasse liscio, fatto sta che mi pare che Kobo crei un sacco di problemi all’utilizzatore intensivo; sicuramente li ha creati a me: entrato in un loop di freeze e reset, in questo momento è poco più che un fermacarte. dopo sei o sette hard reset senza risultati apprezzabili, mi sono reso conto che è molto più semplice convertire gli epub in mobi attraverso Calibre e passarli su Kindle.