editore, fammi pagare come alla Festa dell’Unità

In casa mia nel Novecento si leggeva un quotidiano al giorno, due magazine settimanali, due o tre mensili.

Oggi, andando sulla history del browser a fine giornata e contando le testate su cui ho letto qualcosa, supero ampiamente le 30. In un mese leggerò, ed è una stima prudente, su almeno un centinaio di testate diverse. Ogni anno saranno, quante? 400?

Nel 2015 il modello di abbonamento alle testate è ancora quello di fine ‘900: l’editore ragiona come se ognuno di noi leggesse un quotidiano al giorno e due riviste al mese. Se io dovessi pagare l’abbonamento a 400 – ma diciamo anche solo alle 100 testate che leggo con una minima regolarità ogni anno, a una media di 20€, sborserei 2000€/anno in abbonamenti a riviste. Non credo che sia fattibile – nemmeno sensato – per nessuno che io conosca, tranne forse i professionisti. Perché nessuna o quasi nessuna di quelle 100 o 400 testate è insostituibile: le notizie sono le stesse, i commenti spesso simili.

(Ok, salviamo il valore dell’inchiesta – ormai più rara del rinoceronte di Java – e dell’approfondimento. Salviamo anche l’editoriale, ma solo come concetto astratto, perché poi i tuoi direttori sono spesso dei fastidiosi tromboni, e se in rete c’è scarsità di qualcosa non è certo di opinioni: la maggior parte delle volte mi interessa più sapere cosa ne pensa di una data notizia Leonardo​ che Mieli o De Bortoli).

Nel frattempo sì è capito che il paywall funziona solo se sei il NYTimes o the Atlantic, e l’advertising ha un destino di lenta morte tra le fauci di Adblock. Per questo dico agli editori: fammi abbonare alla cifra che decido io. Come all’ingresso alla festa dell’Unità, non fare un abbonamento, fai una sottoscrizione. Quelli tra noi che sono intimamente portoghesi continueranno a esserlo e su quello non puoi farci niente, ma chi vuole pagare ti pagherà quello che ritiene giusto per il tuo valore e sostenibile per le sue tasche. Molti di noi hanno in mente una cifra che ritengono sostenibile spendere ogni anno per finanziare l’editoria che considerano di qualità. Questa cifra varierà presumibilmente da 20 a 200€: non sarà mai 2000€, però intanto almeno quelli te li prendi.

In altre parole, c’è una cifra massima che ciascuno di noi può permettersi/è disposto a spendere ogni anno per la cultura. Questa cifra non è diminuita a causa dell’Internet: è il numero complessivo delle informazioni che consumiamo a essere straordinariamente aumentato. La torta è la stessa, ma le fette sono diventate così piccole che ormai non si riescono nemmeno a prendere in mano. (E lo stesso vale sempre più anche per il cinema e la musica).

 

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La libertà di ridere alle burattinate di regime

Mi è successa una cosa curiosa. Come scrivevo nel post precedente, all’Expo abbiamo visitato il padiglione della Thailandia, nel quale sono proiettati tre film di pura propaganda di regime. Robe tipo “in Thailandia le sementi germogliano rigogliose grazie alla generosità del nostro grande Re”: una roba davvero da far accapponare la pelle, persino difficile da credere se non si viaggia spesso in paesi in cui vigono regimi non democratici.

Sono filmati talmente grotteschi che in un paio di momenti ho riso forte. All’uscita mi sono reso conto che potevo permettermi di ridere durante la proiezione solo grazie al fatto di essere cittadino di un paese in cui vige la piena libertà di espressione. Se fossi stato un thailandese in Thailandia – assurdamente, forse persino un thailandese in Italia – non avrei potuto godere della stessa libertà. Se al ridere aggiungiamo: votare, dire la propria opinione, scrivere quello che si pensa – anche le abominevoli minchiate che scriviamo ogni giorno sui social media – insomma, queste libertà sono qualcosa a cui non pensiamo quasi mai, di cui forse non siamo grati abbastanza spesso.

E grati non che ci siano concesse da una classe politica magnanima, ma di essercele conquistate in decenni di lotte che hanno piantato dei paletti democratici che finora si sono dimostrati molto solidi. Grazie, di nuovo, a noi che abbiamo continuato a difenderli, anche solo votando. La libertà non è un dono di Dio – men che meno della Chiesa – ma una conquista umana.

Oggi in Europa sembra avanzare un pensiero che usa strumenti retorici di forte impatto emozionale come la paura dell’immigrazione o la teoria della “troppa libertà di espressione” in Rete per cercare di riportare indietro la lancetta su paletti democratici acquisiti come alcuni diritti civili e umani. Ungheria e Turchia sono i due casi vicini a noi più visibili, in altri paesi è più strisciante ma altrettanto pericoloso; alcuni echi si sentono persino da noi, nel famoso paese reale. La limitazione delle libertà si legittima sempre attraverso la paura.

La prossima volta che dobbiamo decidere cosa votare – e lo dico anche al me stesso che sta pensando di non farlo – magari ricordiamoci dei thailandesi che non possono ridere alle minchiate della loro propaganda di regime, perché anche se siamo nati e cresciuti in piena libertà di espressione, anche se non abbiamo mai conosciuto niente di diverso, generazioni fortunate che non siamo altro, niente è mai per sempre, niente va dato per scontato.

La Thailandia vive in regime di legge marziale a seguito del colpo di stato del maggio 2014. Secondo Amnesty International sono all’ordine del giorno violazioni dei diritti umani e civili come torture, arresti e detenzioni arbitrarie, processi sommari, rapimenti e sparizioni di attivisti democratici.

 

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the button: la community come generazione collettiva di una mitologia

il primo aprile 2015 gli autori di reddit hanno pubblicato “the button“, un semplice pulsante con a fianco un contatore alla rovescia della lunghezza di un minuto. ogni volta che the button viene premuto, il contatore torna a 60. ogni account reddit creato prima del 1° aprile può premere the button una sola volta. non si sa cosa accada se il contatore arriva a 0, perché dal primo aprile 2015 a oggi non è ancora successo, grazie agli oltre 887.000 redditor che fino a oggi hanno premuto il pulsante.

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concepito un po’ come minigame e un po’ come pesce d’aprile, the button è sembrato da subito una scommessa impossibile, ma il suo successo risiede proprio nella semplicità e nel mistero. concettualmente the button ricorda la serie di numeri che devono essere inseriti in sequenza nella Dharma station di Lost, e forse proprio per questa sua intima nerditudine ha colpito l’immaginazione dei molti milioni di utenti del sito (reddit ha circa 170 milioni di utenti unici al mese), che non solo stanno, inaspettatamente, mantenendo in vita the button da oltre un mese, ma che sul subreddit dedicato a the button, da un semplice pulsante grigio hanno creato un complesso sistema di ideologie, caste, profezie e un intero sistema mitologico.

nell’ottavo giorno di the button (già detto così suona piuttosto biblico) sono stati introdotti i flair, cioè colori distintivi che indicano sul profilo la scelta del singolo redditor (premere, non premere, premere nei primi o negli ultimi secondi, oppure barare). a partire dai flair sono nate diverse tribù, ognuna delle quali ha elaborato un pensiero filosofico basato sulla sua scelta.

i non prementi accusano i prementi di superficialità e impazienza (i click devono essere conservati per prolungare the button), mentre i prementi, curiosi di scoprire cosa accadrà quando the button raggiungerà lo zero, accusano i non prementi di vigliaccheria e conservatorismo. tra i prementi, coloro che hanno premuto negli ultimi dieci secondi (i minutemen) guardano dall’alto al basso chi non ha avuto la pazienza e i nervi saldi di attendere gli ultimi secondi. da queste divisioni e dalla complessa mitologia che deriva dal non sapere lo scopo di the button nascono la church of the button e il cult of the button. si verificano scismi, tradimenti e dichiarazioni di pentimento che generano altre scuole e fazioni, si crea un complesso sistema tribale, di caste, un vero sistema di pensiero; “come se fosse una cosa seria” direbbe qualcuno.

ma the button è una cosa serissima, come ogni cosa che avviene una community e ne modifica le dinamiche. la cosa più interessante di the button è che si tratta, chiaramente, di un pretesto simbolico. creandolo senza fornire spiegazione, istruzioni, storia e obiettivi, i moderatori di reddit hanno incoraggiato un processo straordinariamente fecondo di generazione collettiva di una mitologia. la dimensione della base utenti di reddit è una condizione, ma non la ragione alla base dello straordinario successo di the button, che è l’attività di animazione di community di maggior successo di tutti i tempi e uno straordinario esperimento di ingegneria sociale proprio grazie al suo essere neutro e privo di contenuti: un gioco senza regole, una mappa da disegnare, un sistema di pensiero da riempire collettivamente.

e the button dimostra un paio di cose: che, come recita una delle definizioni più calzanti, le community sono davvero aggregati di persone che si riuniscono per compiere collettivamente delle attività, indipendentemente dalla loro complessità, a volte persino dalla loro natura e senso; e che alla base degli sforzi collettivi e delle attività sociali umane c’è sempre una narrazione, una storia da raccontare che motiva le persone ad agire. quando questa storia non c’è, le persone se la inventano e ciò rende ancora più coinvolgente, appassionante e ricca di significato l’avventura collettiva. da migliaia di anni religioni, filosofie, ideologie si basano su un sistema di pensiero negoziato e su una narrazione collettiva condivisa, e sarà così per sempre: anche quando le intelligenze artificiali avranno preso il controllo della società e schiavizzato la specie umana, nascerà sempre una mitologia salvifica, un Redentore, un The One, un John Connor, perché l’attività umana più radicata è quella di inventare e raccontare storie.

il libro di Fioly ovvero la caramellatura delle proteine

io non so scrivere di me, nel senso che già faccio fatica a raccontare quello che vedo intorno a me, già sono maldestro come testimone, figuriamoci come inventore di emozioni e pensieri originali. scrivere di quello che sento, tantomeno di quello che sono, non mi riesce. figuriamoci poi scrivere ciò che è, che pensa o che prova un personaggio immaginario.
(“ma ci hai provato” fa? “no” dico io. “e allora come lo sai?” dice. “ok”).

al massimo tendo per affinità, formazione, codardia o chissà quale altra ragione, al reportage: la scrittura creativa, la narrativa, la fiction mi sono estranee e persino un po’ sospette. però in senso buono.

è per questo che ogni volta che incontro una scrittrice o, con ancora più meraviglia, vedo un’amica che in un processo evolutivo non meno stupefacente dello sbocciar di un fiore della caramellatura delle proteine, improvvisamente diventa scrittrice, come se fosse un fenomeno chimico o un patentino dato da una qualche divinità greca, resto ammirato e affascinato. e un po’ sospettoso e anche un po’ invidioso, pur essendo al corrente di ciò che molte persone non sanno, cioè che in Italia coi libri non si fanno i soldi.

(che non sono uno scrittore si vede anche dal fatto che scrivo frasi di otto righe con tre subordinate incastrate dentro, che faccio – coi trattini – gli incisi, che uso (un sacco) le parentesi, e che uso maldestramente gli avverbi).

ora di scrittrici di fiction ne conosco già almeno tre, e dico “almeno” perché sto parlando di narrativa ma non so mica delimitarla tanto bene, e dico “ora” perché una di queste tre è nuova, nel senso che ne leggo il blog solo da un annetto anche se ce l’ha da tre e, mi pare bruciando le tappe, sta per pubblicare il suo primo romanzo. per il quale sono del tutto fuori target; incapace, credo, persino di farne una lettura obiettiva, talmente non sarà scritto per me – ammesso che fossi comunque in grado di fare la lettura obiettiva del libro di un’amica.

ma quindi, vieni al punto. niente, il punto era che l’8 aprile esce per Giunti Ovunque tu sarai, primo romanzo di Fioly Bocca, del quale non so altro che sulla copertina ha una lumaca nella pioggia e che non è scritto per me, ma mi piace anche solo l’idea di vederlo presentare alla Sagra del Salamino di Moncestino nel Monferrato* (giuro) tra cavalli, stand di toma e damigiane di barbera, cioè l’ambientazione più lontana dalla situazione di presentazione dell’autore che immagina chi ha vissuto a Milano, ovvero il sotterraneo della feltrinelli in corso Buenos Aires, con l’odore degli impermeabili bagnati e sgradevoli luci accecanti.

(o, a seconda della stagione, il sudore dei turisti e sgradevoli luci accecanti: nel sotterraneo della feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano non esistono né stagioni né ore del giorno, solo manifestazioni olfattive di seconda mano del mondo esterno. se Platone fosse vivo oggi, il mito della caverna lo ambienterebbe alla feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano).

ah, e il punto era anche che il blog di Fioly è a bbodo.it, ha come titolo “giochiamoci il jolly” (entrambe cose che non comprendo perché non ne ho i riferimenti segreti), ha appena subìto un restyling pesante, e ci sono un sacco di belle foto, di viaggio ma non solo, che non so se scatta lei o Federico.

 

 

 

* Poi se ho voglia e mi ricordo, vi faccio il reportage. Per dire: “Alle ore 15.00 concorso a premi per bambini “L’arte del bastoncino”.

perché le nostre città stanno diventando “brutte”

perché certe città sono brutte e altre belle? perché le persone sono disposte a spendere soldi per andare in vacanza in alcune e in altre no? qual è il costo umano e sociale – persino economico – di vivere in una città brutta?
è una del milione di domande che mi faccio dall’età della ragione e, come per molte altre di queste, grazie all’Internet oggi ho trovato uno che ha la risposta.

Alain de Botton è un autore svizzero che scrive della ‘filosofia della vita quotidiana’ spaziando tra temi come l’amore, il viaggio, l’architettura e la letteratura. il mio genere di autore.

de Botton partecipa alle iniziative Living Architecture e alla scuola di formazione The School of Life, e ha scritto un libro intitolato The Architecture of Happiness sul perché le città sono brutte o belle, dal quale The School of Life ha tratto una bellissima infografica animata: talmente bella che sono io per primo a dirti che se hai solo 14’ minuti probabilmente faresti meglio a passarli guardando il video che a leggere questo post.

 

il dibattito sulla soggettività della bellezza è da sempre un campo minato, ma che una cosa sia brutta è ben chiaro alle persone che la guardano. è il punto da cui parte De Botton per ricordarci che non dobbiamo lasciare che una questione filosofica porti la nostra società a fare scelte che la danneggiano: lasciare che le nostre città evolvano verso il brutto perché tanto “il bello oggettivo non esiste” è un grave errore.
6 sono le qualità che rendono una città vivibile e desiderabile per gli esseri umani:

. ordine e varietà, equilibrio e simmetria MA con caratteristiche di diversità e alternanza. no all’anarchia progettuale senza un tema ricorrente, ma anche no all’iterazione seriale alienante: “complessità organizzata”, la definisce De Botton.

. attività umane visibili: le persone e le cose che fanno, per lavoro o per divertirsi, devono essere visibili dalla strada, animare il paesaggio urbano. questo umanizza e dà vita alla città

. compattezza: lo sprawl dei sobborghi residenziali nelle metropoli è disumanizzante. le belle città hanno quartieri compatti, dove dalle finestre si vedono altre case, e le piazze sono grandi quanto il raggio visivo per riconoscersi tra umani. non c’è un paese al mondo che abbia costruito una bella piazza da decenni, dice De Botton, ed è un tema che gli urbanisti dovrebbero prendere in serissima considerazione.

. l’ordine delle arterie di circolazione insieme al mistero delle viuzze pedonabili. grandi strade per smaltire il traffico con efficienza insieme a stradine che serpeggiano, nelle quali uno possa avere il brivido di potersi perdere, e che stimolino la curiosità del turista.

. la corretta scala: il gigantismo delle metropoli, causato dall’averle cedute a banche e corporation globali, fa sentire la città lontana e l’umano insignificante. palazzi di massimo 5 piani sono l’ideale per una città vivibile e in cui ci si possa identificare. torri e grandi edifici devono essere usati per rappresentare valori comuni, “interessi condivisi e bisogni sociali a lungo termine”.

. riconoscibilità locale: la globalizzazione culturale e dei mercati, la standardizzazione della progettazione, dei materiali e delle tecniche ha reso simili tutte le città moderne. per piacere e piacersi una città deve mantenere caratteristiche stilistiche locali, materiali da costruzione del luogo: se non si rispetta il genius loci le città diventano tutte uguali, e perdiamo il confort dell’appartenenza, il divertimento della scoperta, il bisogno umano di vivere la propria città come un’espressione della società e della cultura in cui siamo immersi.

 

il libro di riferimento è The Architecture of Happiness, a 8,99 in formato Kindle o a 10,78 su play.com in paperback, spedizione gratuita.

l’articolo di Slate attraverso il quale ho scoperto autore, libro e video (via Umberto)

 

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la condanna morale del mercato è un fatto anche quando è sommaria

al netto di quanto sia corretto sul piano dei fatti il servizio di Report su Moncler, non sono stato da subito d’accordo con il sarcasmo sulla facile indignazione per i metodi della raccolta del piumino (trovo quasi sempre inutile se non irritante il sarcasmo sulle reazioni emotive delle persone, quando sono in buona fede), e non sono stato da subito d’accordo sulla posizione-Gabbana “il lusso è così”, semplicemente perché non è vero: esiste la produzione di alta gamma che è anche qualità etica e sostenibile, e nello specifico l’esempio di Patagonia è tra i migliori al mondo. (anche la posizione “se vuoi la sostenibilità devi essere disposto a pagarla” mi pare che salti un passaggio o due, ed escluda la possibilità di un’industria che veda come parte del profitto la sostenibilità e la stima etica del mercato, o addirittura che non abbia – gasp! – come obiettivo il profitto).

ma se una cosa me la porto a casa da tutta questa faccenda è che piaccia o no, che sia razionale o l’indignazione emotiva di un giorno, sempre più il destino dei brand è di affrontare il passaggio attraverso il giudizio morale, anche sommario, del mercato, sempre più le persone sono sensibili, attente – magari superficialmente, grossolanamente, ma attente – alle questioni che riguardano l’etica nella produzione industriale, sempre più è necessario avere una posizione trasparente rispetto alle pratiche, e non solo a quelle produttive. che si tratti di una sensibilità evoluta autonomamente o l’effetto della sensibilizzazione da parte dei movimenti animalisti e ambientalisti, o della sub-informazione semplicistica in stile 5 stelle o altro, è irrilevante.

non dovrebbe sorprendere, poiché non è cosa di oggi, che si tratta di un giudizio morale che riguarda tutte le scelte industriali: dal pricing (equo, ragionevole, “morale”) alla distribuzione (in termini di trasporti, inquinamento, emissioni) alla promozione (l’etica del messaggio, il rispetto della donna nella comunicazione, la tutela dei più piccoli) fino naturalmente al prodotto: le condizioni di lavoro inaccettabili e le paghe non eque, lo scarso rispetto dell’ambiente, i processi che prevedono crudeltà sugli umani o sugli animali. smontiamo un’altra posizione superficiale: le sofferenze degli animali NON sono “più importanti di quelle umane” per le persone. si tratta di sensibilità parallele, visto che gli esseri umani sono in grado di empatizzare su più di un livello. l’obbligo morale di evitare inutili sofferenze a tutti gli esseri viventi è sempre più diffuso nel mercato, soprattutto nel pubblico femminile e soprattutto nelle generazioni più giovani.

è probabilmente vero che quello di cui stiamo parlando è un giudizio morale spesso sommario e superficiale, ma si dà il caso che questa sia una ragione in più e non in meno per prestarvi attenzione: sembra che scopriamo oggi che i mercati sono irrazionali. non c’è mercato più irrazionale di quello elettorale, ma quando Obama perde le elezioni l’unica frase che gli esce di bocca è “I hear you”. non “vi sbagliate” o “giudicate irrazionalmente”.

Furla, autunno-inverno 2012/13

Maria Elena Boschi, i bimbi congolesi adottati e l’ipocrisia di un paese che ha problemi ben più seri

Si è parlato e ancora si parlerà delle foto che ritraggono il ministro Boschi nell’atto di accogliere a Kinshasa un gruppo di bambini congolesi: la scelta di mandare il ministro per le Riforme Costituzionali è stata accusata di strumentalità e populismo, immagino anche da certa sinistra. Nulla è valsa la spiegazione del ministro riguardo alla sua presenza.

Al di là del fatto che si possa, con un candore straordinario, trovare fastidiosa l’idea che chi si occupa di comunicazione per la Presidenza del Consiglio organizzi una photo-op (cioè faccia il suo mestiere) per un evento del genere, o anche che si possa, vivendo forse nell’800, trovare scandalosa l’esistenza stessa delle PR in politica, mi pare ci sia un equivoco di fondo, un malinteso su cosa sia e a cosa serva la comunicazione politica.

Le critiche sembrano basarsi sulla convinzione che che la comunicazione politica debba essere reportage obiettivo e neutro, che al di fuori dal Parlamento (dove, ricordiamo, è passata gente che chiamava i colleghi “cicciolini”, sventolava fette di mortadella, saliva sul tetto per protestare o appariva sulle copertine dei periodici con in braccio un cane) un evento come quello a cui abbiamo assistito debba rappresentare una genuina tranche de vie della giornata di un politico.

Viene da immaginare che, secondo questa interpretazione, qualunque manifestazione pubblica di un politico dovrebbe essere riportata dalla stampa solo nel caso sia spontanea e frutto di un impeto genuino e del tutto disinteressato, nonostante nessuno possa affermare sia mai stato così nella storia dello Stato moderno – o, se preferiamo, in quella della fotografia. Qualunque cosa poi significhi disinteressato in questo contesto, non so neanche se cercare di capirlo: la politica, come ogni mestiere, ha degli interessi e degli obiettivi.

Il punto della comunicazione non è se il politico sia sincero e genuino nel compimento dell’atto rappresentato, ma se sia credibile nel compierlo, e  cosa comunichi quel gesto. Se la politica è arte del possibile, la comunicazione politica è narrazione del possibile, ovvero un (altro) modo di far passare i valori, le idee e la visione del futuro di un partito o governo attraverso immagini, gesti, azioni simboliche. Questo la Lega lo sa benissimo, pur facendone un’esecuzione becera e, quella sì, spesso offensiva.

E’ ben poco rilevante e nessuno può dire se il ministro Boschi in quelle immagini sia sincera: il punto è se sia credibile o meno. La comunicazione politica funziona quando la figura ritratta è credibile nella sua azione o nelle parole che sta pronunciando, mentre è percepita come strumentale e manipolatoria quando non è plausibile (immaginiamo Calderoli nella stessa situazione e intuiamo subito cosa significhi non credibile).

Ciò che conta, se non si vuole essere ipocriti, non è una sincerità nelle intenzioni che non ha alcuna rilevanza politica, ma il modo in cui lettore e spettatore possono immedesimarsi nel gesto, intuendo e abbracciando attraverso di essi – per una volta in modo empatico e non solo intellettuale – la posizione progressista e civile del governo su questioni come l’immigrazione, la solidarietà, la tolleranza (parola che indica una questione che non dovrebbe nemmeno esistere, santiddio, e invece richiede un continuo intervento da parte della politica).

E comunque in un paese in cui è in discussione ogni domenica persino il concetto di uguaglianza in base al colore della pelle, vale e serve tutto.

 

Maria Elena Boschi

 

“L’uomo di vetro è una metafora totalitaria”

Grazie a un post di Stefano (e anche, noto poi, a uno molto precedente di Massimo Mantellini su PI) scopro questa frase di Stefano Rodotà che spiega molto bene come la logica così diffusa del “male non fare, paura non avere“, per quanto a prima vista condivisibile, sia in realtà il grimaldello per una cessione di diritti poco salutare per la nostra società, se non una premessa tipica delle dittature.

Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. L’uomo di vetro è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.

Il contesto del paragrafo è ormai quasi antico (il pezzo era scritto poco dopo l’undici settembre 2001) e le riflessioni a contorno superate dalla realtà: l’11/9 non ha affatto generato il ritorno al sociale e al collettivo, alla solidarietà e al rifiuto del liberismo estremo che sembra annusare Rodotà nel pezzo.

La riflessione diviene ancora più importante dopo un decennio nel quale abbiamo visto il crollo, progettato e inarrestabile, di qualunque scudo a difesa dei dati sensibili e delle conversazioni private. L’argomentazione di Mark Zuckerberg ed Eric Schmidt di Google sulla morte della privacy nasconde sì interessi economici enormi, ma anche politici, di cui Facebook e Google si fanno portatori – che questo avvenga obtorto collo a causa del Patriot Act, oppure con un malcelato entusiasmo.

Il cittadino che accetta il controllo dello Stato in tutte le proprie manifestazioni, anche le più private e intime, senza peraltro ottenere lo stesso in cambio, è il cittadino perfetto del Mondo Nuovo di Huxley e Orwell: pronto ad annullare la propria specificità umana – compresa la soggettività etica –  in favore del Grande Database Globale, attraverso cui le autorità di tutto il mondo (stati canaglia inclusi, che poi vai a distinguere con precisione quali lo sono, e rispetto a chi) possano istituire un perenne processo di indagine su ciascuno di noi, giudicarci in base agli elementi racconti, magari anche prima che i reati di cui siamo sospettati siano effettivamente compiuti (vedi qui e qui). E’ il brodo di coltura perfetto per la Stasi e il KGB: una posizione sulle modalità di recupero e gestione delle informazioni su cui il governo degli Stati Uniti si dimostra del tutto antiliberale, anzi quasi perfettamente stalinista.

A pensare di non avere “niente da nascondere” si compie un grave atto d’ingenuità. Se improvvisamente tutta la nostra casella di mail, i contenuti delle nostre telefonate, i dettagli di tutti i nostri comportamenti passati fossero ricercabili al governo saremmo sereni? E se lo fossero ai nostri datori di lavoro? E, una volta accettato il principio, chi decide dove mettere il paletto? E dove sarà quel paletto tra 5, 10, 25 anni?

Ricorda Stefano (che passa poi a parlare di competizione e architetture dei sistemi):

Le distribuzioni statistiche in natura non sono uniformi; per ogni fenomeno c’è chi sta al di fuori della “normalità” e la mancanza di privacy può trasformarsi in esclusione, discriminazione o peggio. L’argomento di Schmidt è capzioso perché sottintende una “normalità” mentre la tutela e’ proprio per chi “normale” non lo è  (per fato o scelta).

Siamo tutti diversi: ciò che rappresenta un dato sensibile per uno non lo è per un altro, ciò che non causa problemi a qualcuno mette in seri casini qualcun altro. Esiste un serio rischio di discriminazione, anche illecita, in base a dati che mi riguardano. Se mi rifiutano un lavoro perché hanno scoperto che sono omosessuale, o incinta, non mi è di grande conforto il fatto che abbiano compiuto un’azione illegale: il lavoro l’ho perso comunque.

Inoltre, le cose cambiano: una volta che i dati sono stati raccolti restano disponibili per sempre a chiunque, anche a un eventuale governo che seguisse e fosse meno o per nulla democratico: ne sanno qualcosa in Tunisia e in Egitto. Storicamente non è poi così saggio dare per scontata la democrazia. Come per lo sdoganamento dell’uso di droni di Obama (immaginiamo cosa potrebbe fare oggi con i droni un’amministrazione Palin), il superamento dei limiti etici è quasi sempre un vaso di Pandora.

Inoltre, esiste il rischio di errore: chi mi garantisce che non ci sarà un bug (c’è quasi sempre, un bug) a causa del quale i miei dati non saranno diffusi? Quale rete è sicura al 100% ?
Ancora di più: chi mi tutela da un’interpretazione errata dei dati, da uno scambio di codice tra le mie intercettazioni e quelle di un camorrista? Le tecnologie possono sbagliare, sbagliano continuamente, e spesso non contemplano la possibilità di risalire all’errore. Come ci sentiamo ad affidare la nostra libertà a un computer?

 

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Quando google autocompleta la coscienza collettiva

sulla falsariga di questa bella campagna adv dell’United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women, è interessante – o perlomeno curioso – fare un esperimento con il completamento automatico di google per vedere quale immagine del paese riflette rispetto alla percezione delle cosiddette minoranze – o forse sarebbe più corretto parlare di categorie culturalmente discriminate (premettendo che la selezione mette insieme realtà sociali del tutto diverse, e l’aggregazione è basata solo ed esclusivamente sui pregiudizi più comuni).

poiché nel database delle frasi proposte dal completamento automatico rientrano sia le frasi ricercate più spesso sul motore che le frasi più comuni che google trova sui siti web, dare per scontato che i risultati del completamento automatico siano esattamente rappresentativi della media del sentire italiano sarebbe forse una conclusione stiracchiata (anche perché spesso queste frasi sono digitate con intento interrogativo più come affermazione).

pur tenendo presente ciò, il colpo d’occhio non è comunque il massimo del gradevole.

 

 

a occhio, comunisti e ebrei in Italia se la passano molto meglio di omosessuali, rom e donne.

se ci sono delle conclusioni che si possono trarre, mi pare siano piuttosto evidenti (e mi pare che le uniche obiezioni che si possono fare siano sul metodo).

altra obiezione possibile: inserire i comunisti e non i fascisti rispecchia un approccio ideologico e significa dare per scontato che i comunisti siano discriminati e i fascisti no.

 

infatti: i fascisti no.

 

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Citizen Bezos

tra le ipotesi che ho visto fare sulla ragione per cui il Lord dei New Media Jeff Bezos abbia acquistato la cosa che sembra più lontana dalla sua Amazon, cioè il quotidiano (wtf) cartaceo (WTFF) Washington Post, l’ipotesi che sembra più convincente è che l’abbia fatto per la distribuzione.

il ragionamento parte dal punto di vista – ragionevole, persino ovvio – “cosa ha il Post che serve a Amazon”? una rete di distribuzione capillare, punti vendita sul territorio, e un mercato di subscriber acquisiti che può essere tranquillamente servito e commercialmente sfruttato da Amazon. però potremmo provare, per puro esercizio, a ribaltare il ragionamento: cosa ha Amazon che serve al Post?

la risposta è, curiosamente, la stessa: la distribuzione. anche Amazon ha una rete di distribuzione capillare, e ha anche un’audience, ben più grande di quella del Post, già acquisita, che paga per leggere e sicuramente non ha nulla in contrario a leggere gratuitamente (che il modello di business della vendita delle copie sia defunto Bezos lo sa da un bel po’).

e allora cosa succederebbe se a ogni pacco Amazon spedito ogni giorno negli States (anzi, nei paesi di lingua inglese) contenesse una copia del Washington Post (ovviamente alleggerito nei costi di produzione, riorganizzato per ottenere il massimo dall’interazione tra digitale e cartaceo?), e se ogni iscritto a Amazon ricevesse quotidianamente il WP digitale? di quanto salirebbe il numero di lettori, e quindi la raccolta pubblicitaria?

nonostante tutto, un quotidiano resta comunque una macchina per vendere pubblicità, e più persone leggono quel quotidiano più pubblicità si vende. la circolazione di Amazon e le sinergie tra i due soggetti permetterebbero al WP alleggerito di sopravvivere? persino di fruttare?

ma facciamo anche un altro esercizio di speculazione: come sappiamo bene in Italia, un quotidiano può essere una straordinaria macchina da propaganda anche se in perdita. e Bezos è una persona molto ambiziosa.

 

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