vodafone, ma io e te…?

Vodafone, ci conosciamo da tanto tempo. ho una sim Omnitel dagli anni ’90. non ho mai sentito il bisogno di cambiare operatore, e quando l’ho dovuto fare per lavoro me ne sono pentito, tanto da tornare indietro. per quanto tu non sia economicissima, sono ragionevolmente soddisfatto della copertura e soddisfatto dei piani dati, mi piace il Relax e trovo comodo il Passport. il 4G LTE è una scheggia.

spesso riesco persino a usare il tuo sito e l’app senza bestemmiare, e sono molto contento quando mi regali 2GB senza che te li abbia chiesti. persino il tuo customer care funziona. non arriverò a dire che ti voglio quasi-bene, ma sei uno dei brand che non odio. ti trovo sopportabile: per un operatore di telefonia è molto. hai anche un bel colore corporate e una delle migliori animazioni grafiche degli ultimi anni, il cono di luce rosso.

insomma, mi piaci, ma perché vuoi vendermi la linea fissa?
siamo nel 2015, Vodafone: perché cerchi di appiopparmi una Vodafone Station, perché?

mi spiace, Vodafone, ma telefonia e internet fissa non sono il tuo mestiere. fattene una ragione. lo dico con cognizione di causa: sono il customer care personale di due persone a cui sei riuscita a vendere la tua Vodafone Station e relativo telefono VOIP.

non funzionano, Vodafone. sono trappole infernali. sono astruse e incomprensibili, metà delle volte non funzionano e l’altra metà si comportano a WTF. la tua internet è lenta e funziona a caso (va solo quando chiamo il 190, per ricadere subito dopo).

potrei dirti di investire massicciamente, sviluppare infrastrutture e rete, usare dei router degni di questo nome, darci un servizio fisso che sia almeno paragonabile a quello dei tuoi competitor e non indegno di un paese europeo.

ma invece fattelo dire, Vodafone: voce e internet fissa anche no. te lo dico perché ti rispetto. invece di passare il tempo a cercare di vendere una linea fissa a chi ce l’ha già perché non riesci a condividere un database utenti con i tuoi venditori in outsourcing, stai su quello che sai fare. cessa e desisti, e concentrati sulla telefonia mobile.

dacci finalmente una flat 4G, fai ricerca su servizi mobile innovativi, dacci il traffico voce e dati criptato, dammi un contratto con 30GB/mese come 3, fai una partnership con Spotify che includa traffico dati illimitato, sviluppa uno smartphone Linux da 50€, innova come ti pare e come ti conviene, ma lascia stare l’internet fissa, Vodafone. smetti di cercare di vendermela: non te la compro, non te la comprerò mai.

 

voda

 

ricominciare?

c’è questa cosa che non scrivo più sul blog e pensavo fosse perchè oggi scrivo molto di più sui social media, che sono molto più interattivi e conversazionali: hai azione-reazione immediata, sono più veloci, sono push quindi ti leggono di più, ti commentano di più eccetera. pensandoci bene, però, ho il sospetto che non si tratti solo di una sostituzione ma anche di una questione di inibizione, che c’entrerebbe, quella sì, col leggere sui social media.

perché ora grazie a un feed di facebook attentamente calibrato, grazie a aggregatori intelligenti come feedly e pulse e circa e zite e medium e flipboard*, grazie alle liste su twitter e grazie ai feed su netvibes e feedly, grazie alle app di agenzie e editori come al jazeera e reuters, in ogni momento ho accesso a una quantità di contenuti freschi e di qualità a un click di distanza che solo 3 anni fa era impensabile.

intendiamoci: the verge, salon, the atlantic, slate, esquire esistono da anni e li leggo da anni. ma il numero di testate, la frequenza dei contenuti di qualità che producono, la facilità di accesso in ogni momento, è aumentata un bel po’. e il fatto che questi contenuti mi vengono spinti contro non mi infastidisce: il sovraccarico informativo è un problema solo se non sai gestire l’informazione in entrata.

alla fine, forse è solo che preferisco impiegare il mio tempo a leggere pezzi di qualità allo scrivere minchiate.

però dovrei ricominciare, e forse lo farò, perchè a smettere di scrivere si perde l’abitudine a scrivere, quindi si scrive peggio, si legge peggio, si parla peggio, si pensa peggio.

*il mio magazine su flipboard lo trovi qui

acquistare il servizio inesistente

oggi ho visto questa cosa qui al supermercato. appartiene alla categoria delle cosiddette monoporzioni, cioè prodotti confezionati per rispondere alle esigenze di consumo di una persona sola. questo in teoria, ma in realtà questa confezione contenente 6 fette di melanzana già tagliate rappresenta molto di più.

l’idea alla base della monoporzione è di non sprecare cibo, quindi evitare uno spreco alimentare, economico e ambientale. Conad e le altre catene di distribuzione interpretano questa visione incartandoti mezza melanzana in una confezione di polistirolo e pellicola in plastica (che non dovresti smaltire se acquistassi l’ortaggio) e mettendotela al doppio del prezzo della melanzana intera. c’è qualcosa che non va nel ragionamento?
sì, ma non è tutto qui.

Conad la melanzana te la taglia anche a fette, in modo che tu non debba affrontare lo sforzo (mentale, suppongo) della complessa operazione di affettare una mezza melanzana. e qui è interessante perché entra in gioco una questione psicologica: avendo appurato che non c’è vantaggio economico né ambientale, qual è il vantaggio percepito di acquistare una melanzana già tagliata? qual è la motivazione del consumatore che la compra e la paga quattro euro al chilo? quale spiegazione razionale dell’acquisto dà a sé stesso?

non può essere la comodità né la scarsità di tempo: fare sei fette da un centimetro di melanzana richiede più o meno 10 secondi, 20 se sei scarso col coltello, e il processo di cuocere una melanzana alla griglia è cognitivamente molto più complesso e richiede molto più tempo di quello di affettarla: a quel punto la compri già grigliata. non voglio sapere quanto possa costare mezza melanzana grigliata al chilo, ma almeno lì eviti una lavorazione reale (la cottura), di cui non sei costretto ad acquisire il know how. ma tagliarla? non è una questione di tempo e comodità, quindi non è pigrizia.

il vero vantaggio di chi compra una melanzana già affettata è la percezione di un servizio inesistente; o se esistente, inutile. la società dei consumi ha la tendenza a ampliare e diversificare continuamente la gamma dei prodotti che offre, cercando continuamente nuove nicchie. lo scopo non è più solo di vendere un prodotto a chi lo cerca, ma in qualche modo di trasmutare la melanzana per renderla interessante e nuova a chi non è sicuro di volerla. uno dei modi di resuscitare un prodotto e renderlo diverso è di aggiungervi un servizio, maggiorandone il costo. l’assistenza per il computer, la rateazione per il cellulare, la cottura per il cibo: da qui, il taglio per la melanzana.

solo che il taglio della melanzana, come abbiamo visto, è un servizio inutile, quindi un servizio inesistente per il consumatore: è la vaga percezione di un servizio. e qui sta la perversione di cui diviene complice l’acquirente: la progettazione del servizio inesistente.

non voglio una melanzana tagliata perché non so tagliarla, la voglio tagliata perché è PIU’ di una melanzana non tagliata (infatti costa di più, il che da un lato conferma la mia corretta percezione di aver acquistato un pacchetto comprendente prodotto + servizio, dall’altro esprime la mia capacità di spesa come consumatore).

non importa se il servizio applicato al prodotto non è utile, non me lo chiedo nemmeno perché non ho il tempo di starci a pensare (“sono impegnato, ho cose più importanti da fare”): mi basta la rapida scarica di gratificazione chimica che avviene nel mio cervello quando in una frazione di secondo riconosco a vista, istintivamente, forse persino inconsciamente, un prodotto che mi dà di più, ma soprattutto mi riconosce il fatto di essere una persona esigente, che merita una nicchia di mercato a sé, con poco tempo perché molto impegnata, una persona di valore. (se i miei 10 secondi di taglio della melanzana valgono più della differenza tra 2 e 4 euro al chilo vuol dire che il mio tempo vale molto, e di conseguenza che io valgo molto).

il prodotto monoporzione prelavorato non è indice di semplice pigrizia, e sarebbe un errore liquidarlo così. in realtà risponde a diversi bisogni, che saranno anche indotti ma sono molto complessi e, mi si perdoni il termine, evoluti.

riconosce e rispetta il mio valore come persona molto occupata.
esprime il mio status di acquirente benestante e contemporaneamente il fatto che non do molto peso al denaro.
mi consente di smaltirlo correttamente perché ho una coscienza ambientalista, cosa che i miei vicini possono ben verificare da come faccio la raccolta differenziata.
con la sua essenziale postmodernità da terziario iperavanzato rappresenta la mia modernità da cittadino del terziario iperavanzato, dove il bene non è più il prodotto ma il servizio, dove il prodotto tende a scomparire per lasciare posto al servizio immateriale.
un giorno forse potrò acquistare una confezione vuota con scritto “tagli di melanzana” e riderne con gli amici, congratulandoci implicitamente per la raffinata ironia che ci rende simili e culturalmente superiori.

tutto ciò è molto sbagliato, e non solo moralmente.
tutto ciò rasenta la perversione.
tutto ciò, se continua ad essere applicato a tutto, anche su grande scala, ci ucciderà.

 

cambiamenti non newtoniani

c’è sta roba del comportamento dei fluidi non newtoniani che non ti insegnano a scuola (in quelle per gente normale, almeno) e anche il TG1 si guarda bene di raccontarla. in pratica, esistono delle sostanze in natura che in stato di quiete hanno una certa viscosità, ma se viene loro applicata una forza, tipo vengono agitate, assumono una fluidità maggiore o minore. praticamente, fludificano (o addensano) agitandole. che è la ragione perché strizzando il tubetto il ketchup non esce, ma scuotendolo sì.

alcune hanno dei comportamenti davvero bizzarri.

una di queste sostenze è il ketchup, un’altra – curiosa affinità newtoniana tra condimenti – la maionese, una terza è il sangue. e se io fossi un napoletano a cui hanno menato il torrone per decenni sul miracolo di san gennaro, un po’ le palle mi girerebbero, a scoprire di essere stato truffato con tanta faccia tosta e costanza. mi girano anche se sono nato in emilia.

forse anche le persone si dividono tra newtoniane e non newtoniane. ci sono persone che tendono a restare sempre nello stesso stato, e per cambiare necessitano che sia loro impressa una certa forza dall’esterno. tendono a uno stato di quiete, richiedono sollecitazioni per evolvere.

che magari non suona lusinghiero, ma è sempre meglio dell’alternativa newtoniana, che sono le persone che non cambiano mai. quelle mi fanno un po’ paura, visto che la coerenza a tutti i costi sembra essere il presupposto del fanatismo cieco.

poi ci sono le persone che sanno cambiare senza bisogno di pressioni esterne, ma lo fanno spontaneamente, per processi evolutivi interni. ecco, quelle io le ammiro. quelle che conosco sono quasi tutte donne.

in ogni caso la capacità di cambiare è auspicabile, rende persone migliori. sia che avvenga a séguito di forze che sono applicate in modo costruttivo, che in modo distruttivo. anche se si tratta di traumi (non gravi, che poi entrano in gioco altre dinamiche poco augurabili). ma dopo una certa età le persone equilibrate dovrebbero essere in grado di migliorare, qualunque cosa succeda loro.

 

foto by Rodrick Bond da flickr