La libertà di ridere alle burattinate di regime

Mi è successa una cosa curiosa. Come scrivevo nel post precedente, all’Expo abbiamo visitato il padiglione della Thailandia, nel quale sono proiettati tre film di pura propaganda di regime. Robe tipo “in Thailandia le sementi germogliano rigogliose grazie alla generosità del nostro grande Re”: una roba davvero da far accapponare la pelle, persino difficile da credere se non si viaggia spesso in paesi in cui vigono regimi non democratici.

Sono filmati talmente grotteschi che in un paio di momenti ho riso forte. All’uscita mi sono reso conto che potevo permettermi di ridere durante la proiezione solo grazie al fatto di essere cittadino di un paese in cui vige la piena libertà di espressione. Se fossi stato un thailandese in Thailandia – assurdamente, forse persino un thailandese in Italia – non avrei potuto godere della stessa libertà. Se al ridere aggiungiamo: votare, dire la propria opinione, scrivere quello che si pensa – anche le abominevoli minchiate che scriviamo ogni giorno sui social media – insomma, queste libertà sono qualcosa a cui non pensiamo quasi mai, di cui forse non siamo grati abbastanza spesso.

E grati non che ci siano concesse da una classe politica magnanima, ma di essercele conquistate in decenni di lotte che hanno piantato dei paletti democratici che finora si sono dimostrati molto solidi. Grazie, di nuovo, a noi che abbiamo continuato a difenderli, anche solo votando. La libertà non è un dono di Dio – men che meno della Chiesa – ma una conquista umana.

Oggi in Europa sembra avanzare un pensiero che usa strumenti retorici di forte impatto emozionale come la paura dell’immigrazione o la teoria della “troppa libertà di espressione” in Rete per cercare di riportare indietro la lancetta su paletti democratici acquisiti come alcuni diritti civili e umani. Ungheria e Turchia sono i due casi vicini a noi più visibili, in altri paesi è più strisciante ma altrettanto pericoloso; alcuni echi si sentono persino da noi, nel famoso paese reale. La limitazione delle libertà si legittima sempre attraverso la paura.

La prossima volta che dobbiamo decidere cosa votare – e lo dico anche al me stesso che sta pensando di non farlo – magari ricordiamoci dei thailandesi che non possono ridere alle minchiate della loro propaganda di regime, perché anche se siamo nati e cresciuti in piena libertà di espressione, anche se non abbiamo mai conosciuto niente di diverso, generazioni fortunate che non siamo altro, niente è mai per sempre, niente va dato per scontato.

La Thailandia vive in regime di legge marziale a seguito del colpo di stato del maggio 2014. Secondo Amnesty International sono all’ordine del giorno violazioni dei diritti umani e civili come torture, arresti e detenzioni arbitrarie, processi sommari, rapimenti e sparizioni di attivisti democratici.

 

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La mia Expo: alcune dritte per come l’ho vissuta io

Prima di tutto un giorno non basta per l’Expo. Non solo per vederla tutta (che poi perché uno dovrebbe?) ma anche solo per vedere tutti i padiglioni che ti interessano. Diciamo che una giornata intera dall’apertura dei cancelli (consigliato arrivare una mezz’ora prima e mettersi in fila per avere vantaggio sulla massa e fiondarsi subito sui padiglioni più “difficili”) alle dieci di sera, in un giorno non di ressa, senza fare troppe file, dovrebbe consentire di vedere tra i 20 e i 30 padiglioni. Ma una selezione la devi comunque operare, e anche piuttosto radicale: la operi sulla base di quello che hai sentito dire, e sui paesi che più ti incuriosiscono.

Dalle 9 alle 22, con rapide pause per mangiare al volo qualcosa fuori dagli orari di punta dei pasti (metodo consigliato), nel giorno più affollato dell’anno (Ferragosto) siamo riusciti a vedere meno di 20 padiglioni: Nepal, Bahrain, Angola, Corea del Sud, Vietnam, Malesia, Thailandia, Cina, Argentina (solo ristorante), Polonia, Iran, USA, Marocco, Russia, Turkmenistan, Estonia, Indonesia, Oman.

Un’altra decisione da prendere è se rinunciare ai padiglioni con le code più lunghe (Giappone, stati della penisola arabica come Emirati, Qatar e Kuwait, Germania e alcuni altri). In generale, i padiglioni progettati in modo “open” hanno al massimo un 20’ standard di fila, quelli a percorso obbligato (Cina, Brasile, per citare i più grandi) o con esperienze individuali (come gli Emirati che, credo, ti danno un tablet) ne hanno di più, fino all’ora e 40’ del Giappone, che ha progettato un percorso sensoriale forse un po’ troppo ambizioso. La Svizzera ha delle regole di accesso che ti sembra di essere un immigrato clandestino. Il Brasile si può visitare evitando la coda, che è solo per l’accesso alla grande rete sospesa in stile Avatar (secondo me val la pena di cercare di raggiungerla da dentro, ma non mi è ben chiaro come).

Non perdetevi (e scommetto che normalmente non ci sareste andati) il cartone animato 3D sulla storia della Polonia: mille anni di storia in 10’ di animazione molto ben congegnata e realizzata in modo più che dignitoso: niente testi, solo immagini, veloce e comprensibile, con transizioni ingegnose tra le epoche. Bravi.

Il padiglione russo è bruttone nel suo reinterpretare il mausoleo socialista in acciaio e vetro, ma contiene cose curiose (la tavolona periodica di Mendeleev, il bar-laboratorio chimico), ed è ottimo per un aperitivo a base di vodka siberiana Beluga con tartine al rafano (3,5 a shortino, che è un prezzo ragionevole per essere all’Expo).

Esperienze WTF: il padiglione del Nepal, visto deserto perché presto, ma soprattutto tenendo in mente il terremoto. Il padiglione USA, una sorta di magazzino senza arte né parte, privo di qualunque connotazione storica, culturale o artistica. Gradevole come visitare un terminal di aeroporto senza avere nessun volo da prendere.

Per farsi quattro risate sono ottimi i film di pura propaganda di regime della Thailandia, con una celebrazione della figura del Re che non sfigurerebbe in Corea del Nord (mi chiedo come gliel’abbiano permesso, è davvero tremendo, roba da ridere forte). Ma no, quelli risparmiateli pure.

Conclusione: è una via di mezzo tra un festivalone dell’Unità (quelli nazionali dei bei tempi andati) e un parco attrazioni; i padiglioni oscillano tra il didascalico/didattico, il museale impolverato dei paesi meno ricchi e più peroiferici, fino all’ingegnoso-appassionante in alcuni casi: esperienze da bocca aperta ce ne sono forse un paio.

Sopra la media la Corea del Sud per la tecnologia, l’Angola e il Marocco per come si raccontano (l’Africa sembra ancora una volta fonte delle migliori narrazioni), Vietnam e Indonesia per i colori e l’allegria delle performance tradizionali di canto e ballo –  che se fossimo vientamiti o indonesiani troveremmo sicuramente imbarazzanti.

Pochissimi quelli che hanno trattato in modo ragionato e maturo il tema della manifestazione, ovvero come progettare uno sviluppo sostenibile che consenta di sfamare più persone possibili con il minimo impatto ambientale. Temi come la sovrappopolazione, la resa delle coltivazioni, le emissioni delle attività agricole e dell’allevamento, gli OGM, la gestione dell’acqua, lo spopolamento degli oceani, sono trattate quasi sempre in modo didascalico, generico e superficiale. Il tono in genere è da temino delle medie, pensato più per i bambini che per gli adulti.

 

Cose pratiche: vale la pena di comprare ingredienti di cucina che non trovi altrove, spezie e cioccolato nei cluster dedicati, qualche souvenir a cui tieni particolarmente, forse.

I vietnamiti sono deliziosi ma non mi hanno venduto il loro fantastico caffè, maledetti.

Fra treni, biglietti, due o più pasti (quando sei lì ti vien voglia di provare), qualche drink e qualche acquisto, calcola tra i 150 e i 200€ di spesa a testa. Portati il thermos che per l’acqua ci sono i distributori, cosa ASSAI civile che tutte le manifestazioni dovrebbero imitare.

Ma il consiglio migliore è quello di Enza: parla con gli addetti ai padiglioni. Sono quasi tutti disponibili e in grado di comunicare almeno a livello basico in inglese: imparerai più cose così sulla vita delle persone che leggendo i temini sulle pareti.

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Nella foto, le ballerine tradizionali indonesiane che, appena terminato il numero, si fiondano nel retro a consultare l’Internet. Che è, insieme allo smartphone, il vero tratto che unisce tutti i popoli presenti.

al mèni ovvero l’alta cucina che si fa evento, a rimini

io l’anno scorso non c’ero e non l’ho visto, ma è piaciuto a tutti quelli con cui ne ho parlato. venerdì 19 e sabato 20 giugno a rimini, dodici chef da tutto il mondo si incontrano a Al Mèni, nome inevitabilmente toninoguerresco per il circo altrettanto inevitabilmente felliniano di Massimo Bottura, che per chi sia in arrivo da Urano è lo celebchef della Francescana di Modena. se si tratti di eventone nazionalpopolare buttasù o evento gastronomico di qualità ve lo so dire solo domenica prossima.

info a http://www.almeni.it/2015/almeni.php

al meni

cose che servono: il BIP, Banco Ingredienti Pronti

c’è una cosa che ogni supermercato dovrebbe avere e nessuno ha ed è un servizio semplice, ovvio e facilmente realizzabile: chiamiamolo BIP o Banco Ingredienti Pronti, un banco presidiato dedicato alla preparazione del mix di ingredienti necessari a realizzare una ricetta. esempio: stasera voglio cucinare per i miei ospiti; entro nel supermercato e prenoto gli ingredienti dando la ricetta (a voce o per iscritto) e il numero di commensali. faccio il mio giro di spesa e prima di andare alle casse passo a ritirare il pacchetto che contiene il taglio di carne adatta nel peso corretto, gli altri ingredienti richiesti dalla ricetta (latticini, salumi, verdure, tutte le parti del ripieno), gli ingredienti per gli eventuali soffritto, marinatura, guarnitura, mantecatura. olio, burro, sale, aceto, vino e pepe devo averli a casa, ovviamente. se mi serve mi stampano pure la ricetta.

è un servizio che risponde a un bisogno reale, non ha costi aggiuntivi eccessivi per il punto vendita ma è il suo valore percepito è evidente, quindi in teoria è in grado di pagarsi da solo con un piccolo sovrapprezzo sul costo originale delle merci. rappresenta sia un criterio di distinzione dalla concorrenza che un servizio gratuito che varrebbe comunque la pena di dare, indipendentemente dalla sua reale redditività.

 

(disclaimer aggiunto, che se no non si capisce: il post parte da questo, ipotizzando che se una cosa è di buonsenso e facile da realizzare in un settore maturo, se nessuno l’hai mai fatto significa che il fatto che le persone dichiarino di ritenerla utile non significa che poi la useranno)

salamino e Moncestino fanno rima

scrivevo di Fioly e del suo libro nel penultimo post, che chiudevo con l’intenzione di fare una specie di reportage della Sagra del Salamino di Moncestino, presa a esempio di cosa riesce a essere una sagra popolare piemontese – che poi è nello spirito e nei fatti piuttosto simile a cosa riesce a essere una sagra popolare in Romagna e più o meno in qualunque parte d’Italia.

reportage magari no ma qualche osservazione sì:

– in Romagna le sagre sono eventi di paese destinati a un consumo ampio e inclusivo: il senso della Romagna per il business fa sì che la sagra di paese serva per il 25% a far divertire e cementare i rapporti della cittadinanza, e per il restante 75% a attirare turisti. in Piemonte a malapena ti mettono uno striscione al confine del paese, e per arrivare dallo striscione alla sagra sono affari tuoi (perché tanto “lo sanno tutti dov’è”).

in Liguria probabilmente puoi scordarti persino lo striscione: se non sai dov’è stattene a casa.

– a quella di ieri grazieaddio non si ballava, ma ho scoperto l’anno scorso con orrore, sempre nel Monferrato, che c’è un solo genere musicale considerato ballabile in tutte le sagre di paese del nord Italia, ed esso è il liscio romagnolo. le esportazioni della romagna nel mondo sono quindi tre: la piadina, Fellini e il liscio, anche se quella importante delle tre è senza ombra di dubbio la piadina.

– non so se alle sagre di paese trovi sempre l’eccellenza assoluta dei prodotti tipici, magari a volte ti fregano pure, però so che se compri una bottiglia d’olio a una sagra organizzata da un oleificio romagnolo difficilmente resterai deluso, e posso garantirti che qualunque bottiglia di barbera tu apra a una sagra nel Monferrato non te ne resterà da portarne a casa. potrai invece assistere a un curioso fenomeno fisico: appena poggiata sul tavolo interverrà un processo di evaporazione straordinariamente rapido.

– se la zona cucina è composta da una barriera di onduline in lamiera più lunga di un furgone dietro cui da ore alcuni paioli giganti e molto anneriti cuociono pasta e fagioli e cotiche, spezzatino coi piselli e altre amenità, difficilmente tornerai a casa con la fame.

– il salamino alla fine è un è cotechino. non chiedetemi se il salamino è più o meno buono del cotechino e dello zampone perché sono emiliano e non posso rispondere.

– non c’è scampo all’intervista con l’autore: ormai persino alla sagra di paese in piena campagna ti tocca l’evento letterario ;)

– alla sagra del salamino di Moncestino nessuno resta senza cibo.

 

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la gallery:

 

come to EXPO if you have to, but visit Turin

I will probably come off as a bit of a dick to my Milan friends, but the best advice I can give to someone who goes  to Milan for the EXPO, is to discover Turin.

no, really, do it. if you live far away you may not have another chance to see Turin, and you’d miss one of the most beautiful, fascinating and complete italian cities.

Milan is ok for the EXPO and the interiors and the museums and for a lot of modern, shoppingy, modernartsy stuff, but Turin really is THE city you have to see in Northern Italy. provided especially if it’s a sunny, clear day.

also: wine. you have no idea about the wine. and the food. really. you can thank me later.

 

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perché le nostre città stanno diventando “brutte”

perché certe città sono brutte e altre belle? perché le persone sono disposte a spendere soldi per andare in vacanza in alcune e in altre no? qual è il costo umano e sociale – persino economico – di vivere in una città brutta?
è una del milione di domande che mi faccio dall’età della ragione e, come per molte altre di queste, grazie all’Internet oggi ho trovato uno che ha la risposta.

Alain de Botton è un autore svizzero che scrive della ‘filosofia della vita quotidiana’ spaziando tra temi come l’amore, il viaggio, l’architettura e la letteratura. il mio genere di autore.

de Botton partecipa alle iniziative Living Architecture e alla scuola di formazione The School of Life, e ha scritto un libro intitolato The Architecture of Happiness sul perché le città sono brutte o belle, dal quale The School of Life ha tratto una bellissima infografica animata: talmente bella che sono io per primo a dirti che se hai solo 14’ minuti probabilmente faresti meglio a passarli guardando il video che a leggere questo post.

 

il dibattito sulla soggettività della bellezza è da sempre un campo minato, ma che una cosa sia brutta è ben chiaro alle persone che la guardano. è il punto da cui parte De Botton per ricordarci che non dobbiamo lasciare che una questione filosofica porti la nostra società a fare scelte che la danneggiano: lasciare che le nostre città evolvano verso il brutto perché tanto “il bello oggettivo non esiste” è un grave errore.
6 sono le qualità che rendono una città vivibile e desiderabile per gli esseri umani:

. ordine e varietà, equilibrio e simmetria MA con caratteristiche di diversità e alternanza. no all’anarchia progettuale senza un tema ricorrente, ma anche no all’iterazione seriale alienante: “complessità organizzata”, la definisce De Botton.

. attività umane visibili: le persone e le cose che fanno, per lavoro o per divertirsi, devono essere visibili dalla strada, animare il paesaggio urbano. questo umanizza e dà vita alla città

. compattezza: lo sprawl dei sobborghi residenziali nelle metropoli è disumanizzante. le belle città hanno quartieri compatti, dove dalle finestre si vedono altre case, e le piazze sono grandi quanto il raggio visivo per riconoscersi tra umani. non c’è un paese al mondo che abbia costruito una bella piazza da decenni, dice De Botton, ed è un tema che gli urbanisti dovrebbero prendere in serissima considerazione.

. l’ordine delle arterie di circolazione insieme al mistero delle viuzze pedonabili. grandi strade per smaltire il traffico con efficienza insieme a stradine che serpeggiano, nelle quali uno possa avere il brivido di potersi perdere, e che stimolino la curiosità del turista.

. la corretta scala: il gigantismo delle metropoli, causato dall’averle cedute a banche e corporation globali, fa sentire la città lontana e l’umano insignificante. palazzi di massimo 5 piani sono l’ideale per una città vivibile e in cui ci si possa identificare. torri e grandi edifici devono essere usati per rappresentare valori comuni, “interessi condivisi e bisogni sociali a lungo termine”.

. riconoscibilità locale: la globalizzazione culturale e dei mercati, la standardizzazione della progettazione, dei materiali e delle tecniche ha reso simili tutte le città moderne. per piacere e piacersi una città deve mantenere caratteristiche stilistiche locali, materiali da costruzione del luogo: se non si rispetta il genius loci le città diventano tutte uguali, e perdiamo il confort dell’appartenenza, il divertimento della scoperta, il bisogno umano di vivere la propria città come un’espressione della società e della cultura in cui siamo immersi.

 

il libro di riferimento è The Architecture of Happiness, a 8,99 in formato Kindle o a 10,78 su play.com in paperback, spedizione gratuita.

l’articolo di Slate attraverso il quale ho scoperto autore, libro e video (via Umberto)

 

60 windows on Bruxelles – vanz on flickr

la condanna morale del mercato è un fatto anche quando è sommaria

al netto di quanto sia corretto sul piano dei fatti il servizio di Report su Moncler, non sono stato da subito d’accordo con il sarcasmo sulla facile indignazione per i metodi della raccolta del piumino (trovo quasi sempre inutile se non irritante il sarcasmo sulle reazioni emotive delle persone, quando sono in buona fede), e non sono stato da subito d’accordo sulla posizione-Gabbana “il lusso è così”, semplicemente perché non è vero: esiste la produzione di alta gamma che è anche qualità etica e sostenibile, e nello specifico l’esempio di Patagonia è tra i migliori al mondo. (anche la posizione “se vuoi la sostenibilità devi essere disposto a pagarla” mi pare che salti un passaggio o due, ed escluda la possibilità di un’industria che veda come parte del profitto la sostenibilità e la stima etica del mercato, o addirittura che non abbia – gasp! – come obiettivo il profitto).

ma se una cosa me la porto a casa da tutta questa faccenda è che piaccia o no, che sia razionale o l’indignazione emotiva di un giorno, sempre più il destino dei brand è di affrontare il passaggio attraverso il giudizio morale, anche sommario, del mercato, sempre più le persone sono sensibili, attente – magari superficialmente, grossolanamente, ma attente – alle questioni che riguardano l’etica nella produzione industriale, sempre più è necessario avere una posizione trasparente rispetto alle pratiche, e non solo a quelle produttive. che si tratti di una sensibilità evoluta autonomamente o l’effetto della sensibilizzazione da parte dei movimenti animalisti e ambientalisti, o della sub-informazione semplicistica in stile 5 stelle o altro, è irrilevante.

non dovrebbe sorprendere, poiché non è cosa di oggi, che si tratta di un giudizio morale che riguarda tutte le scelte industriali: dal pricing (equo, ragionevole, “morale”) alla distribuzione (in termini di trasporti, inquinamento, emissioni) alla promozione (l’etica del messaggio, il rispetto della donna nella comunicazione, la tutela dei più piccoli) fino naturalmente al prodotto: le condizioni di lavoro inaccettabili e le paghe non eque, lo scarso rispetto dell’ambiente, i processi che prevedono crudeltà sugli umani o sugli animali. smontiamo un’altra posizione superficiale: le sofferenze degli animali NON sono “più importanti di quelle umane” per le persone. si tratta di sensibilità parallele, visto che gli esseri umani sono in grado di empatizzare su più di un livello. l’obbligo morale di evitare inutili sofferenze a tutti gli esseri viventi è sempre più diffuso nel mercato, soprattutto nel pubblico femminile e soprattutto nelle generazioni più giovani.

è probabilmente vero che quello di cui stiamo parlando è un giudizio morale spesso sommario e superficiale, ma si dà il caso che questa sia una ragione in più e non in meno per prestarvi attenzione: sembra che scopriamo oggi che i mercati sono irrazionali. non c’è mercato più irrazionale di quello elettorale, ma quando Obama perde le elezioni l’unica frase che gli esce di bocca è “I hear you”. non “vi sbagliate” o “giudicate irrazionalmente”.

Furla, autunno-inverno 2012/13

Perché la bici è il capro espiatorio della rabbia urbana

 

E’ un po’ che accumulo statistiche sugli incidenti stradali e le violazioni del traffico in contesto urbano per documentare una teoria: che nonostante molti automobilisti considerino i ciclisti un elemento pericoloso del traffico in città – forse addirittura più pericoloso delle auto – in realtà le bici hanno un ruolo quasi irrilevante sulla scarsa sicurezza delle nostre strade.

Le vere vittime della strada sono i pedoni, e lo sono a causa della velocità delle automobili, soprattutto in città (ogni settimana sulle strade perdono la vita 11 pedoni, nell’ultimo anno (2012) sono state 589 le vittime e oltre 20mila i feriti).
Ma siamo tutti ANCHE pedoni, quindi potenziali vittime delle automobili. Mi stupisce come molti non sembrino avere la consapevolezza della pericolosità di una tonnellata di lamiera lanciata a più di 50 all’ora in città. Sul perché ciò avvenga la mia teoria è che l’automobile, separando l’umano dal mondo esterno attraverso lamiere e lunotto, ne ottunda sottilmente i sensi, facendo percepire come meno reale al guidatore ciò che si trova al di là del lunotto.

Ma lo spiega meglio di me questo pezzo scritto da Carl Alviani, giornalista di National Public Radio, integrando dati statistici e un elemento a cui non avevo pensato: l’automobilista demonizza il ciclista perché ha paura di un nuovo modello di spostamento che si oppone a quello tradizionale a motore, a cui è abituato e i cui difetti accetta o rifiuta di vedere. Il ciclismo è la minaccia del nuovo e del diverso, e come ogni modello disruptive è accolto con scetticismo e ostilità.

Riassumo in pochi punti il pezzo, che vi consiglio di leggere cercando di evitare lo spirito maligno che ci pervade tutti, ciclisti e automobilisti, quando parliamo di biciclette in città. Alviani sostiene che il tema del ciclismo urbano sia controverso e generatore di conflitto quanto la questione israelo-palestinese.

Tesi n°1: Il ciclismo in città è pericoloso sia per il ciclista che per gli altri.
Confutazione: Dopo quasi 25 milioni di chilometri percorsi, Citibike, il bike sharing di new York, non ha ancora causato una singola vittima tra ciclisti o pedoni. Tra il 1999 e il 2009 negli USA sono stati uccisi da veicoli a motore 59.925 pedoni, mentre le bici hanno causato 63 vittime. 63 è lo 0,1% di 59.925, mentre le bici sono usate per l’1,6% degli spostamenti.

Tesi n° 2: I ciclisti violano le regole del codice della strada più degli automobilisti. 
Confutazione: per quanto sia difficile portare statistiche sulle violazioni non sanzionate, la probabile verità è che i ciclisti violano regole DIVERSE (per esempio passare col rosso, o i contromano) ma che la loro violazione di quelle regole ha un impatto inferiore sulla sicurezza stradale (come dimostrano i dati sulle vittime citati sopra). In Oregon ciclisti si fermano completamente agli stop solo il 7% delle volte, mentre gli automobilisti solo il 22%, ma quale dei due comportamenti è complessivamente più pericoloso per la cittadinanza?

Tesi n° 3: Gli automobilisti odiano le bici perché interferiscono con un sistema a cui sono abituati.
La spiegazione che Alviani dà dell’avversione degli automobilisti per il ciclismo è: l’odio irrazionale di un sistema che si vede messo in discussione. Una forma di cecità selettiva di matrice culturale impedirebbe all’automobilista di vedere le continue violazioni delle regole del codice che le auto commettono continuamente, dal non fermarsi alle strisce pedonali al non usare le frecce. L’automobilista spesso dà per scontate queste violazioni (nel contesto di una specie di patto sociale tra automobilisti, aggiungo io) ma la sua mente registra ogni singola violazione compiuta da un mezzo diverso da quello a cui è abituato. Uno studio del 2002 rivela la tendenza dell’automobilista a considerare le infrazioni dei ciclisti come causate da inettitudine o sconsideratezza, ma non altrettanto le stesse infrazioni causate dagli automobilisti.

I dati dimostrano quindi che nella società, costituita per la maggior parte di automobilisti, esiste una stereotipizzazione negativa del ciclista, una cecità selettiva che causa un pregiudizio infondato nei confronti della bicicletta, che è invece il mezzo di trasporto più sicuro e sostenibile e – per ragioni ambientali e di costi del carburante – il futuro quasi inevitabile di chi oggi guida un’auto.

La soluzione, dice Alviani, è di fare usare di più la bicicletta agli automobilisti, perché abituarsi al suo uso contribuisce a riequilibrare il pregiudizio culturale e la percezione della sicurezza e della sostenibilità del mezzo.

                Disclaimer: quando parlo di “automobilisti” non mi riferisco a una tribù nemica e misteriosa. siamo tutti automobilisti, pedoni e almeno qualche volta ciclisti. alcuni del comportamenti che attribuisco agli automobilisti in questo post sono comportamenti che vedo in me stesso quando sono al volante.

 

Why Bikes Make Smart People Say Dumb Things di Carl Alviani

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Buone ragioni per andare alla Molo Street Parade e cose da fare quando sei là

Beh, la Molo Street Parade è un affare strano, perché pensi che sia un concerto e la affronti come tale, però quando ci arrivi scopri che non è un evento ma un processo, un nastro di possibilità che costringe a esplorazioni e scelte, come quando vai al bar e c’è la vetrina dei cornetti che non sai mai se dentro c’è la marmellata o la Nutella.

In un un serpentone di DJ set suonati a bordo di 12 pescherecci lungo un chilometro di porto c’è sempre qualcosa che – lo senti – sta succedendo da un’altra parte, il che all’inizio ti spiazza e ti costringe a spostarti continuamente da una barca all’altra. Presto sei sudato come un russo e capisci che non è la strategia migliore. Poi a un certo punto intuisci più o meno la zona in cui ti piace stare e diventi stanziale – anche perché dalle 22 in poi la ressa è tale che scordati di poter andare da qualunque parte.

Ma la Molo non è solo stare davanti a una barca a ballare, ci sono un sacco di altre cose che si possono fare, soprattutto se ci vai presto e la vivi come un’intera giornata invece che solo una serata.

Per esempio ti può capitare di girare nel piazzale del porto molto presto nel pomeriggio, quando i tecnici montano e provano i sound system e i baristi preparano i chioschi. Lì, oltre all’incognita di improvvise bordate di pura violenza sonora che ti fanno la riga ai capelli, può capitarti di fare quattro chiacchiere con la gente che lavora, il che è sempre interessante. E si sa che dove c’è gente che lavora è pieno di umarelli in bicicletta che guardano e fanno commenti. Anche con loro c’è sempre da far chiacchiere, e non si fanno certo pregare per raccontarti le robe dei loro tempi.

Però puoi anche prendertela comoda e sederti sulla spiaggia libera – o sederti al bar del porto a prendere un aperitivo – ascoltando in sottofondo la musica di intrattenimento che le barche suonano nel tardo pomeriggio. Oppure fare la cosa più classica del porto di Rimini: l’aperitivo con la posta del sol al Rock Island.

Poi la Ruota, naturalmente. Che non sarà l’idea originale del decennio, ma ha rappresentato da subito un punto di riferimento fondamentale nella skyline bassa e uniforme di Marina Centro. Almeno una volta, lo sanno tutti, un giro sulla ruota va fatto, e la Molo Street Parade è una delle migliori occasioni per farlo. Consigliato il tramonto per romanticismo, o il momento di massima affluenza (dalle 22 in poi) per godere della vista dall’alto dei serpentoni di gente che si allungano sul lungomare e su via Destra del Porto.

Ovviamente mangiare la piadina con i sardoni, che senza godi solo a metà? Anche solo per vedere quelle decine di metri di griglie sfrigolanti e il fumo unto e azzurrino di cottura del pesce azzurro che si alza lentamente nella luce del tramonto, che sembra di stare in Apocalypse Now, e il tutto evoca un girone dantesco. Hell’s Kitchen.

Cuoche e pescatori, poi, sono un concentrato di romagnolità che vale da solo il viaggio. Soprattutto in quell’oretta prima di cena in cui i pescatori scaldano le griglie, preparano i sardoni, bevono vino, e le azdore cuociono le piade e preparano i contorni e i piatti, e si sfottono a vicenda in romagnolo stretto da una parte all’altra della strada.

I tecnici del suono e i paraphernalia del live. I palchi, le console, i macbook, le tastiere e i mixer, le strutture per le luci, gli impianti del CO2 per i fumi, tutta l’attrezzatura tecnologica e meccanica dei DJ set che viene issata a bordo, montata e provata a due metri da te per la gioia degli umarelli e dei fan di Come è fatto.

I volontari delle ambulanze, che sono presenti ma non li noti mai, che sono pronti a qualunque evenienza però sperano di non dover fare niente per tutta la sera. Ma ci sono, stanno in piedi in un angolo e stanno sobri per noi.

Ma anche i DJ, le star della serata che alla fine sono quelli che fanno ballare, la ragione originale per cui siamo qui, che mettono in prima linea la loro professionalità e spesso aprono per altri più famosi, sotto al sole, coi display in piena luce e in condizioni di lavoro decisamente non ottimali.

Ma soprattutto, perdonate la nota sentimentale, tutti voi e tutti noi, a chi viene per ballare e a chi viene per baciarsi, a chi capita quasi per caso con la famiglia o gli amici al pomeriggio per fare un giro in bici sulla ciclabile, poi finisce per fermarsi a cenare a piada e sardoni e sedersi sul muretto a bere birra e godersi il tramonto e finisce a ballare fino all’una di notte, e torna a casa stanco, sudato e forse un po’ più felice.

A chi fa tutto questo e sta sereno.

 

Stai sereno alla Molo Street Parade

Vedi tutte le foto della Molo Street Parade nella gallery su Google+

La Molo Street Parade è al Porto di Rimini, sabato 28 giugno, dalle 18 all’1.