10 risorse per trovare film di qualità da vedere su Netflix

Poiché finalmente (nel bene e nel male, non fatemi iniziare su pro e contro) è arrivato Netflix in Italia, e poiché condividere risorse utili è la mia mission in questa vita (nella prossima sarà salvare vergini dagli zombie) ho pensato di fare una minilista di risorse online che, se usate coscienziosamente in congiunzione con Netflix – e, chi vuole, altre fonti – possono aiutare a passare serate spensierate davanti alla TV, da soli o in coppia.

Disclaimer: trattasi di minilista che, vista l’enorme quantità di risorse esistenti in rete, che vanno dal blasonato all’ultra-indie, non ha la minima pretesa di essere non dico completa, ma nemmeno accettabile come “parziale”.

Inoltre, questa è l’occasione per fare finalmente anche io un post che inizia con “10 cose…”

I consigli della casa per una corretta visione:
TV dai 40″ in su full HD, seduta a non più di due metri, impostazioni dello schermo per vedere al meglio i film (settaggio: Cinema), luci spente in sala, telefono su silenzioso, acqua/birra a portata di mano.

 

Vedere (e ricercare) tutti i film che sono disponibili su Netflix in Italia:

Su it.allflicks.net
ci dovrebbero essere tutti, ordinabili per criterio (titolo, anno, genere, voto, data di disponibilità) e ricercabili.

Idem su netflixitaly.netflixable.com
divisi per New Movie Arrivals, New TV Arrivals, Alphabetical List, Release Date List.

 

Liste di film da vedere:

Ci sono mille post su blog e social media che consigliano film da vedere per questo o quel tipo di pubblico. I più interessanti (per me) sono quelli che elencano i gioiellini misconosciuti, cioè film indipendenti, scarsamente marketizzati, low budget o che non hanno avuto distribuzione in Italia ma particolarmente riusciti, originali o appassionanti.

Alcune di queste liste si trovano su Imgur. Purtroppo sono basate sull’offerta USA e da una prima ricerca mi risulta che quasi nessuno di questi film sia presente su Netflix Italia, che ha purtroppo un catalogo molto limitato rispetto agli States. Acquisire l’accesso al catalogo USA diventa quindi una priorità.

Low budget, high concept

18 Best Movies On Netflix You Haven’t Seen Yet

Ultimate Neflix Compilation
(Una lista di liste di film)

Ci sono anche tante risorse in forma di siti web, come goodmovieslist.com

 

Letterboxd è un’altra risorsa utile poiché, pur essendo principalmente un social network di recensioni, permette di vedere in quali liste è stato incluso un film che ci è piaciuto, quindi scoprire film di qualità per prossimità.
letterboxd.com

Un’altra risorsina piccola e misconosciuta che esiste da tanti, tanti anni e mi ha dato grandi soddisfazioni è GNOD, il Global Network of Dreams di Marek Gibney, che permette di scovare film, dischi, libri, opere d’arte o prodotti per affinità. Prezioso.

Vai sulla movie map, digiti il titolo e voilà che gli esplode intorno una galassia di film simili, posizionati in base alla prossimità.
Lo trovo molto affidabile: www.movie-map.com

 

Capire se un film merita di essere visto:

Qui ognuno ha i suoi metodi e le sue fonti quindi quello che scrivo è del tutto soggettivo. Diciamo che se il film è distribuito in sala in Italia tendo a andare a vedere che ne dice www.mymovies.it

Sul cinema internazionale uso il voto medio e i giudizi di Rotten Tomatoes con lo stesso criterio con cui uso quelli di Tripadvisor: con molta cautela e pesandoli in base al tipo di pubblico che vota e scrive recensioni.
www.rottentomatoes.com

Un approccio un po’ più mainstream sono i voti di Imdb (ovvio).
www.imdb.com

 

Risorse di critica cinematografica in Italia ce ne sono millanta, a partire dai due principali dizionari del cinema italiani che non amo troppissimo e comunque non sono accessibili online, quindi non entro nemmeno nella questione: ognuno usi quella a cui è abituato.

Alla fine i link sono 11, va sempre a finire così.

 

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In difesa di True Detective Season 2: per capirlo

è in atto quasi dappertutto una sorta di tiro al piattello con la seconda stagione di True Detective, ma le critiche che ho letto non mi convincono: la stagione merita molta più attenzione di una bocciatura rapida e superficiale. capisco che la recitazione stralunata e il personaggio travagliato ed epico di Matthew McConaughey/Rust Cole fossero molto più fascinosi di un Colin Farrell/Ray Velcoro, capisco la differenza di appeal della pittoresca Louisiana rispetto all’anonima L.A., capisco il solletico del whodunit basato su un serial killer in una società arretrata e religiosa rispetto a una storia di corruzione suburbana senza eroi e con una sola sparatoria. capisco, ma qui bisognerebbe fare lo sforzo di grattare un po’ oltre la superficie per scoprire dove affondano, cinematograficamente, le radici della seconda stagione di True Detective, perché sono radici profonde e ricche.

punto cardinale inequivocabile di True Detective S02 è il noir anni ’40, il noir poliziesco (“polar”, per usare il termine francese) che ha i momenti più alti nel cinema basato sulle opere di Hammett e Chandler, nel noir francese di Melville, in film della dannazione umana e sociale come Detour, in a una produzione di genere con pochi eguali nella storia del cinema, da the Big Sleep di Hawks a Double Indemnity di Wilder, fino a The Maltese Falcon di Huston, con tutta l’opera di Chandler messa in scena al cinema dagli anni ’40 fino ai ’70 (il Long Goodbye di Altman con Elliott Gould, il Marlowe di Robert Mitchum).

del noir, True Detective mutua la dannazione dei personaggi, governati e condannati fin dall’inizio da forze che essi non controllano né conoscono, le atmosfere cupe e tese, l’interesse per le reazioni dei personaggi più che per una trama involuta e complessa, spiegata solo a tratti attraverso dialoghi sospesi e frammentati. la trama del noir, come quella di True Detective 2, la devi desumere da pezzi di dialogo, ma ciò non è un problema perché non è quasi mai molto importante: al centro della scena c’è la tragedia umana dei personaggi, la loro incapacità di prendere il controllo delle proprie vite in una vicenda costellata da eventi inattesi e sorprendenti causati da forze oscure.

il secondo riferimento, chiarissimo al punto di viaggiare sull’orlo del plagio senza mai sconfinarvi, è il cinema di David Lynch, che guarda caso condivide con il noir la soggezione dei destini dei personaggi a forze esterne oscure e misteriose. visivamente con riprese e illuminazione, in senso uditivo con la colonna sonora drone ambient (e la cantante nel bar), le citazioni da Lost Highway e Mulholland Drive si sprecano. meraviglia che ciò non sia riconosciuto e citato più spesso.

il terzo riferimento, nello stile di ripresa ma soprattutto su temi e ambientazioni avviene nel finale, e riguarda il cinema di storytelling della/nella città di Los Angeles di Michael Mann. è chiaro dal momento in cui True Detective 2 va in esterni e si dedica alla città, alle sparatorie, a mafie e criminalità che da macchiette diventano latine e letali (inclusa la trasformazione di Frank da businessman a gangster), al deserto, fino alla (SPOILER) decisione di Ray Velcoro quasi al traguardo, chiaro omaggio al finale di Heat, alla scelta di Neil McCauley tra sicurezza ed etica, felicità e onore.

senza il noir anni ’40 e ’70, senza aver visto il Grande Sonno, senza la frequentazione approfondita del cinema di Lynch e di quello di Mann, senza una certa esperienza con serie TV sulla corruzione della politica (The Wire prima di tutto, quarto modello della serie, per quanto riguarda la scrittura delle trame politiche), True Detective 2 può sembrare una serie di scarso appeal spettacolare. ma l’appeal spettacolare è il lato meno interessante di tutta la faccenda.

 

2015-07-27 22.06.13

non ho paura della morte: ho paura del tempo.

L’uomo tecnologico ha un passato da demiurgo e un futuro da profugo: se mai ci arriverà, al futuro, perché le sue migliori menti sono reietti in una società divenuta antiscientifica per reazione al disastro ambientale, e il piano di quel che resta della Nasa per salvare l’umanità ha un sacco di buchi da cui scorrono via quantità insostenibili di tempo: anni, decenni, forse millenni. E allora potranno salvarci solo le uniche forze in grado di viaggiare nel tempo e trapassare le dimensioni: la gravità e l’amore.

Sci-fi dal volto umano e di grande respiro, con un passo narrativo impeccabile, ideale conclusione di una trilogia di sci-fi escatologica: se Contact cercava Dio attraverso la Scienza e Mission to Mars trovava il Creatore nell’Alieno, Interstellar divinizza il Tempo e ne neutralizza la crudeltà attraverso l’Amore, la più umana delle emozioni.
Da vedere.

 

Interstellar

Il Decalogo del Cinefilo Integralista: 
Istruzioni per l’Uso Responsabile della Sala Cinematografica

Nel 2004, sul newsgroup it.arti.cinema, scrissi il decalogo definitivo di come comportarsi al Cinema, detto anche Decalogo del Cinefilo Integralista o dei Cinebani, che poi fu linkato su maestrinipercaso.it e ripubblicato su Desordre.biz. Ieri se ne è riparlato su Friendfeed quindi l’ho recuperato – grazie a Desordre – e ora lo ripubblico cui, in quanto attuale oggi come allora.

1.
Al Cinema si arriva almeno mezz’ora prima, anche con il posto garantito. Non per fanatismo, ma per godersi religiosamente l’aspettativa, passeggiare sulla morbida moquette rossa dell’atrio, ascoltare di nascosto quello che si dicono le coppie mentre arrivano. E soprattutto scegliersi con cura i posti (vedi punto 3).

Anche se sono decisi dal computer, se si è in più di due è bene essere quello che assegna i posti. Comunque sconsigliato andare al cinema in più di quattro.

2.
Niente Popcorn, coche cole, merendine, cazzi e mazzi: al cinema si va per guardare un film, non per mangiare.
Se hai fame vai in pizzeria, ma non venire a rompere i coglioni a me col crik crok mentre guardo un film

3.
I Posti: Avanti e Centrali, e su questo non si discute. Nessun possibile negoziato: rigorosamente i posti centrali tra la quarta e la settima / ottava fila, a seconda delle dimensioni dello schermo e della distanza tra prima fila e schermo.

4.
Lo Squillare in Sala (anche a film non iniziato) di un cellulare lasciato (anche inavvertitamente) acceso implica l’immediata punizione con taglio della mano rituale sul ceppo in cui il bigliettaio infila le matrici dei biglietti. La cerimonia sarà pubblica, per educare le masse.

5.
Durante la Pubblicità si sta zitti e si guarda lo schermo: anche quella è stata girata da un regista (cioè qualcuno molto più bravo a girare dello spettatore, quindi è il caso di mostrare rispetto).
Parlare durante i trailer è quasi altrettanto grave che parlare durante il film (vedi punto 6).

6.
Durante il Film *Non si Parla*, mai, MAI, per *nessuna ragione*.
Inoltre si evita di tossire e si respira piano.

 

-> La versione in formato RTF del Decalogo è scaricabile QUI <-

 

 

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il ruolo sociale dello zombie

quando parlo della mia fascinazione per il fenomeno culturale degli zombie, noto spesso perplessità nei miei interlocutori. sono e resto convinto che il cinema zombie non abbia il riconoscimento che merita: si tende a considerarlo cinema horror di scarsa qualità (a volte lo è), a basso budget (spesso lo è) e in generale non degno di attenzione rispetto al cinema più autoriale e legato a temi apparentemente più vicini alla nostra realtà.

a una prima lettura probabilmente è così, ma è un’analisi che non tiene conto della stratificazione simbolica e di significati che lo zombie ha nella nostra cultura; in altre parole, il cinema e la letteratura zombie parlano di molto più che un evento improbabile come un’epidemia virale che uccide e resuscita gli umani generando caos e distruzione. il cinema zombie non è horror e non è fantascienza perché parla prima di tutto di noi, delle nostre paure e del modo in cui abbiamo interiorizzato la società dei consumi.

nel cinema sci-fi degli anni 50 e 60 la minaccia era esterna e spesso usata per scopi di propaganda politica: gli Ultracorpi di Don Siegel, gli alieni del Giorno dei Trifidi o la Guerra dei Mondi, la Cosa da un Altro Mondo di Christian Nyby e Howard Hawks sono una metafora, volontaria o involontaria che sia, della spersonalizzazione nelle società comuniste, della disumanizzazione dei regimi del socialismo reale, delle masse senza volto cinesi, cambogiane, nordcoreane.

il Nemico è inequivocabilmente esogeno, proveniente dallo spazio (“esterno”, guarda caso), facilmente identificabile come altro da sé. inequivocabilmente Altro e in alcun modo paragonabile a Noi. il paradigma della minaccia esterna regge (e continua a funzionare) nella fantascienza fino alla saga di Alien e ancora ai giorni nostri (Cloverfield).

nel 1968 però (e l’anno forse non è del tutto casuale) George Romero scrive e autoproduce, con poco più di 100.000 dollari, la Notte dei Morti Viventi, e dà una spallata al pensiero unico del Nemico Esterno interiorizzando la minaccia, portando al centro le dinamiche sociali dell’infezione e della diffusione tra umani: ora il nemico è interno, ed è umano. nel cinema zombie il virus non viene dallo spazio: è una mutazione di virus terrestri, o creato in laboratorio dall’esercito o da una multinazionale.

questo particolare cambia tutto: ora il nemico siamo noi.

non è forse un caso che tre anni più tardi Walt Kelly, autore del fumetto Pogo, disegni una striscia in cui il protagonista, osservando una foresta trasformata in discarica, pronuncia la frase “abbiamo visto il nemico e siamo noi“. c’è il Vietnam, l’escalation nucleare, la protesta nelle strade con la polizia che uccide gli studenti, all’orizzonte c’è il grande tradimento di Nixon. i cittadini, narcotizzati fino a quel momento dal pensiero unico del sogno americano in base a cui nulla di male ti può accadere se fai il tuo dovere e rispetti l’autorità, hanno perso l’innocenza, cominciano a fare autocritica.

dice Romero:

Night of the Living Dead started with anger, really. We were all 1960s guys who were all pissed off that peace and love hadn’t quite worked the way we hoped.

l’immaginario zombie appare da subito a Romero, figlio di un cubano e una lituana e particolarmente sensibile ai temi politici e sociali, adeguato a rappresentare l’orrore del nuovo ordine americano: i film successivi della serie contengono spesso critiche a qualche aspetto della società capitalista e consumista, fino a Land of the Dead, che è un film che non mi sembra eccessivo definire socialista.

la critica forse più riuscita è quella alla società dei consumi espressa in Dawn of the Dead (in Italia intitolato Zombi), in cui un gruppo di sopravvissuti riesce ad asserragliarsi in un supermercato. il film contiene alcune delle battute più memorabili della serie, tra cui “Quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra“.

in una scena memorabile si vedono i fuggitivi regredire all’infanzia afferrando tutto quello che trovano, con la gioia di poter avere tutto gratis, e nel dialogo che meglio esemplifica la tesi del film due personaggi dicono:

– What are they doing? Why do they come here?
– Some kind of instinct. Memory of what they used to do. This was an important place in their lives.

la società dei consumi ha vinto, e ci ha incatenati a sé persino dopo la morte.

il cinema zombie – ma questo vale anche per altri sottogeneri dell’horror – non è solo entertainment per teenager. spesso contiene riflessioni e critiche (di cui si trova eco anche nelle serie di 28 days e Resident Evil) che vanno oltre il semplice intrattenimento: è un grimaldello che alcuni autori socialmente e politicamente lucidi hanno usato per fare politica al cinema garantendo la diffusione dei loro film grazie agli aspetti spettacolari, ma sia Romero che Carpenter (in altri generi) sono tutt’altro che autori di cinema superficiale.

 

cinema a parte, la grandezza e il fascino del concetto va oltre l’uso politico del media zombie: sta nel fatto che lo zombie può assumere simbolicamente il ruolo di qualunque paura esistente nel nostro subconscio, e tutte le paure devono trovare una via di sfogo. dall’immigrazione alla rivoluzione, dal terremoto all’olocausto nucleare alla crisi ambientale, lo zombie outbreak rappresenta l’evento inatteso e impossibile da fronteggiare che azzera migliaia di anni di storia e spazza via l’economia reale (ricorda niente?), le gerarchie, le autorità, le religioni e le ideologie, le infrastrutture materiali su cui si basano le nostre città e quelle immateriali su cui si basa la civiltà come la conosciamo.
ma proprio grazie a questa sua capacità di fare tabula rasa, lo zombie rappresenta anche la possibilità di un nuovo inizio, una nuova frontiera, una nuova società da ricostruire.

consigliatissimo al riguardo World War Z di Max Brooks e la serie The Walking Dead, criticata per certe scelte ma filologicamente molto fedele.

 


in public domain, La notte dei morti viventi si può scaricare legalmente qui (in inglese)

shame

(recensione)

Brandon è un brillante e affascinante middle manager perfettamente inserito nella società e nella sua azienda. è molto bello e fascinoso e ha un rapporto speciale con le donne: ha modi gentili, è attento e premuroso. Brandon è un disadattato e il suo problema e la sua identità si esprimono e si manifestano solo attraverso un uso compulsivo del sesso. Brandon non usa le donne perché odia le donne, le usa perché non ha scelta: il sesso di qualunque tipo, violento, improvviso, progettato, inaspettato, pagato o guadagnato, di coppia o autoerotico è quello che Brandon fa, a cui pensa continuamente. la seduzione è un’attività su cui è allenato ed è molto preparato perché porta al sesso. e il sesso è l’unica cosa che Brandon vuole fare, che non riesce a togliersi dalla testa, 24 ore al giorno.

Brandon ha anche una sorella, Sissy, con cui intrattiene un rapporto conflittuale, di grande affetto e di frequenti liti, una sorella bella e seduttiva che lo ferisce con un carattere solare, esuberante e flirtoso. il rapporto tra Brandon e Sissy non è molto sano e si vede lontano un miglio, sin dall’inizio del film, che (SPOILER) finirà male. gli sceneggiatori , tra cui il regista Steve McQueen, non si sono impegnati moltissimo per rendere la storia tra Brandon e Sissy articolata e coinvolgente. soprattutto nell’escogitare un finale che sembrasse un minimo ragionato, invece che frettoloso e maldestro.

però non è gravissimo perché il protagonista di Shame è la figura di estrema solitudine di Brandon, e quella va dato atto che esce in modo chiaro e convincente. la solitudine metropolitana del rivolto verso l’interno, del dedito alla propria ossessione. Brandon è un bel ritratto di uomo reso incapace di provare piacere, curiosità e entusiasmo da una fissazione (fisica, ma soprattutto digitale) per la pornografia, da una coazione a ripetere. il mondo nella testa di Brandon è un girone frastornante di amplessi e coiti che assorbe tutta la sua attenzione, la sua dedizione, le sue energie. Brandon non soffre: è anestetizzato. intrappolato in un circolo vizioso che non gli consente di reagire al mondo esterno se non in funzione della sua ossessione. visto da fuori, Brandon è del tutto normale.