evitando le buche più dure

ritengo di essere sempre stato una persona adattabile, nel senso che più o meno dove mi metti sto, senza lamentarmi troppo. forse per pigrizia, o forse per una sorta di pudore, considerata la mia posizione di estremo privilegio rispetto all’enormità del variegato spettro delle sofferenze umane e animali. una visione probabilmente influenzata dal marxismo e dall’ambientalismo, nella misura in cui – al momento di valutare il mio livello di comfort – tiene conto di quello medio dell’intera specie umana, nonché dell’irrilevanza del mio benessere rispetto a quello del pianeta.

questo non significa che non apprezzi il comfort, e che non abbia un’idea precisa di quali sono le situazioni in cui mi trovo a mio agio. ed è già da qualche tempo che ho scoperto che una delle condizioni in cui sono più sereno e felice – al netto delle poche ma preziosissime relazioni sociali e affettive che coltivo – è quella in cui mi trovo sotto il pelo di acqua cristallina in presenza di pesci e altre creature marine.

potrete immaginare che la possibilità di farlo con la persona che amo rende il tutto ancora più prezioso, raro, un generatore di schietta felicità. la fortuna di poterlo fare, oltre a quella di essersi trovati a vicenda, sta nel privilegio a cui accennavo sopra, entro il quale siamo nati e cresciuti e a cui non pensiamo mai abbastanza: una società libera da guerre, ragionevolmente civile ed evoluta, senza gravi discriminazioni di razza o di credo, reduce da decenni di pace e boom economico, in cui la tecnologia ci consente di viaggiare seduti a velocità elevatissime a migliaia di metri da terra. noi, fortunatissimi esemplari della specie umana che possiamo andare in vacanza, a cercare quello che ci pare, nello specifico l’acqua e i pesci che vi nuotano.

perché stavolta si parte per il mare: niente capitali mitteleuropee, questa volta. addio al cemento e alle bici sgarrupate di Berlino, addio ai lungofiume di Parigi e Budapest, addio ai palazzi e alle terme liberty. addio ai graffiti, trait d’union di qualunque città abbia visitato negli ultimi 15 anni. noi andiamo al mare.

 

medusa

ricominciare?

c’è questa cosa che non scrivo più sul blog e pensavo fosse perchè oggi scrivo molto di più sui social media, che sono molto più interattivi e conversazionali: hai azione-reazione immediata, sono più veloci, sono push quindi ti leggono di più, ti commentano di più eccetera. pensandoci bene, però, ho il sospetto che non si tratti solo di una sostituzione ma anche di una questione di inibizione, che c’entrerebbe, quella sì, col leggere sui social media.

perché ora grazie a un feed di facebook attentamente calibrato, grazie a aggregatori intelligenti come feedly e pulse e circa e zite e medium e flipboard*, grazie alle liste su twitter e grazie ai feed su netvibes e feedly, grazie alle app di agenzie e editori come al jazeera e reuters, in ogni momento ho accesso a una quantità di contenuti freschi e di qualità a un click di distanza che solo 3 anni fa era impensabile.

intendiamoci: the verge, salon, the atlantic, slate, esquire esistono da anni e li leggo da anni. ma il numero di testate, la frequenza dei contenuti di qualità che producono, la facilità di accesso in ogni momento, è aumentata un bel po’. e il fatto che questi contenuti mi vengono spinti contro non mi infastidisce: il sovraccarico informativo è un problema solo se non sai gestire l’informazione in entrata.

alla fine, forse è solo che preferisco impiegare il mio tempo a leggere pezzi di qualità allo scrivere minchiate.

però dovrei ricominciare, e forse lo farò, perchè a smettere di scrivere si perde l’abitudine a scrivere, quindi si scrive peggio, si legge peggio, si parla peggio, si pensa peggio.

*il mio magazine su flipboard lo trovi qui