Come vedere Amazon Prime Video sul televisore di casa con Chromecast

Amazon ha investito molto sulla produzione di contenuti video: Prime Video, l’offerta di serie TV e di film in streaming disponibili gratuitamente a chiunque abbia sottoscritto Amazon Prime, è davvero interessante. (Amazon Prime è il servizio di consegna gratuita al costo di 20€/anno).

Purtroppo, per scelte distributive (il lock-in su piattaforme e device che Amazon vuole controllare) queste serie e film sono visibili quasi esclusivamente tramite le app per smartphone e tablet – anche se alcune smart TV recenti hanno l’app Amazon Prime. Per poterle guardare sul televisore di casa solitamente è necessario acquistare un Fire Stick, il media player proprietario di Amazon. Che non è distribuito in Italia. Doh.

C’è però un modo di vedere i contenuti Prime Video sul TV se si ha una Chromecast, device piuttosto diffuso in Italia. Per farlo è sufficiente installare sul proprio smartphone/tablet Android l’app di Prime video, poi andare su Google Home e cliccare su “Trasmetti schermo e audio“, scegliendo di trasmetterli sulla Chromecast (naturalmente già connessa alla stessa rete wi-fi a cui è collegato lo smartphone).

 

 

Inaspettatamente non c’è lag di audio o video: si vede e sente tutto benissimo, compresi i sottotitoli. C’è però un inconveniente: se il display dello smartphone va in standby, la connessione salta. Il display deve sempre restare acceso.

Per ovviare all’inconveniente senza dover modificare tutte le volte le impostazioni di Android, io ho installato Tasker, un softwarino leggero e potente, sul quale è possibile impostare regole basate sulle azioni che è possibile eseguire in Android e sulle app installate.

Impostando una semplice regola (detta “profilo“) che dice “quando faccio partire Prime Video, tieni acceso il display per il tempo che ti dico“, ogni volta che inizio un episodio su Amazon Prime, Tasker mi tiene il display acceso per 4 ore. Ovviamente con lo smartphone collegato all’alimentatore, se no ciao.

 

Documentare il presente per il futuro

Una delle cose su cui ragiono in questi tempi è la documentazione fotografica e in video degli eventi salienti della mia vita, quello che oggi in modo un po’ snob si definisce narcisismo social, il “fotografare invece di vivere” su cui tanto è stato scritto, anche nello studio dei media.

Non ci penso perché mi preoccupi di perdermi esperienze, e non la vedo tanto in termini di testimonianza per la mia rete sociale (cioè anche: la socialità online ha un valore innegabile nelle nostre vite, non mi sembra si possa negarlo), quanto in termini di costruzione di memoria per il futuro.

Una cosa che ho capito della terza età è che i ricordi, e le immagini ad essi associati, hanno valore nella vita di un anziano. Ho molti ricordi di nonne che sfogliano per ore – prima insieme al me piccolo, poi davanti al me adulto – migliaia di fotografie pescate da grandi scatole di latta con pubblicità degli anni 60. I maschi meno, devo dire.

Ma nella terza età il ricordo, e il supporto fotografico al ricordo, devono assumere un valore che in età più giovane è difficile da immaginare, e se quel valore rappresenta qualità della vita in una fase in cui c’è molto tempo da passare e poche cose interessanti da fare, perché non pensare a produrre oggi i contenuti che serviranno a generare quel valore?

In quest’ottica diventa sempre più importante documentare fotograficamente (e in video) il presente. Sarà il caso di farlo solo con le esperienze memorabili, o anche con il quotidiano? Quali saranno le tecnologie future che ci permetteranno di cucire assieme queste memorie in una narrazione continua e seamless del passato?

Cosa, quanto e come potremo rivivere delle nostre vite, avendo a disposizione i materiali foto e video? Potremo navigarli in 3D come se fossimo in un mondo online permanente? Da dove lo prenderemo il suono per fare da colonna sonora alle immagini?

La scommessa, se devo farne una, è che avremo presto (10, 15 anni) tecnologie in grado di registrare in audio-video 3D ogni momento delle nostre vite, ed estrapolarne i momenti salienti per costruirne una narrazione documentaristica. (Fino al giorno in cui, magari, scopriremo qualcosa come la memoria del DNA, cioè che il corpo umano salva la nostra intera esistenza grazie alla capienza delle catene di nuclei a spirale che contengono la memoria della nostra specie?)

E a quel punto si tratterà solo di accedere a questi dati e passare gli ultimi mesi o anni della nostre vita con la possibilità di riviverla interamente come spettatori o protagonisti, a seconda del grado di interazione consentito dalle tecnologie.

Un limbo di non coscienza del presente, un sottrarsi alla vita che in età attiva rappresenterebbe una patologia, ma in età avanzata può essere un preludio accettabile, anzi auspicabile, a una dolce morte, molto più dell’attuale gestione ospedaliera della malattia.

(Interessante al riguardo il lavoro che Facebook sta facendo sugli ambienti 3D)

 

Impara a legare la tua bicicletta in modo sicuro per evitare il furto!

Il furto di bici è una vera piaga nelle città italiane. Oggi molti rinunciano a usare la bicicletta per timore del furto.
Questo manuale gratuito sulla sicurezza della bici ti insegna a scegliere un lucchetto per chiudere la tua bici e metterla al sicuro.

I migliori lucchetti, il modo più corretto per legarla a un palo, gli accorgimenti per rendere la vita più difficile ai ladri.
Chiudere bene la propria bici oltre che a evitare perdite è anche un dovere sociale: bici più sicure significa meno furti.

 

la tutela della privacy dello smartphone (Android)

nessun Presidente ha mai messo troppo il bastone tra le ruote alle agenzie governative riguardo al controllo delle masse tramite i sistemi informatici, e considerata la sostanziale carta bianca che Trump prevedibilmente darà a FBI e NSA, se abbiamo mai considerato di viaggiare negli USA al riparo da occhi indiscreti, questo potrebbe essere un buon momento per iniziare ad anonimizzare le nostre attività sullo smartphone.

e non è solo Trump: già da anni negli USA di Obama l’Immigration prende le impronte digitali e può legalmente pretendere di farsi una copia del nostro smartphone, quindi è da considerare l’idea di viaggiare nei paesi che violano d’abitudine la privacy di cittadini e visitatori (USA, UK, Cina, India, Russia, Arabia Saudita, Cuba, Turchia, Iran, Pakistan, Vietnam, entrambe le Coree, e molti altri) con uno smartphone “vergine” e non loggato a social media o servizi identificativi.

se però – ed è il caso della maggior parte di noi – farlo è impensabile, o troppo sbattimento, ci sono alcune contromisure preventive che ci vengono in aiuto: prima di tutto criptare gli hard disk dei computer, poi usare i software di anonimato.

premesso che non sono un pro dela sicurezza quindi possono esserci inesattezze, ecco alcune dritte per tutelare un po’ di più la nostra privacy, nel quotidiano e in viaggio, su Android (sono tutte legali):

1) gli hard disk dei PC e degli smartphone possono essere facilmente criptati (cioè resi illeggibili a chi non sia in possesso di una password) dalle impostazioni, ma spesso la criptazione è disattivata di default, quindi va attivata volontariamente. su OSX è nella sezione Security e Privacy / FileVault, su Android è sotto Sicurezza / Crittografia.

2) per avere una ragionevole speranza di anonimato e non tracciabilità da parte dei siti che visitiamo o i contenuti che scarichiamo (il sistema operativo del telefono sa sempre dove siamo e chi siamo, quindi da quello non c’è difesa) ci sono due software standard:

il primo è una VPN, che ha il compito (per i nostri scopi) di mascherare la nostra posizione, IP e geografica, permettendoci di fingere di collegarci da un altro paese e impedendo a chi ci osserva di tracciare il nostro vero IP (che è quello che ci identifica per esempio in caso di accesso a bittorrent o simili sistemi di download).

le VPN sono tante, sono a pagamento (quelle gratis sono da evitare): io uso AirVPN, gestita da attivisti per la privacy italiani. ha un’app per PC (Win, MacOS, Linux), è configurabile a livello di router, e su Android si può portare tramite l’app OpenVPN.

il secondo è TOR, un software di anonimizzazione che fa passare la nostra connessione attraverso una serie di “nodi”, rendendo molto difficile identificare il nostro accesso originario alla rete.

TOR è installabile tramite il TOR browser dedicato, da usare per le ricerche sensibili poiché con Chrome non si è mai sicuramente anonimi. Su Android io uso Orbot e il browser sicuro Orfox.

probabilmente nessuno di questi due sistemi mette totalmente al sicuro da una ricerca specifica di un’agenzia governativa, ma usarli insieme aumenta grandemente la nostra probabilità di essere anonimi in rete.

3) usare il motore di ricerca DuckDuckGo e non Google per le ricerche. DuckDuckGo (sostiene di) non tracciare i propri utenti, mentre sappiamo che Google tiene traccia delle ricerche che abbiamo effettuato e su quali siti, associate, appena riesce a farlo, alla nostra identità. DuckDuckGo ha un’app per Android.

4) oscurare con un pezzo di nastro isolante nero la telecamera del proprio PC, e quella frontale dello smartphone (i selfie possiamo imparare a farli con quella posteriore, che vengono anche meglio).

per i microfoni, si può inserire un jack tagliato dai cavi di da un paio di auricolari DOTATI DI MICROFONO nella presa per le cuffie del PC, lasciando inserito nel PC solo il jack.

5) evitare di pubblicare sui social media – soprattutto come foto profilo – immagini in cui compare il nostro viso intero e ripreso frontalmente, associato al nostro nome completo. parziali mascheramenti del viso rendono un po’ più arduo il riconoscimento facciale: lo scopo qui è cercare di evitare che sia possibile costruire un database di nostri ritratti abbastanza nutrito da permettere il riconoscimento facciale automatico, che, come insegnano da molti anni i film d’azione, può essere eseguito in tempo reale sulle telecamere di sicurezza.

6) evitare di usare sistemi di sblocco dello smartphone con l’impronta digitale, ovviamente (anche perché le autorità in genere possono imporre lo sblocco col dito, ma non possono legalmente obbligare a dare le password).

7) per quanto riguarda i social media, beh, essendo progettati proprio per gestire dati sensibili (le nostre opinioni e la nostra localizzazione), la cosa diventa ancora più delicata. è consigliabile evitare di usare app come quella ufficiale di Facebook, che richiedono permessi di accesso a praticamente qualunque aspetto del telefono e del sistema operativo (identità, video attraverso la fotocamera, audio attraverso il microfono, immagini della gallery, rubrica degli amici, luoghi in cui siamo stati…).
io uso la versione mobile di Facebook attraverso browser, oppure un’app che si chiama Tinfoil ed è semplicemente un’interfaccia alternativa del browser. svantaggio: in questo modo i messaggi privati non sono accessibili, ma è importante sapere che installare l’app ufficiale o Messenger significa aprire a Facebook una quantità di accessi ai dati sul nostro smartphone, di alcuni dei quali potremmo persino non essere a conoscenza.

infine, vale la pena di notare che non esiste niente che ci renda veramente invisibili. teniamone conto.

 

iphoine-jack

Foto di Simon Yeo su flickr

 

Barbarian Days: una vita per il surf

Ho finito di leggere Giorni Selvaggi, in originale Barbarian Days: A Surfing Life, l’autobiografia del giornalista del New Yorker William Finnegan, premiata con il Pulitzer 2016 per le biografie.

L’ho finito con un certo sforzo, perché le oltre 500 pagine del racconto di una vita vista attraverso la lente di una passione di nicchia come il surf – uno sport tecnico, oscuro, i cui riti e la cui terminologia appaiono quasi esoterici al profano – ti mettono alla prova, sia nel comprendere le decine di casi in cui l’autore narra le complesse dinamiche fisiche della creazione di un’onda e le tecniche con cui viene affrontata, che nell’adattarsi a un romanzo autobiografico in cui la vita “vera” (il lavoro, gli amori, le famiglie) è uno scenario secondario rispetto al surf.

Ribaltando le priorità della narrazione, Finnegan fa capire quanto una passione possa essere assoluta e totalizzante, tanto da divorare tutto il tempo libero e modellare in base ai propri tempi e spazi il resto della vita del protagonista, socialità, professione e affetti inclusi.

E se c’è qualcosa che il surf ti insegna nella vita, mi pare di capire, è l’umiltà: un’onda si racconta sempre più bassa di quanto fosse in realtà, non si gioisce quasi mai di una propria evoluzione, la vita è spesa alla ricerca di un’onda più alta e più difficile, non da conquistare ma da affrontare con rispetto.

Tutta questa umiltà e understatement da disciplina orientale non fanno bene all’emotività del surfista, che vive buona parte della sua vita come una specie di missione individuale (il surf è un’attività intrinsecamente solitaria: su un’onda si sta sempre da soli) a scapito della socialità, della costruzione di una carriera, una famiglia, una casa.

 

giorni selvaggi bianco

 

Ma se si vive una vita “normale”, leggendo Giorni selvaggi viene da chiedersi come sia possibile far stare in una vita tutte quelle onde, tutti quei paesi visitati, tutte quelle guerre raccontate (l’autore è stato reporter internazionale, spesso di guerra, per decenni) tutti quei diari scritti. Finnegan ha meticolosamente rendicontato ogni giornata della sua vita su centinaia di diari che deve essersi portato dietro per mezza vita e molte migliaia di chilometri – insieme a decine di assi da surf.

E leggendo il libro tutte quelle parole, tutti quei chilometri, tutte quelle onde, le senti una per una, in una scrittura per niente narcisista ma umile nella sua linearità, per quanto con una notevole proprietà di linguaggio: il verbo o l’aggettivo che Finnegan sceglie è sempre il meno scontato e il più efficace. Non una lettura facile né breve, ma una lettura che ti fa riflettere sulle scelte di vita – soprattutto sulla necessità di farle, delle scelte – sul significato e l’impegno di avere una sola passione assoluta e totale, sulle priorità, sui modi in cui si possono investire e far contare i decenni di salute e forza fisica che abbiamo a disposizione, e sul fatto che comunque tu scelga, passerai tutta la vita a chiederti se hai fatto le scelte giuste (almeno se se sei una persona sana).

Se hai un figlio o nipote post-adolescente e non hai timore dell’eventuale senso di colpa futuro di averlo spinto a una vita nomade, al posto tuo glielo regalerei, perché uno stile di vita di questo tipo (non solo viaggiare, non solo annullarsi in una passione, ma anche inventarsi un mestiere dalla scrittura che ti consenta una vita di libertà) a vent’anni fai fatica anche solo a immaginarlo, in una modalità realizzabile.

E non voglio dire che Giorni selvaggi sia l’On the road dei millennials perché sarebbe un paragone sbagliato per diverse ragioni, ma che oggi per alcuni teenager possa rappresentare una fonte di ispirazione simile, forse questo sì.

 

william finnegan

Àl Mèni: le rivoluzioni culturali passano anche per la cucina

Àl Mèni è una manifestazione riminese di street food ad altissimo livello ideata dallo chef Massimo Bottura e fortemente voluta, come solo lui sa fortemente volere, dal sindaco di Rimini Andrea Gnassi. Il ristorante La Francescana di Bottura, 3 stelle Michelin, è appena stato giudicato da The World’s 50 Best Restaurants il miglior ristorante al mondo.

Scrivendone non sono obiettivo: a me Àl Mèni piace tanto. Mi piace perché sono un foodie che ha sbagliato mestiere, e quello che fanno i cuochi vorrei saperlo fare – o almeno poterlo fotografare e raccontare – io. Àl Mèni mi permette di mangiare piatti ideati, progettati e realizzati da chef stellati ai massimi livelli senza prenotare con quattro mesi di anticipo, senza dovermi vestire apposta e stare seduto composto per tre ore a un tavolo mimando espressioni di elegante apprezzamento alla presentazione dei piatti.

Sono un modenese volgare e mangio una spuma sifonata di mortadella distillata sous-vide con lo stesso entusiasmo con cui addento una salsiccia: sempre di maiale si tratta, la divinità non ufficiale di una società laica e animista. Ne apprezzo il sacrificio e lo venero in entrambe le manifestazioni.

Il concept : nella piazza in cui sorge il Grand Hotel, centrale nella storia del turismo riminese, un tendone che richiama la passione di Fellini per il circo (La Strada, Luci del varietà, i Clown, il finale di 8 1/2) ospita una grande cucina professionale e un team di cuochi provenienti da ristoranti stellati di tutto il mondo, che sfornano a turno assaggi dalle 10 di mattina a notte fonda.

Una quota fissa per il bicchiere, refill a pagamento da una notevole selezione di vini di qualità, e voucher da 5€ che danno diritto a un assaggio. Quattro assaggi, due calici di vino e hai mangiato “alla Bottura” spendendo come in un bar in spiaggia. Sopratutto, hai mangiato piatti progettati e realizzati con un ingegno e una tecnica che, se sei appassionato di cucina, puoi solo ammirare con stupore.

Quindi, una cucina d’élite in una manifestazione di massa in un luogo popolare: qui c’è il nucleo dell’idea originale del team Bottura-Gnassi che ha colto e trovato la soluzione a uno dei problemi della cucina della nostra epoca.

Sempre più la grande cucina si allontana dalla massa. Non solo per proprie scelte di elitarismo e di marketing, ma anche per ragioni tecniche: l’accelerazione dell’evoluzione tecnologica oggi consente di dare sfogo alle creatività più estreme, e genera un fenomeno simile all’avvento dell’arte astratta: il commensale comune non riconosce più il linguaggio della cucina moderna.

Questo avviene in particolare in una terra – e qui sta il genio di farlo a Rimini – composta di province con una forte identità gastronomica, e altrettanta rigidità sulla tradizione culinaria: Modena e Rimini sono i due poli di una gastroautarchia emiliano-romagnola in cui ci sono dieci modi diversi, uno per provincia, di fare la stessa pasta ripiena, e dovunque tu vada quello “giusto” è solo quello locale. È il paradosso della conservatorismo romagnolo: una terra così esposta a invasioni, influenze, visite da mezzo mondo che ha trovato la sicurezza in un ricettario immutabile: il pesce qui è solo rustida o fritto, da sempre.

Per questa ragione deve essere qui, per questo è proprio il riminese, tradizionalmente un popolo sfollato che ha vissuto e interiorizzato grandi sofferenze in tempo di guerra, che in qualche modo ancora valuta il cibo per quanta parte del piatto riempie o per quanto è simile a quello che cucinava sua nonna: proprio lui ha bisogno di uno shock. Àl Mèni è la rivoluzione culturale mascherata con riferimenti rassicuranti, la tradizione del tendone che cela l’innovazione. Fellini sous-vide, gelificazione della Riviera, circo molecolare.

Il messaggio è portare nel luogo della tradizione la creatività estrema, la visione di una cucina che si fa arte e, come è necessario per l’arte, genera uno shock culturale e si apre alle influenze globali, con cuochi giapponesi, francesi, svedesi, austriaci, portoghesi, australiani. Che costringe Rimini ad aprire l’unica porta che aveva tenuto chiusa: quella della cucina. E aprire al diverso, far entrare influenze e idee nuove in un settore centrale nella vita sociale italiana come il cibo, fa evolvere un paese, è un investimento nel futuro.

 

bottura gnassi BN

Perché ho comprato una Fujifilm X30

Sono tanti anni che fotografo. È sempre stata una passione intima e silente, nel senso che mi diverto a farlo quasi sempre da solo, ma ormai raramente pubblico le foto che faccio. Non perché le mie foto non mi piacciano – anzi mi piacciono troppo: come quasi tutti non ho un criterio critico obiettivo – ma restano mediamente una cosa mia.

Fatto sta che ho avuto parecchie fotocamere sia digitali che a pellicola, a partire da una prima, fantastica Lubitel della Lomo che ho ancora, e da cui ho imparato parecchio. Certo meno che dalla prima reflex, una Fujica ST605N che ho usato molto più a lungo, in età più adulta.

Questo per dire che ho abbastanza chiaro cosa cerco quando devo scegliere una fotocamera, e per spiegare i criteri che ho applicato nella scelta della mia nuova Fujifilm X30, che magari possono essere utili ad altri. In effetti mi è capitato spesso che amici mi chiedessero “che macchina comprare”, che messa così è una domanda senza risposta.

Ci sono alcuni macro-criteri che secondo me orientano la scelta, o almeno la scrematura iniziale del fotoamatore, che sia o meno esperto. In ordine di priorità i miei sono – come per quasi tutti – il prezzo, seguìto dalla sensazione che dà la macchina in mano (chiamiamola maneggiabilità?) e dalla compattezza. Ho una reflex (una EOS 550D) che amo molto ma è diventata troppo ingombrante da portarmi dietro, e so che d’ora in poi acquisterò solo compatte che possano starmi in tasca o al massimo in una custodia che possa indossare, per esempio alla cintura. Dopo tanti anni non voglio più girare con tracolle strozzacollo in vita mia. (A questo proposito, uso con soddisfazione una comoda polsiera elastica che si sfila rapidamente, non si attorciglia e non ingombra la spalla).

Nei miei criteri prioritari di scelta di una fotocamera seguono caratteristiche tecniche come mirino ottico, luminosità dell’ottica, funzioni evolute della fotocamera e dimensioni del sensore; e nota bene: quello che molti che si fanno guidare dalle prestazioni considerano il criterio principale (le dimensioni del sensore, i megapixel) è solo al sesto posto nella mia classifica. Perché io non devo stampare e non faccio shooting di moda: le foto le pubblico su Instagram o Flickr, e 40 megapixel non mi servono a niente.

Ultimo criterio di scelta, ma non secondario, l’estetica.

E qui cominciamo a capire qual è la mia fotocamera ideale (attenzione, ognuno deve scoprire la sua: sto illustrando un percorso di scelta razionale).

La mia è una compatta, che sia facilmente trasportabile ma non da taschino perché voglio impugnarla con soddisfazione. Ha un’ottica zoom fissa (non ho mai più intenzione di portarmi dietro una borsa con gli obiettivi) ragionevolmente estesa ma non necessariamente estesissima: rinuncio volentieri al tele per un grandangolo generoso. Ha un’apertura idealmente fissa di almeno f:2, meglio f:1,8, e nel caso non sia fissa, accetto al massimo un f:2,8 a estensione massima dello zoom, perché la luminosità è quasi tutto.

Deve avere un mirino ottico perché l’esperienza fotografica per me passa attraverso l’accostare l’occhio a un mirino nel quale ho tutte le informazioni possibili sulla foto che sto scattando. Come in una reflex.

Deve inoltre avere delle funzioni evolute di gestione dell’immagine che mi permettano di fare cose da reflex come il bracketing, la doppia esposizione e, ultimi arrivati, i filtri in stile Instagram applicati direttamente alla foto e visibili nel mirino. Perché non ho più voglia di fare ore di postproduzione: voglio postare subito, al volo. per questa ragione, deve avere il WiFi ed essere associabile allo smartphone per pubblicare in tempo reale, che è parte importante del mio lavoro.

Deve, inoltre, avere un’estetica che ricorda una reflex vera. Per questioni affettive, psicologiche e motivazionali.

Insomma, mi serve una reflex che – pur con compromessi – stia in una compatta, con mirino ottico, più funzioni di scatto possibile, filtri, e uno zoom luminoso e che non costi più di 4-500€.

Per questo ho volentieri accettato compromessi sulle feature tecniche – come dicevo non sono un fan delle prestazioni estreme – e ho scelto una Fujifilm X30, che ha un fantastico mirino ottico accoppiato a un sensore di qualità, pur con dimensioni piuttosto ridotte (2/3, 12 megapixel).

La sensazione di scattare con l’occhio al mirino, di tenere una vera “macchina fotografica” in mano, e le funzioni che mi consentono di scattare con diverse simulazioni di pellicole classiche, di applicare filtri tramite l’anello sull’obiettivo e di fare upload in tempo reale via smartphone, sono quello a cui tengo. Rinuncio volentieri a foto in RAW da 50 Mb per fare al volo scatti di street photography contrastata e definita da postare su Instagram, che è quello che mi diverte. Il tutto con una macchinetta ragionevolmente piccola e leggera, con un’estetica retro accattivante, menu comprensibili e una quantità di funzioni che non ti aspetti da una compatta.

Questa è la mia macchina, ciascuno deve trovare la sua.

 

Fujifilm X30

Cosa dobbiamo sapere sulla nuova legge di omicidio stradale (prima di tutto, che investendo una persona facilmente la si uccide)

Con il nuovo reato di omicidio stradale, ci sono alcune cose che è bene tenere tutti in mente in ogni momento quando siamo al volante. Con il nuovo reato di omicidio stradale, ma anche senza.

Come già avvenuto in altri paesi europei, anche in Italia le pene sono state inasprite e commisurate alla gravità dei danni arrecati in caso di investimento grave di un pedone, e oggi la cosa si fa davvero seria per l’automobilista – se l’eventualità di uccidere qualcuno non lo fosse già abbastanza.

#Finalmente, ha detto il PresdelCons. Finalmente, ma resta triste che per proteggere le persone su un tema in cui basterebbe una cultura di sicurezza condivisa si debbano fare leggi così severe da rovinare la vita di altre persone, e in Italia da tanti anni si sia rinunciato a fare prevenzione culturale nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Gli automobilisti italiani hanno, per cultura nazionale, un uso dell’auto così spensierato e superficiale da rischiare di rovinare e rovinarsi la vita. E in questa categoria rientriamo tutti più di quanto pensiamo.

Di investire qualcuno può capitare a tutti perché guidiamo tutti – io per primo – troppo veloce. Il danno causato investendo qualcuno oltre i 30 kmh è spesso così grave da uccidere o menomare a vita.

“A 50 kmh la probabilità di morte è del 55%. Se questa velocità viene ridotta a 32 kmh la probabilità di morte dell’investito scende al 5%”

Non ho ancora una vera e propria opinione sulla legge: di sicuro ha un serio impianto punitivo. Una cosa è chiara: se non lo siamo stati finora (e statisticamente non lo siamo stati), d’ora in poi bisogna essere MOLTO più prudenti alla guida, e andare MOLTO più piano nelle strade urbane ed extraurbane. Perché come dimostrano le statistiche e le cronache degli ultimi anni, i morti avvengono in città.
Le novità

– Prima di tutto: non cambia nulla in caso di morte causata da semplice violazione del codice stradale (omicidio colposo da 2 a 7 anni). È il caso più comune, credo. Si può già andare in prigione per un investimento stradale, anche se credo non accada quasi mai, come fanno spesso notare i parenti delle vittime.

– La pena passa a da 8 a 12 anni di carcere per chi investe e uccide in stato di ebbrezza alcolica grave (o sotto l’effetto di droghe), se il tasso alcolemico supera gli 1,5 grammi per litro (secondo le tabelle del ministero equivale a qualcosa come 4/5 superalcolici per un maschio di 70-80 kg, o più di un litro di vino).

– La pena va da 5 a 10 anni se il tasso supera 0,8 grammi per litro (due superalcolici o due bicchieri di vino e mezzo) o in caso di guida pericolosa.

– Nel caso dei conducenti professionali (camionisti, autisti di bus) la pena da 8 a 12 annui si applica a qualunque tasso alcolemico oltre gli 0,8 grammi per litro.

– La pena può aumentare del 50% se si uccide più di una persona, e fino a due terzi in più in caso di fuga con omissione di soccorso. Teoricamente (ipotesi da verificare) si potrebbe finire in galera per trent’anni con ebbrezza grave + vittime multiple + omissione di soccorso (12+50%+66%).

– Se non c’è omicidio ma lesioni gravi o gravissime (se invece di ammazzare chi investiamo, lo rendiamo solo disabile grave), le pene vanno da 3 a 5 anni e da 4 a 7 rispettivamente.

– In caso di condanna o patteggiamento (anche con la condizionale) per omicidio o lesioni stradali viene automaticamente revocata la patente. Una nuova patente sarà conseguibile solo dopo 15 anni (omicidio) o 5 anni (lesioni). Ci sono però le aggravanti: in caso di fuga con omissione di soccorso dovranno trascorrere almeno 30 anni dalla revoca.

– Sono previsti il raddoppio dei termini di prescrizione e l’arresto obbligatorio in flagranza in caso di guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto. Se quando ci fermano siamo sopra i limiti, si viene arrestati d’ufficio.

Conclusione: se investiamo qualcuno uccidendolo dopo una cena in cui abbiamo bevuto, oggi c’è l’eventualità reale di finire in galera e di non guidare mai più, MA se questo accade significa che abbiamo ucciso o se va “bene” reso disabile una persona, che è quello che dovrebbe preoccuparci veramente. Oltre a una maggiore disponibilità di mezzi pubblici, è proprio una cultura della sicurezza, la consapevolezza continua che guidare significa andare in giro con una pistola carica, che manca nella nostra società. E che non vedo lo Stato incoraggiare nemmeno oggi, se non con la minaccia di pene gravissime.

 

omicidio stradale

del perché è necessario scrivere di Bowie anche se ne faresti a meno, ovvero del fatto che Scary Monsters è uno dei più grandi album della mia vita

Muore Bowie, e per quanto tu sia ben consapevole dell’epocalità del personaggio, e della sua fondamentalità sia per lo sviluppo dei tuoi gusti musicali che per l’esistenza stessa di un sacco di musica che hai amato successivamente, non ne hai nemmeno per l’anticamera di scrivere un post.

Prima di tutto perché non ti senti nemmeno lontanamente all’altezza di discettare della vasta&varia opera omnia del suddetto (27 album di studio in quasi cinquant’anni, una venticinquina di generi musicali diversi). Poi perché lo sta comunque già facendo fior di gente più titolata di te, e coi social media non c’è certo bisogno di un altro coccodrillo, che già sembra di stare in un fiume sudafricano. Eccetera.

Però poi, poi però vai a sfrucugliare nell’opera del nostro e ti ritrovi (metaforicamente) tra le mai un LP che hai comprato nel 1980, totalmente sulla fiducia della recensione di un magazine. Sulla fiducia, perché al massimo ai tempi avevi sentito, che so, Space Oddity e Rebel Rebel (oltre ovviamente a Heroes, che non si sentiva praticamente altro, con la menata di Christiana F e gli orizzonti berlinesi – e tu massimo potevi sperare di arrivare a Nonantola) ma il Bowie fino a quel momento era musica che aveva un vago retrogusto residuo ’70s che ti stava un po’ sulle palle: a te, giovane punkettaro che non capivi un cazzo, stava sulle palle Bowie. Renditi conto.

Poi è stato dopo, solo DOPO che hai scoperto le grandi suite strumentali come Warszawa e Station to Station, e i grandi singoli più o meno pop di Bowie, da DJ a Jean Genie, da Changes (ch-ch-ch-ch) a Young Americans, a Fame, a Sound and Vision (paaa-pap-paraa!). E poi Tin Machine, che meriterebbe un altro post.

 

E comunque: Scary Monsters è un album in cui c’è un singolo stilosissimo abbastanza noto (Ashes to ashes) e un sacco di altri pezzi BELLISSIMI – tra cui una title track elettronica, quasi industrial-noise, quasi NIN ante-litteram, che resta un altro dei miei brani preferiti in assoluto. MA è un album poco conosciuto, al di fuori del fortunatamente-non-ristretto circolo dei fan. E te lo rigiri in mano e ancora, un quarto di secolo dopo, non ti capaciti di come possa essere ancora così moderno, piacerti ancora tanto, forse anche perché rappresenta il passaggio tra due ere musicalmente molto diverse e tra due Bowie musicalmente molto diversi, l’album cuscinetto che ha attutito lo shock culturale del passaggio dal Bowie berlinese a quello di Let’s dance, che per i fan del Bowie seventies fu un tradimento, quasi come Like a rolling stone suonata elettrica per Dylan. E con Bowie siamo a quel livello, non c’è dubbio.

 

Fatto sta che Scary Monsters è un album pazzesco, che quando lo metti sul giradischi la prima cosa che senti è un rumore che sembra di nuovo quello della puntina che cala sul disco e pensi “il disco è rovinato” e invece no: è il produttore Tony Visconti “rewinding the deck and pressing play”. Mentre sei ancora lì che cerchi di capire cosa cazzo era quel suono (che sembra anche un po’ il pachinko), BAM: stick-stick-stick, one-two-three, parte la chitarra distorta di Fripp e una che canta in GIAPPONESE (che nel 1980, vi garantisco, era un notevole WTF).

E la tipa non canta ma quasi grida, tipo samurai, e Bowie grida ancora di più, tipo uno a cui stanno strappando l’intestino, cosa che al momento ti stravolge e di cui solo 25 anni dopo scoprirai il perché, cioè che era un omaggio a

“the righteous zeal of Instant Karma, the catharsis of Plastic Ono Band. It’s no coincidence that “Pt. 1” is sung by an Englishman and a Japanese woman”

Ma anche che, come se non lo amassi già abbastanza:

“I wanted to break down a particular type of sexist attitude about women. I thought the idea of the ‘Japanese girl’ typifies it, where everyone pictures them as a geisha girl, very sweet, demure and non-thinking, when in fact that’s the absolute opposite of what women are like. They think an awful lot, with quite as much strength as any man. I wanted to caricature that attitude by having a very forceful Japanese voice on it. So I had Hirota come out with a very samurai kind of thing.”

Ed era tutto, straordinariamente figo e potente e moderno. E questo solo nei primi 5′ del disco, poi c’erano i singoli Ashes to ashes, tuttora fighissima, e Fashion, poi Scary Monsters and Super Creeps che ha la violenza di una BOMBA, poi la delicatezza musicale del trio Teenage wildlife, Scream like a baby (Tom was a gun) e Because you’re young (you’ll find a stranger sometimes), nientemeno che di Tom Verlaine dei Television. In tutto imperversa la chitarra strappata di Fripp (Pete Townshend in un brano), la batteria pestatissima di Dennis Davis e il piano di Roy Bittan della E Street Band.

Ma comunque, il pezzo iniziale si intitola It’s no game (part one) e per me può essere stato scritto ieri per quanto è moderno, e per quante me ne possiate mettere davanti, da Major Tom passando per Spaceboy fino al Lazarus di Blackstar, insieme a Scary Monsters and super creeps resta il mio brano di Bowie preferito del mio album di Bowie preferito.

Che è la ragione, alla fine, per cui ho scritto questo pezzo: che nel parlando e celebrando e riascoltando la quantità di grande musica scritta da Bowie, che qualcuno si ricordi di Scary monsters. O magari lo scopra, se non lo conosceva. Tutto qui.

 

 

 

Rinunciare alla privacy per la sicurezza priva di entrambe

A seguito dell’attentato di Parigi potrebbe accadere presto – anzi forse sta già accadendo – che partiti e governi europei propongano nuove leggi che consentano di raccogliere su tutti i cittadini informazioni che attualmente consideriamo private e inviolabili.

È già accaduto negli USA dopo l’11 settembre con l’istituzione del Patriot Act e altre misure, sulla cui reale efficacia non abbiamo mai avuto informazioni in quanto coperte da segreto di Stato.

Non è strano: se non incontra l’opposizione della società civile lo Stato tende naturalmente, che sia in buona o in cattiva fede poco importa, ad arrogarsi il maggior controllo possibile sui cittadini. Il desiderio del massimo controllo è nella natura delle autorità e delle organizzazioni in generale: per evitare che ne abusino è necessario un controllo e una negoziazione della società civile, diretta e attraverso il Parlamento.

Poiché la cosa tocca tutti noi, non possiamo permetterci il lusso di non avere un’opinione informata. A questo scopo può valere la pena di ricordare cosa scrivevano pochi anni fa due dei massimi esperti di sicurezza e privacy, riguardo all’efficacia del monitoraggio dei dati privati dei cittadini. Tenendo presente che si tratta di opinioni di parte, come è inevitabile su una questione che investe etica e politica in modo così diretto.

Security and privacy are not opposite ends of a seesaw; you don’t have to accept less of one to get more of the other.

Many of the anti-privacy “security” measures we’re seeing — national ID cards, warrantless eavesdropping, massive data mining and so on — do little to improve, and in some cases harm, security. And government claims of their success are either wrong, or against fake threats. The debate isn’t security versus privacy. It’s liberty versus control.

If you set up the false dichotomy, of course people will choose security over privacy – especially if you scare them first. But it’s still a false dichotomy. There is no security without privacy. And liberty requires both security and privacy. Those who would give up privacy for security are likely to end up with neither.

– Bruce Schneier, 2013

 

The current level of general surveillance in society is incompatible with human rights. To recover our freedom and restore democracy, we must reduce surveillance to the point where it is possible for whistleblowers of all kinds to talk with journalists without being spotted.
If whistleblowers don’t dare reveal crimes and lies, we lose the last shred of effective control over our government and institutions.

Suspicion of a crime will be grounds for access, so once a whistleblower is accused of “espionage”, finding the “spy” will provide an excuse to access the accumulated material. The state’s surveillance staff will misuse the data for personal reasons too.

Surveillance data will always be used for other purposes, even if this is prohibited. Once the data has been accumulated and the state has the possibility of access to it, it may misuse that data in dreadful ways.

Demagogues will cite the usual excuses as grounds for total surveillance; any terrorist attack, even one that kills just a handful of people, will give them an opportunity.

If limits on access to the data are set aside, it will be as if they had never existed: years worth of dossiers would suddenly become available for misuse by the state and its agents and, if collected by companies, for their private misuse as well

Richard Stallman, 2013

 

La raccolta di dati sensibili sui cittadini, lungi da garantirli in modo efficace, rappresenta una minaccia per la loro sicurezza nel momento in cui lo Stato è in grado di usare quei dati contro di loro, sia che ciò avvenga ufficialmente o segretamente, legittimamente o in violazione delle leggi, in un’indagine ufficiale o per l’iniziativa non autorizzata di un singolo, e che il cittadino sia colpevole o innocente.

Se anche consideriamo giustificata la violazione della privacy al di là di quanto consentano le leggi rispetto a chi ha commesso un reato, in uno stato di diritto la colpevolezza è stabilita da un giudice al termine di un processo, non preventivamente da parte dell’autorità inquirente. Nel momento in cui diamo agli inquirenti la libertà di indagare senza limiti e garanzie sul cittadino sospettato, abbiamo rinunciato allo stato di diritto come lo conosciamo oggi.

L’eliminazione di tutele e garanzie giustificata con uno stato d’emergenza fornisce allo Stato l’accesso a informazioni di cui secondo le leggi attuali non dovrebbe essere a conoscenza, e attraverso le quali può forse combattere il crimine, ma sicuramente metterà a tacere voci scomode. Strumenti come insinuazioni, diffamazione e ricatti possono essere usati contro i cittadini nella posizione di conoscere e rivelare eventuali atti illeciti compiuti dallo Stato, nemici politici, intellettuali scomodi. Non è una fantasia: Edward Snowden, Aaron Swartz, Chelsea Manning, Julian Assange sono i frutti del regime di emergenza instaurato con il Patriot Act.

Ma c’è di più: la semplice esistenza dei dati privati raccolti di per sé rende possibile qualunque tipo di violazione delle leggi da parte dello Stato o di singoli; rende possibile ogni rischio di diffusione, furto e uso privato o per scopi criminali di quei dati, qualunque attacco ai diritti democratici del cittadino, fino alla possibilità che, in caso di passaggio a un regime più o meno esplicitamente totalitario e liberticida, ogni informazione su ogni cittadino sia a disposizione di quel regime.

Dopo secoli in cui abbiamo rivendicato superiorità morali, democratiche e civili rispetto ai totalitarismi e alle teocrazie, è ironico che sia proprio una teocrazia totalitaria a spingerci verso una rinuncia a quegli stessi diritti democratici che ci facevano sentire superiori.

 

iot