Cosa dobbiamo sapere sulla nuova legge di omicidio stradale (prima di tutto, che investendo una persona facilmente la si uccide)

Con il nuovo reato di omicidio stradale, ci sono alcune cose che è bene tenere tutti in mente in ogni momento quando siamo al volante. Con il nuovo reato di omicidio stradale, ma anche senza.

Come già avvenuto in altri paesi europei, anche in Italia le pene sono state inasprite e commisurate alla gravità dei danni arrecati in caso di investimento grave di un pedone, e oggi la cosa si fa davvero seria per l’automobilista – se l’eventualità di uccidere qualcuno non lo fosse già abbastanza.

#Finalmente, ha detto il PresdelCons. Finalmente, ma resta triste che per proteggere le persone su un tema in cui basterebbe una cultura di sicurezza condivisa si debbano fare leggi così severe da rovinare la vita di altre persone, e in Italia da tanti anni si sia rinunciato a fare prevenzione culturale nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Gli automobilisti italiani hanno, per cultura nazionale, un uso dell’auto così spensierato e superficiale da rischiare di rovinare e rovinarsi la vita. E in questa categoria rientriamo tutti più di quanto pensiamo.

Di investire qualcuno può capitare a tutti perché guidiamo tutti – io per primo – troppo veloce. Il danno causato investendo qualcuno oltre i 30 kmh è spesso così grave da uccidere o menomare a vita.

“A 50 kmh la probabilità di morte è del 55%. Se questa velocità viene ridotta a 32 kmh la probabilità di morte dell’investito scende al 5%”

Non ho ancora una vera e propria opinione sulla legge: di sicuro ha un serio impianto punitivo. Una cosa è chiara: se non lo siamo stati finora (e statisticamente non lo siamo stati), d’ora in poi bisogna essere MOLTO più prudenti alla guida, e andare MOLTO più piano nelle strade urbane ed extraurbane. Perché come dimostrano le statistiche e le cronache degli ultimi anni, i morti avvengono in città.
Le novità

– Prima di tutto: non cambia nulla in caso di morte causata da semplice violazione del codice stradale (omicidio colposo da 2 a 7 anni). È il caso più comune, credo. Si può già andare in prigione per un investimento stradale, anche se credo non accada quasi mai, come fanno spesso notare i parenti delle vittime.

– La pena passa a da 8 a 12 anni di carcere per chi investe e uccide in stato di ebbrezza alcolica grave (o sotto l’effetto di droghe), se il tasso alcolemico supera gli 1,5 grammi per litro (secondo le tabelle del ministero equivale a qualcosa come 4/5 superalcolici per un maschio di 70-80 kg, o più di un litro di vino).

– La pena va da 5 a 10 anni se il tasso supera 0,8 grammi per litro (due superalcolici o due bicchieri di vino e mezzo) o in caso di guida pericolosa.

– Nel caso dei conducenti professionali (camionisti, autisti di bus) la pena da 8 a 12 annui si applica a qualunque tasso alcolemico oltre gli 0,8 grammi per litro.

– La pena può aumentare del 50% se si uccide più di una persona, e fino a due terzi in più in caso di fuga con omissione di soccorso. Teoricamente (ipotesi da verificare) si potrebbe finire in galera per trent’anni con ebbrezza grave + vittime multiple + omissione di soccorso (12+50%+66%).

– Se non c’è omicidio ma lesioni gravi o gravissime (se invece di ammazzare chi investiamo, lo rendiamo solo disabile grave), le pene vanno da 3 a 5 anni e da 4 a 7 rispettivamente.

– In caso di condanna o patteggiamento (anche con la condizionale) per omicidio o lesioni stradali viene automaticamente revocata la patente. Una nuova patente sarà conseguibile solo dopo 15 anni (omicidio) o 5 anni (lesioni). Ci sono però le aggravanti: in caso di fuga con omissione di soccorso dovranno trascorrere almeno 30 anni dalla revoca.

– Sono previsti il raddoppio dei termini di prescrizione e l’arresto obbligatorio in flagranza in caso di guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto. Se quando ci fermano siamo sopra i limiti, si viene arrestati d’ufficio.

Conclusione: se investiamo qualcuno uccidendolo dopo una cena in cui abbiamo bevuto, oggi c’è l’eventualità reale di finire in galera e di non guidare mai più, MA se questo accade significa che abbiamo ucciso o se va “bene” reso disabile una persona, che è quello che dovrebbe preoccuparci veramente. Oltre a una maggiore disponibilità di mezzi pubblici, è proprio una cultura della sicurezza, la consapevolezza continua che guidare significa andare in giro con una pistola carica, che manca nella nostra società. E che non vedo lo Stato incoraggiare nemmeno oggi, se non con la minaccia di pene gravissime.

 

omicidio stradale

del perché è necessario scrivere di Bowie anche se ne faresti a meno, ovvero del fatto che Scary Monsters è uno dei più grandi album della mia vita

Muore Bowie, e per quanto tu sia ben consapevole dell’epocalità del personaggio, e della sua fondamentalità sia per lo sviluppo dei tuoi gusti musicali che per l’esistenza stessa di un sacco di musica che hai amato successivamente, non ne hai nemmeno per l’anticamera di scrivere un post.

Prima di tutto perché non ti senti nemmeno lontanamente all’altezza di discettare della vasta&varia opera omnia del suddetto (27 album di studio in quasi cinquant’anni, una venticinquina di generi musicali diversi). Poi perché lo sta comunque già facendo fior di gente più titolata di te, e coi social media non c’è certo bisogno di un altro coccodrillo, che già sembra di stare in un fiume sudafricano. Eccetera.

Però poi, poi però vai a sfrucugliare nell’opera del nostro e ti ritrovi (metaforicamente) tra le mai un LP che hai comprato nel 1980, totalmente sulla fiducia della recensione di un magazine. Sulla fiducia, perché al massimo ai tempi avevi sentito, che so, Space Oddity e Rebel Rebel (oltre ovviamente a Heroes, che non si sentiva praticamente altro, con la menata di Christiana F e gli orizzonti berlinesi – e tu massimo potevi sperare di arrivare a Nonantola) ma il Bowie fino a quel momento era musica che aveva un vago retrogusto residuo ’70s che ti stava un po’ sulle palle: a te, giovane punkettaro che non capivi un cazzo, stava sulle palle Bowie. Renditi conto.

Poi è stato dopo, solo DOPO che hai scoperto le grandi suite strumentali come Warszawa e Station to Station, e i grandi singoli più o meno pop di Bowie, da DJ a Jean Genie, da Changes (ch-ch-ch-ch) a Young Americans, a Fame, a Sound and Vision (paaa-pap-paraa!). E poi Tin Machine, che meriterebbe un altro post.

 

E comunque: Scary Monsters è un album in cui c’è un singolo stilosissimo abbastanza noto (Ashes to ashes) e un sacco di altri pezzi BELLISSIMI – tra cui una title track elettronica, quasi industrial-noise, quasi NIN ante-litteram, che resta un altro dei miei brani preferiti in assoluto. MA è un album poco conosciuto, al di fuori del fortunatamente-non-ristretto circolo dei fan. E te lo rigiri in mano e ancora, un quarto di secolo dopo, non ti capaciti di come possa essere ancora così moderno, piacerti ancora tanto, forse anche perché rappresenta il passaggio tra due ere musicalmente molto diverse e tra due Bowie musicalmente molto diversi, l’album cuscinetto che ha attutito lo shock culturale del passaggio dal Bowie berlinese a quello di Let’s dance, che per i fan del Bowie seventies fu un tradimento, quasi come Like a rolling stone suonata elettrica per Dylan. E con Bowie siamo a quel livello, non c’è dubbio.

 

Fatto sta che Scary Monsters è un album pazzesco, che quando lo metti sul giradischi la prima cosa che senti è un rumore che sembra di nuovo quello della puntina che cala sul disco e pensi “il disco è rovinato” e invece no: è il produttore Tony Visconti “rewinding the deck and pressing play”. Mentre sei ancora lì che cerchi di capire cosa cazzo era quel suono (che sembra anche un po’ il pachinko), BAM: stick-stick-stick, one-two-three, parte la chitarra distorta di Fripp e una che canta in GIAPPONESE (che nel 1980, vi garantisco, era un notevole WTF).

E la tipa non canta ma quasi grida, tipo samurai, e Bowie grida ancora di più, tipo uno a cui stanno strappando l’intestino, cosa che al momento ti stravolge e di cui solo 25 anni dopo scoprirai il perché, cioè che era un omaggio a

“the righteous zeal of Instant Karma, the catharsis of Plastic Ono Band. It’s no coincidence that “Pt. 1” is sung by an Englishman and a Japanese woman”

Ma anche che, come se non lo amassi già abbastanza:

“I wanted to break down a particular type of sexist attitude about women. I thought the idea of the ‘Japanese girl’ typifies it, where everyone pictures them as a geisha girl, very sweet, demure and non-thinking, when in fact that’s the absolute opposite of what women are like. They think an awful lot, with quite as much strength as any man. I wanted to caricature that attitude by having a very forceful Japanese voice on it. So I had Hirota come out with a very samurai kind of thing.”

Ed era tutto, straordinariamente figo e potente e moderno. E questo solo nei primi 5′ del disco, poi c’erano i singoli Ashes to ashes, tuttora fighissima, e Fashion, poi Scary Monsters and Super Creeps che ha la violenza di una BOMBA, poi la delicatezza musicale del trio Teenage wildlife, Scream like a baby (Tom was a gun) e Because you’re young (you’ll find a stranger sometimes), nientemeno che di Tom Verlaine dei Television. In tutto imperversa la chitarra strappata di Fripp (Pete Townshend in un brano), la batteria pestatissima di Dennis Davis e il piano di Roy Bittan della E Street Band.

Ma comunque, il pezzo iniziale si intitola It’s no game (part one) e per me può essere stato scritto ieri per quanto è moderno, e per quante me ne possiate mettere davanti, da Major Tom passando per Spaceboy fino al Lazarus di Blackstar, insieme a Scary Monsters and super creeps resta il mio brano di Bowie preferito del mio album di Bowie preferito.

Che è la ragione, alla fine, per cui ho scritto questo pezzo: che nel parlando e celebrando e riascoltando la quantità di grande musica scritta da Bowie, che qualcuno si ricordi di Scary monsters. O magari lo scopra, se non lo conosceva. Tutto qui.

 

 

 

Rinunciare alla privacy per la sicurezza priva di entrambe

A seguito dell’attentato di Parigi potrebbe accadere presto – anzi forse sta già accadendo – che partiti e governi europei propongano nuove leggi che consentano di raccogliere su tutti i cittadini informazioni che attualmente consideriamo private e inviolabili.

È già accaduto negli USA dopo l’11 settembre con l’istituzione del Patriot Act e altre misure, sulla cui reale efficacia non abbiamo mai avuto informazioni in quanto coperte da segreto di Stato.

Non è strano: se non incontra l’opposizione della società civile lo Stato tende naturalmente, che sia in buona o in cattiva fede poco importa, ad arrogarsi il maggior controllo possibile sui cittadini. Il desiderio del massimo controllo è nella natura delle autorità e delle organizzazioni in generale: per evitare che ne abusino è necessario un controllo e una negoziazione della società civile, diretta e attraverso il Parlamento.

Poiché la cosa tocca tutti noi, non possiamo permetterci il lusso di non avere un’opinione informata. A questo scopo può valere la pena di ricordare cosa scrivevano pochi anni fa due dei massimi esperti di sicurezza e privacy, riguardo all’efficacia del monitoraggio dei dati privati dei cittadini. Tenendo presente che si tratta di opinioni di parte, come è inevitabile su una questione che investe etica e politica in modo così diretto.

Security and privacy are not opposite ends of a seesaw; you don’t have to accept less of one to get more of the other.

Many of the anti-privacy “security” measures we’re seeing — national ID cards, warrantless eavesdropping, massive data mining and so on — do little to improve, and in some cases harm, security. And government claims of their success are either wrong, or against fake threats. The debate isn’t security versus privacy. It’s liberty versus control.

If you set up the false dichotomy, of course people will choose security over privacy – especially if you scare them first. But it’s still a false dichotomy. There is no security without privacy. And liberty requires both security and privacy. Those who would give up privacy for security are likely to end up with neither.

– Bruce Schneier, 2013

 

The current level of general surveillance in society is incompatible with human rights. To recover our freedom and restore democracy, we must reduce surveillance to the point where it is possible for whistleblowers of all kinds to talk with journalists without being spotted.
If whistleblowers don’t dare reveal crimes and lies, we lose the last shred of effective control over our government and institutions.

Suspicion of a crime will be grounds for access, so once a whistleblower is accused of “espionage”, finding the “spy” will provide an excuse to access the accumulated material. The state’s surveillance staff will misuse the data for personal reasons too.

Surveillance data will always be used for other purposes, even if this is prohibited. Once the data has been accumulated and the state has the possibility of access to it, it may misuse that data in dreadful ways.

Demagogues will cite the usual excuses as grounds for total surveillance; any terrorist attack, even one that kills just a handful of people, will give them an opportunity.

If limits on access to the data are set aside, it will be as if they had never existed: years worth of dossiers would suddenly become available for misuse by the state and its agents and, if collected by companies, for their private misuse as well

Richard Stallman, 2013

 

La raccolta di dati sensibili sui cittadini, lungi da garantirli in modo efficace, rappresenta una minaccia per la loro sicurezza nel momento in cui lo Stato è in grado di usare quei dati contro di loro, sia che ciò avvenga ufficialmente o segretamente, legittimamente o in violazione delle leggi, in un’indagine ufficiale o per l’iniziativa non autorizzata di un singolo, e che il cittadino sia colpevole o innocente.

Se anche consideriamo giustificata la violazione della privacy al di là di quanto consentano le leggi rispetto a chi ha commesso un reato, in uno stato di diritto la colpevolezza è stabilita da un giudice al termine di un processo, non preventivamente da parte dell’autorità inquirente. Nel momento in cui diamo agli inquirenti la libertà di indagare senza limiti e garanzie sul cittadino sospettato, abbiamo rinunciato allo stato di diritto come lo conosciamo oggi.

L’eliminazione di tutele e garanzie giustificata con uno stato d’emergenza fornisce allo Stato l’accesso a informazioni di cui secondo le leggi attuali non dovrebbe essere a conoscenza, e attraverso le quali può forse combattere il crimine, ma sicuramente metterà a tacere voci scomode. Strumenti come insinuazioni, diffamazione e ricatti possono essere usati contro i cittadini nella posizione di conoscere e rivelare eventuali atti illeciti compiuti dallo Stato, nemici politici, intellettuali scomodi. Non è una fantasia: Edward Snowden, Aaron Swartz, Chelsea Manning, Julian Assange sono i frutti del regime di emergenza instaurato con il Patriot Act.

Ma c’è di più: la semplice esistenza dei dati privati raccolti di per sé rende possibile qualunque tipo di violazione delle leggi da parte dello Stato o di singoli; rende possibile ogni rischio di diffusione, furto e uso privato o per scopi criminali di quei dati, qualunque attacco ai diritti democratici del cittadino, fino alla possibilità che, in caso di passaggio a un regime più o meno esplicitamente totalitario e liberticida, ogni informazione su ogni cittadino sia a disposizione di quel regime.

Dopo secoli in cui abbiamo rivendicato superiorità morali, democratiche e civili rispetto ai totalitarismi e alle teocrazie, è ironico che sia proprio una teocrazia totalitaria a spingerci verso una rinuncia a quegli stessi diritti democratici che ci facevano sentire superiori.

 

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Connections, o del perché l’amore romantico nasce con una Glaciazione

Credo mi sia già capitato di scrivere che chiunque sia interessato, per curiosità personale o per lavoro, alla storia delle tecnologie e alla loro influenza sulla società, dovrebbe leggere Connections di James Burke – e troverebbe grande piacere a farlo.

Connections – di cui esiste anche un’appassionante serie TV – è un saggio che esplora la storia della tecnologia con una forte connotazione sociale, evidenziando gli elementi, gli eventi e le casualità che hanno dato origine alle scoperte scientifiche e tecnologiche, e gli effetti che tali scoperte hanno avuto sulla società umana.

Le Connessioni del titolo fanno riferimento al fatto che quasi mai un’invenzione nasce magicamente nella testa di qualcuno, ma ogni nuova tecnologia è il prodotto di un processo intellettuale e sociale, del lavoro di diverse persone, di intuizioni che si verificano spesso contemporaneamente in diversi paesi.

Un passaggio che ho letto oggi illustra bene, mi pare, la capacità del libro di mettere in relazione cause e effetti, connettere piani diversi, trarre i famosi collegamenti interdisciplinari che la scuola ha tanto cercato di stimolare in noi.

 

Verso la fine del Medioevo il sistema della casa padronale si era diffuso in gran parte dell’Europa, perché rispondeva all’esigenza di mettere insieme risorse e competenze diverse.

La casa padronale era riscaldata da un’unica fonte centrale di calore, spesso un fuoco in corrispondenza di un foro nel tetto. Erano case di un solo piano e con una grande stanza centrale in cui si svolgevano quasi tutte le attività: era necessario vivere insieme in open space, padroni e servi, per sfruttare al massimo l’unica fonte di calore.

Erano tempi meteorologicamente miti: le temperature medie erano di diversi gradi più alte di quelle odierne, ma attorno al 1050 iniziò un periodi di inverni rigidi che culminò nella cosiddetta “Piccola era glaciale“, che sarebbe durata un paio di secoli. Una sola fonte di calore centrale non era più sufficiente per far fronte all’abbassamento delle temperature invernali, e le grandi stanze erano più difficili e richiedevano più tempo per essere riscaldate.

L’invenzione, per necessità, del camino mutò la conformazione della casa, che divenne in muratura (e non più in legno) per questioni di isolamento. Muratura e camini resero la struttura più robusta, consentendone la suddivisione in stanze, nelle quali ora i singoli nuclei famigliari (a partire dai più ricchi) potevano ritirarsi a dormire, il che diede inizio alla separazione fisica delle classi sociali anche all’interno della casa.

In stanze più calde, l’abitudine di fare il bagno divenne più comune, il lavoro di scrittura poté proseguire anche in inverno visto che ora l’inchiostro non gelava più nei calamai, e la nuova privacy guadagnata cambiò anche le abitudini sessuali: fare l’amore divenne un’attività personale, privata (prima avveniva in spazi comuni) e in cui era possibile dedicare più attenzione e tempo al partner.

Se la poesia d’amore era nata durante i lunghi periodi di astinenza delle Crociate, il romanticismo e la pratica del corteggiamento, il rapporto come espressione di affettività oltre che di sessualità, nasce nel Medioevo grazie alla privacy garantita dalle stanze private, rese possibili dall’invenzione del camino, resa necessaria dalla Piccola Era Glaciale.

 

medieval sex

 

dragon in the bedroom
(conception of Alexander the Great)
‘Talbot Shrewsbury book’, Rouen 1444-1445.
BL, Royal 15 E VI, fol. 6r

10 risorse per trovare film di qualità da vedere su Netflix

Poiché finalmente (nel bene e nel male, non fatemi iniziare su pro e contro) è arrivato Netflix in Italia, e poiché condividere risorse utili è la mia mission in questa vita (nella prossima sarà salvare vergini dagli zombie) ho pensato di fare una minilista di risorse online che, se usate coscienziosamente in congiunzione con Netflix – e, chi vuole, altre fonti – possono aiutare a passare serate spensierate davanti alla TV, da soli o in coppia.

Disclaimer: trattasi di minilista che, vista l’enorme quantità di risorse esistenti in rete, che vanno dal blasonato all’ultra-indie, non ha la minima pretesa di essere non dico completa, ma nemmeno accettabile come “parziale”.

Inoltre, questa è l’occasione per fare finalmente anche io un post che inizia con “10 cose…”

I consigli della casa per una corretta visione:
TV dai 40″ in su full HD, seduta a non più di due metri, impostazioni dello schermo per vedere al meglio i film (settaggio: Cinema), luci spente in sala, telefono su silenzioso, acqua/birra a portata di mano.

 

Vedere (e ricercare) tutti i film che sono disponibili su Netflix in Italia:

Su it.allflicks.net
ci dovrebbero essere tutti, ordinabili per criterio (titolo, anno, genere, voto, data di disponibilità) e ricercabili.

Idem su netflixitaly.netflixable.com
divisi per New Movie Arrivals, New TV Arrivals, Alphabetical List, Release Date List.

 

Liste di film da vedere:

Ci sono mille post su blog e social media che consigliano film da vedere per questo o quel tipo di pubblico. I più interessanti (per me) sono quelli che elencano i gioiellini misconosciuti, cioè film indipendenti, scarsamente marketizzati, low budget o che non hanno avuto distribuzione in Italia ma particolarmente riusciti, originali o appassionanti.

Alcune di queste liste si trovano su Imgur. Purtroppo sono basate sull’offerta USA e da una prima ricerca mi risulta che quasi nessuno di questi film sia presente su Netflix Italia, che ha purtroppo un catalogo molto limitato rispetto agli States. Acquisire l’accesso al catalogo USA diventa quindi una priorità.

Low budget, high concept

18 Best Movies On Netflix You Haven’t Seen Yet

Ultimate Neflix Compilation
(Una lista di liste di film)

Ci sono anche tante risorse in forma di siti web, come goodmovieslist.com

 

Letterboxd è un’altra risorsa utile poiché, pur essendo principalmente un social network di recensioni, permette di vedere in quali liste è stato incluso un film che ci è piaciuto, quindi scoprire film di qualità per prossimità.
letterboxd.com

Un’altra risorsina piccola e misconosciuta che esiste da tanti, tanti anni e mi ha dato grandi soddisfazioni è GNOD, il Global Network of Dreams di Marek Gibney, che permette di scovare film, dischi, libri, opere d’arte o prodotti per affinità. Prezioso.

Vai sulla movie map, digiti il titolo e voilà che gli esplode intorno una galassia di film simili, posizionati in base alla prossimità.
Lo trovo molto affidabile: www.movie-map.com

 

Capire se un film merita di essere visto:

Qui ognuno ha i suoi metodi e le sue fonti quindi quello che scrivo è del tutto soggettivo. Diciamo che se il film è distribuito in sala in Italia tendo a andare a vedere che ne dice www.mymovies.it

Sul cinema internazionale uso il voto medio e i giudizi di Rotten Tomatoes con lo stesso criterio con cui uso quelli di Tripadvisor: con molta cautela e pesandoli in base al tipo di pubblico che vota e scrive recensioni.
www.rottentomatoes.com

Un approccio un po’ più mainstream sono i voti di Imdb (ovvio).
www.imdb.com

 

Risorse di critica cinematografica in Italia ce ne sono millanta, a partire dai due principali dizionari del cinema italiani che non amo troppissimo e comunque non sono accessibili online, quindi non entro nemmeno nella questione: ognuno usi quella a cui è abituato.

Alla fine i link sono 11, va sempre a finire così.

 

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L’automobile è un’arma

A volte, discutendo di incidenti e sicurezza stradale, mi capita di dire “l’automobile è un arma“, incontrando sguardi di stupore e scetticismo.
Perché certo, come possiamo accettare l’idea che una cosa così presente nelle nostre vite, su cui passiamo ore ogni settimana e su cui trasportiamo i nostri figli, possa essere paragonata a una cosa pericolosa come un’arma? Le armi sono oggetti da paesi incivili come gli Stati Uniti: noi siamo una socialdemocrazia europea che tutela i suoi cittadini con regole strette come il Codice della Strada e i limiti di velocità, talmente bassi che quasi nessuno di noi li rispetta. E se non li rispettiamo è per una sola ragione: non riteniamo che l’automobile sia un oggetto pericoloso.

Ignorando più o meno volontariamente che in Europa le auto sono la terza causa di morte*, e uccidono quasi 350 persone al giorno, più di 127.000 ogni anno. L’intera città di Ferrara. Di questi, 6.500 sono bambini. 2,4 milioni di persone vengono ferite oppure rese disabili in incidenti stradali ogni anno.

Ma questi sono solo numeri noiosi: in fondo qui si tratta di incidenti, gli incidenti non sono prevedibili, è questione di sfortuna, e con questo comodo fatalismo continuiamo a guidare in città ai 70 all’ora, senza minimamente preoccuparci del fatto che l’auto che stiamo guidando pesa oltre una tonnellata, e che se ci dovesse capitare di investire qualcuno, per esempio un bambino che ci taglia la strada uscendo da due auto parcheggiate, la forza dell’impatto, data da massa x accelerazione, scaricherebbe sulla persona che investiamo – anche solo guidando a 30 kmh – una forza di 16 tonnellate. A 70 kmh sono 90 tonnellate.

 

Di questa cosa hai una dimostrazione pratica straordinariamente efficace quando ti trovi a passeggiare una domenica mattina e, nel parcheggio dell’hotel che si trova sul lato opposto della strada, una station wagon Mercedes impazzisce, parte a razzo da ferma, investe in pieno e svelle il cancello di ferro dell’hotel (16 tonnellate, ricordate?) scaraventandolo sulla strada, colpisce con una violenza che ti lascia senza fiato il muso di una Punto facendola ruotare di 90°, e si infila in un negozio abbattendone quasi completamente la vetrina ed entrandoci con un metro di muso.

A quel punto non puoi più fare a meno di considerare che se tu e la tua splendida fidanzata vi foste trovati 15 metri più avanti, avreste avuto meno di 2 secondi per togliervi di mezzo e cercare di non crepare all’istante.

C’è bisogno, a questo punto, di sottolineare che 16 tonnellate che ti sbattono contro la vetrina di un negozio sono molto più letali di un colpo di pistola?

Senza dubbio: un’arma. Che a velocità oltre i 30/50 kmh è quasi sicuramente letale, e che in Italia è anche il modo con più probabilità di successo per uccidere qualcuno e farla franca, visto che, a differenza degli incivili USA dove vendono le armi al supermercato, da noi non esiste il crimine di omicidio stradale, e la maggior parte degli investimenti si risolvono con pene da tre mesi a un anno o la multa da 500 a 2.000 euro per lesioni gravi, la reclusione da un anno a tre anni per lesioni gravissime, la reclusione da due a un massimo di sette anni in caso di omicidio.

Il reato è colposo quindi le pene non vengono mai comminate interamente, e condizionale o patteggiamento consentono quasi sempre di evitare il carcere. Mentre in Gran Bretagna la pena per guida pericolosa causa di morte è fino a 14 anni. Negli USA in alcuni stati si va da 3 a 15 anni, fino a 20 o anche 30 in caso di aggravanti, con la possibile incriminazione per omicidio di primo grado.

Questo solo per dire: la prossima volta che in città vediamo – e accadrà sempre più spesso – il divieto di velocità a 30 kmh, una ragione c’è. Magari pensiamo un attimo alle 16 tonnellate, e rispettiamolo.

Io, comunque, ho ancora i brividi.

 

 

*Escludendo il suicidio

 

 

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L’epica battaglia per L’Internet delle Cose, ovvero di come il controllo delle reti sarà il controllo del mondo

Non credo sia una forzatura affermare che il dibattito sul futuro della società digitale tende a polarizzarsi sui fronti contrapposti della distopia e dell’utopia (se non proprio utopia, perlomeno del positivismo). L’anno scorso lo scrittore Bruce Sterling ha pubblicato un pamphlet distopico intitolato “The Epic Struggle of the Internet of Things“, in cui mette in guardia su un tema: l’Internet delle Cose non sarà affatto il movimento di liberazione e avanzamento tecnologico che ci viene prospettato oggi, poiché non avrà affatto gli obiettivi che oggi dichiarano i suoi proponenti.

Se c’è qualcosa che dovremmo avere imparato dalla storia di Internet, dice Sterling, è che la promessa di un futuro di maggiori libertà, pace sociale, ubiquità dell’accesso incondizionato a tutta l’informazione, e gli avanzamenti sociali che dovrebbero seguirne, “is not how things work in real life“.

Anche nel caso dell’Internet delle Cose (IoT), i soggetti che vi lavorano seguono un’agenda che ha obiettivi non coincidenti con il bene comune, e agiranno in modo da perseguire quegli obiettivi: è quello che hanno fatto finora Facebook, Google, Amazon, Apple, ed è quello che continueranno a fare perché non c’è ragione che non continuino a farlo.

Il prodotto che genera valore continueremo ad essere noi e i dati che generiamo con i nostri comportamenti; l’obiettivo da raggiungere attraverso l’IoT sarà quello di prendere il controllo della maggior parte del “terreno industriale” possibile: reti informative, naturalmente, ma anche reti elettriche, sistemi dei trasporti e di distribuzione dell’acqua e delle materie prime, sistemi di risposta all’emergenza e di controllo sociale (polizia, carceri), produzione industriale, storage, distribuzione, logistica.

Applicare le realtà attuali a una visione futura è sempre un esercizio rischioso, e infatti Sterling non lo fa, ma senza la pretesa di fare della futurologia, non è difficile immaginare un futuro in cui le big attuali – o quelle future – acquisiscano, come è loro natura e inevitabile destino fare, il controllo delle Reti, Canali, Processi che governano il mondo fisico, oltre che digitale.

Facebook, per esempio, non avrebbe difficoltà a gestire la logistica delle nostre relazioni sociali, dal lavoro alla scuola al tempo libero, sapendo chi dobbiamo vedere, dove dobbiamo andare, ed essendo già oggi teoricamente in grado di prevedere tramite algoritmi di probabilità le nostre azioni e relazioni future (incluso, pare, chi sposeremo).

Google sarebbe in grado di garantire non solo il trasporto attraverso una rete di smart car elettriche collettive (sorry, Uber: appena nata eri già old school), ma anche il “trasporto dell’informazione“, fino a essere in grado di decidere che cosa è meglio per noi studiare, in quale ruolo e carriera saremo più produttivi, quali notizie fanno per noi e quali no, che cosa dovremmo/possiamo leggere e venire a sapere, ma anche cosa no.

Amazon, che, pur essendo la Cenerentola tra le big, ha il vantaggio dell’esperienza sulla logistica e la distribuzione dei prodotti, cercherebbe probabilmente di governare la distribuzione dei beni fisici di cui abbiamo necessità, dai viveri alle medicine, dall’acqua agli strumenti fisici di accesso al mondo digitale. D’altra parte sa già cosa ci serve, quando ne abbiamo bisogno, dove lo usiamo.

Se non consideriamo Apple e Microsoft depositarie di flussi di informazioni strategici, basta rendersi conto che sarebbero nell’invidiabile posizione di avere non solo le informazioni su tutto ciò che le persone scrivono sui computer, ma un microfono e una telecamera 24/7 nella vita delle persone, e il controllo finale degli schermi su cui le informazioni appaiono.

Chi trovasse eccessivo l’allarme sulla divergenza tra i reali bisogni della società e gli obiettivi di quelle che oggi possono sembrare solo bonarie realtà di entertainment, dimentica che già oggi i grandi gestori dell’informazione non hanno affatto come bussola principale il bene per la società, ma il profitto dei loro stakeholder (finanziatori, azionisti, inserzionisti). Nessuna di queste realtà farebbe mai qualcosa che la mettesse in conflitto con gli interessi degli stakeholder. Non potrebbe né dovrebbe, poiché ciò non è nella natura del tipo di mercato in cui operano e sulle cui regole si sono formate: quello capitalista.

Certo, tutti – quasi tutti – i mutamenti che abbiamo ipotizzato possono essere visti sotto una luce utopica o sotto una distopica: quello che cambia è il tipo di ideologia con cui li si interpreta (positivista, critica, persino luddista o marxista, come nel caso di Paul Mason e il suo PostCapitalism: A Guide to our Future) ma una cosa è probabile: un cambiamento del genere avrebbe un effetto sociale molto più incisivo e rivoluzionario di qualunque cosa abbiamo visto negli ultimi 100 anni; genererebbe una mutazione fondamentale del tipo di società in cui viviamo, sui rapporti di potere all’interno di essa, sulle modalità con cui le merci, il lavoro e l’informazione sono acquisite, scambiate, pagate, accedute. Una società postcapitalista in cui tutto il potere sarebbe concentrato in chi detiene non più solo l’informazione, ma anche i canali per accedervi.

 

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stiamo diventando tutti delle seghine, e lo sappiamo

Questa è una delle mie solite tirate, quindi non prendetela troppo sul serio perché tendo a diventare ossessivo sulle cose che mi colpiscono particolarmente.

Ieri sera ho fatto due passi, anche per godermi una serata di fine estate che mi sembrava molto gradevole, persino calda. Perché se a fine settembre alle dieci di sera ci sono 20°, per me quello è un prolungamento di estate, non un autunno anticipato. E sarò strano, ma con 20° io esco in t-shirt: se con 20° in casa sto in t-shirt e fuori sono 20° e non piove o c’è vento, io esco in t-shirt.

Passeggiando ho incontrato solo un’altra persona in t-shirt, il che è irrilevante, ma quello che mi ha colpito è che il 99% delle persone avevano addosso non una camicia o il maglioncino di cotone che mi aspettavo, ma giacche di pelle, piumini, giacconi invernali. Ho visto una con la sciarpa di lana.

Ora, ognuno fa quello che gli pare eccetera, ma secondo me potrebbe esserci qualcosa che non va in una società che ritiene che 20° siano una temperatura adeguata per tirare fuori il piumino dall’armadio.

Se 20° sono considerati in gran parte del mondo una temperatura più che adatta per la vita quotidiana dell’essere umano, perché nella nostra società le case vengono riscaldate in inverno a 23 o 24°, e con 20° esterni ci vestiamo come se fossero 8°?

Non ne faccio una questione ambientale – anche se lo sarebbe: riscaldare troppo è un lusso che già non ci potremmo permettere – né economica, anche se lo sarebbe: l’inevitabile aumento graduale del costo dei carburanti e la compressione dei salari verso il basso renderà prima o poi sconsigliabile per le economie vivere a 25° in inverno e 18° in estate, che è già di per sé un paradosso.

L’idea consumista e tecnocratica che il mondo debba essere trasformato attraverso le tecnologie nell’ambiente più confortevole possibile per una sola specie, cercando di uniformare tutti gli ambienti in cui l’uomo trascorre il tempo, persino all’esterno (ah no? e i funghi a butano fuori dai locali?) non solo è, se chiedete a me, follia pura, ma ha già dimostrato di non essere sostenibile.

Non ne voglio fare nemmeno una questione di pigrizia o di essere viziati, anche se lo è: come il mangiare troppo o l’acquistare troppe cose, lo scaldare/scaldarsi troppo è nella maggior parte dei casi una questione di abitudine, di autoindulgenza, che in un malsano equivoco viene confusa con il comfort.

Entro certi limiti la sensazione di calore è non solo soggettiva ma adattiva: più alziamo il termostato (o lo abbassiamo in estate) nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo, più ci rendiamo incapaci di vivere confortevolmente nelle temperature che sono naturali all’esterno, più ci rinchiudiamo in ambienti e controllati. E sta proprio qui il punto.

Non è, tutto ciò, l’ulteriore dimostrazione che stiamo sempre più alienandoci dalle condizioni di vita naturali in cui la nostra specie, fino a qualche decina di anni fa, sapere vivere benissimo? Non stiamo ulteriormente ripudiando l’ambiente in cui viviamo?

Costruendo (necessariamente) le città, ci siamo del tutto rimossi dall’ambiente che ci circonda – che sarebbe fatto di alberi e prati e rocce e spiagge, mentre oggi sono rimaste solo due foreste degne di questo nome al mondo.

Passiamo le nostre giornate in uffici rinunciando a vivere nel ciclo di luce/buio naturale, alteriamo la temperatura dei luoghi in cui viviamo, scaldando i nostri corpi oltre qualunque condizione naturale: che temperatura raggiunge il corpo di uno che indossa una giacca da sci con 20°?

Passiamo le nostre vite in ambienti con illuminazioni fasulle e temperature artificiali: la casa, l’automobile, l’ufficio, il ristorante, il cinema. Viviamo le nostre giornate in ufficio immersi in luci artificiali, spesso malsane e fastidiose. Ci nutriamo sempre più spesso di cibi che hanno subito una serie infinita di trasformazioni industriali, l’ultima delle quali è cercare di ridare loro un aspetto naturale. Ci curiamo troppo con medicine troppo potenti che stanno rischiando di annientare le nostre difese da batteri e microbi. Ci muoviamo esclusivamente su mezzi alimentati da energie esterne, tanto che dobbiamo recarci in automobile due volte alla settimana in ambienti (riscaldati, illuminati al neon) progettati per fare quello che non facciamo nel nostro quotidiano, cioè bruciare calorie.

Ora io non voglio fare l’hippy e nemmeno l’ambientalista radicale: sono del tutto consapevole dell’opportunità di usare le tecnologie per rendere il pianeta più vivibile alla maggior parte della specie umana. Ma più vivibile significa costruire dighe, aumentare la resa dei raccolti, combattere le malattie: non abituare noi stessi a vivere confortevolmente solo in ambienti con un range di temperatura di un grado, senza contatto con batteri, mangiando cibo industriale, senza camminare mai per più di 300 metri, poi vivendo male a causa di tute queste cose.

La scelta del tutto irrazionale di indossare il piumino con 20° è solo simbolica di una questione molto più grande, cioè che stiamo diventando delle seghine: da una parte viziandoci e assecondando bisogni estremi, ipertrofizzati che sono la parodia di bisogni reali; dall’altra parte costruendo e vivendo in una realtà sempre più artificiale, che non ha nulla a che fare con il mondo esterno, e che ci aliena sempre più dal resto del pianeta.

In un momento storico in cui potemmo trovarci a dover rinunciare – per ragioni ambientali o economiche – a buona parte dei nostri lussi nel giro di pochi decenni, assecondare la nostra pigrizia, estremizzare i nostri vizi e coltivare sempre più bisogni e esigenze di un regnante di metà Novecento forse non è esattamente quello che vogliamo fare. Ma proprio per noi, stessi, più che per il pianeta.

 

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editore, fammi pagare come alla Festa dell’Unità

In casa mia nel Novecento si leggeva un quotidiano al giorno, due magazine settimanali, due o tre mensili.

Oggi, andando sulla history del browser a fine giornata e contando le testate su cui ho letto qualcosa, supero ampiamente le 30. In un mese leggerò, ed è una stima prudente, su almeno un centinaio di testate diverse. Ogni anno saranno, quante? 400?

Nel 2015 il modello di abbonamento alle testate è ancora quello di fine ‘900: l’editore ragiona come se ognuno di noi leggesse un quotidiano al giorno e due riviste al mese. Se io dovessi pagare l’abbonamento a 400 – ma diciamo anche solo alle 100 testate che leggo con una minima regolarità ogni anno, a una media di 20€, sborserei 2000€/anno in abbonamenti a riviste. Non credo che sia fattibile – nemmeno sensato – per nessuno che io conosca, tranne forse i professionisti. Perché nessuna o quasi nessuna di quelle 100 o 400 testate è insostituibile: le notizie sono le stesse, i commenti spesso simili.

(Ok, salviamo il valore dell’inchiesta – ormai più rara del rinoceronte di Java – e dell’approfondimento. Salviamo anche l’editoriale, ma solo come concetto astratto, perché poi i tuoi direttori sono spesso dei fastidiosi tromboni, e se in rete c’è scarsità di qualcosa non è certo di opinioni: la maggior parte delle volte mi interessa più sapere cosa ne pensa di una data notizia Leonardo​ che Mieli o De Bortoli).

Nel frattempo sì è capito che il paywall funziona solo se sei il NYTimes o the Atlantic, e l’advertising ha un destino di lenta morte tra le fauci di Adblock. Per questo dico agli editori: fammi abbonare alla cifra che decido io. Come all’ingresso alla festa dell’Unità, non fare un abbonamento, fai una sottoscrizione. Quelli tra noi che sono intimamente portoghesi continueranno a esserlo e su quello non puoi farci niente, ma chi vuole pagare ti pagherà quello che ritiene giusto per il tuo valore e sostenibile per le sue tasche. Molti di noi hanno in mente una cifra che ritengono sostenibile spendere ogni anno per finanziare l’editoria che considerano di qualità. Questa cifra varierà presumibilmente da 20 a 200€: non sarà mai 2000€, però intanto almeno quelli te li prendi.

In altre parole, c’è una cifra massima che ciascuno di noi può permettersi/è disposto a spendere ogni anno per la cultura. Questa cifra non è diminuita a causa dell’Internet: è il numero complessivo delle informazioni che consumiamo a essere straordinariamente aumentato. La torta è la stessa, ma le fette sono diventate così piccole che ormai non si riescono nemmeno a prendere in mano. (E lo stesso vale sempre più anche per il cinema e la musica).

 

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In difesa di True Detective Season 2: per capirlo

è in atto quasi dappertutto una sorta di tiro al piattello con la seconda stagione di True Detective, ma le critiche che ho letto non mi convincono: la stagione merita molta più attenzione di una bocciatura rapida e superficiale. capisco che la recitazione stralunata e il personaggio travagliato ed epico di Matthew McConaughey/Rust Cole fossero molto più fascinosi di un Colin Farrell/Ray Velcoro, capisco la differenza di appeal della pittoresca Louisiana rispetto all’anonima L.A., capisco il solletico del whodunit basato su un serial killer in una società arretrata e religiosa rispetto a una storia di corruzione suburbana senza eroi e con una sola sparatoria. capisco, ma qui bisognerebbe fare lo sforzo di grattare un po’ oltre la superficie per scoprire dove affondano, cinematograficamente, le radici della seconda stagione di True Detective, perché sono radici profonde e ricche.

punto cardinale inequivocabile di True Detective S02 è il noir anni ’40, il noir poliziesco (“polar”, per usare il termine francese) che ha i momenti più alti nel cinema basato sulle opere di Hammett e Chandler, nel noir francese di Melville, in film della dannazione umana e sociale come Detour, in a una produzione di genere con pochi eguali nella storia del cinema, da the Big Sleep di Hawks a Double Indemnity di Wilder, fino a The Maltese Falcon di Huston, con tutta l’opera di Chandler messa in scena al cinema dagli anni ’40 fino ai ’70 (il Long Goodbye di Altman con Elliott Gould, il Marlowe di Robert Mitchum).

del noir, True Detective mutua la dannazione dei personaggi, governati e condannati fin dall’inizio da forze che essi non controllano né conoscono, le atmosfere cupe e tese, l’interesse per le reazioni dei personaggi più che per una trama involuta e complessa, spiegata solo a tratti attraverso dialoghi sospesi e frammentati. la trama del noir, come quella di True Detective 2, la devi desumere da pezzi di dialogo, ma ciò non è un problema perché non è quasi mai molto importante: al centro della scena c’è la tragedia umana dei personaggi, la loro incapacità di prendere il controllo delle proprie vite in una vicenda costellata da eventi inattesi e sorprendenti causati da forze oscure.

il secondo riferimento, chiarissimo al punto di viaggiare sull’orlo del plagio senza mai sconfinarvi, è il cinema di David Lynch, che guarda caso condivide con il noir la soggezione dei destini dei personaggi a forze esterne oscure e misteriose. visivamente con riprese e illuminazione, in senso uditivo con la colonna sonora drone ambient (e la cantante nel bar), le citazioni da Lost Highway e Mulholland Drive si sprecano. meraviglia che ciò non sia riconosciuto e citato più spesso.

il terzo riferimento, nello stile di ripresa ma soprattutto su temi e ambientazioni avviene nel finale, e riguarda il cinema di storytelling della/nella città di Los Angeles di Michael Mann. è chiaro dal momento in cui True Detective 2 va in esterni e si dedica alla città, alle sparatorie, a mafie e criminalità che da macchiette diventano latine e letali (inclusa la trasformazione di Frank da businessman a gangster), al deserto, fino alla (SPOILER) decisione di Ray Velcoro quasi al traguardo, chiaro omaggio al finale di Heat, alla scelta di Neil McCauley tra sicurezza ed etica, felicità e onore.

senza il noir anni ’40 e ’70, senza aver visto il Grande Sonno, senza la frequentazione approfondita del cinema di Lynch e di quello di Mann, senza una certa esperienza con serie TV sulla corruzione della politica (The Wire prima di tutto, quarto modello della serie, per quanto riguarda la scrittura delle trame politiche), True Detective 2 può sembrare una serie di scarso appeal spettacolare. ma l’appeal spettacolare è il lato meno interessante di tutta la faccenda.

 

2015-07-27 22.06.13