Facebook può sostituire il blog?

 

Tesi: il profilo personale su Facebook è ormai pronto a sostituire il blog personale.

Ciò può avvenire perché:
◐ Facebook è push e non pull, quindi i nostri contenuti passano sul feed delle notizie dei nostri lettori (che non devono venirsele a cercare sul blog). Ciò fa sì che non sia richiesto un atto volontario per venirci a leggere.
◐ In virtù di ciò, i nostri post su Facebook sono più letti e ottengono più commenti della maggior parte dei post sui blog piccoli (che non hanno una media di 600 lettori).
◐ Commentare su Facebook è più facile, immediato e richiede meno impegno (il login è automatico, la soglia psicologica al commento è più bassa).
◐ Il like – che non esiste sul blog – e il reshare con un click rappresentano azioni a costo zero per il lettore ma un alto valore di gratificazione per lo scrivente.
◐ Facebook integra nella timeline e consente la gestione di gallery fotografica personale, preferiti dell’autore, informazioni e risorse selezionate in modo più semplice e immediato di un blog.

Antitesi: Facebook per sua natura non può sostituire completamente un blog personale.

◑ Facebook non trasmette lo stesso senso di luogo, di ambiente personale, di proprietà e appartenenza dei contenuti di un blog.
◑ I contenuti su Facebook hanno una vita (permanenza sul feed delle notizie) molto più breve, e un algoritmo su cui non abbiamo il controllo totale definisce cosa vediamo e cosa no.
◑ Facebook non ha i feed, quindi non possiamo aggregare i contenuti altrui (tranne che usando le liste, che sono poco usate).
◑ Su Facebook i contenuti si contendono uno spazio finito, quindi popolarità e successo di un contenuto ne determinano la visibilità.
◑ Le limitazioni nella formattazione dei post su Facebook non sostituiscono quella di un blog (i link possono essere postati solo per esteso, c’è un limite pratico a una foto e un link per post).
◑ L’accesso ai nostri contenuti è precluso a chi non appartenga alla nostra rete sociale approvata, non è indicizzato dai motori e non sono disponibili statistiche.
◑ Facebook non ha un archivio mensile né le categorie dei post (e forse dovrebbe averli). Lo spazio dedicato sulla timeline a informazioni personali, amici ecc ruba troppo spazio al contenuto.

 

editor

La ciclabile sul lungomare di Rimini

I miei complimenti al Comune di Rimini: i lavori per la nuova ciclabile dal Porto a Riccione sono cominciati e procedono in fretta, e la soluzione trovata sembra ottima.

Il tratto di Marina centro da transitabile in doppio senso per le auto passa a senso unico, la carreggiata è stata divisa in modo da ricavare una sola corsia per le auto, un parcheggio in diagonale e, sul lato mare, una ciclabile ampia a doppio senso che non ha rubato spazio al marciapiede, quindi garantendo la separazione tra pedoni e cicli. E’ così che si rende vivibile un lungomare.

ciclabile

È una soluzione che sarà moto gradita dai ciclisti riminesi, che sono tanti e appassionati; anzi per quanto in corso d’opera la ciclabile è già usata da centinaia di ciclisti ogni giorno (forse non dovremmo, ma dà troppo gusto).

Bravi. Prossimo passo: la chiusura totale alle auto :D

qui la news del Comune

qui il progetto tecnico

io vado in fissa – se e perché comprare una bici a scatto fisso

 

mi capita ogni tanto di discutere, in rete o di persona, del fatto che la mia bici è a scatto fisso, e quasi sempre ricevo le stesse obiezioni, che sono poi le stesse cose che pensavo io delle fisse prima di informarmi e comprarne una. in città è pericolosa, non ha le marce, non puoi andare in collina, non puoi piegare in curva, è da fighetti, non c’è nessuna ragione pratica o sensata per rinunciare alla ruota libera. tutte cose che, tranne la prima (la mia idea è che una fissa, se dotata di freno, nel traffico sia più sicura di una bici normale), sono abbastanza vere.

(per chi non lo sapesse, la bici a scatto fisso ha la trasmissione collegata direttamente alla ruota, senza la possibilità di contropedalare liberamente. quando la bici è in movimento i pedali girano sempre, e non è possibile avanzare per inerzia tenendo i pedali fermi. il sistema impedisce anche di avere le marce, il che rende la bici più leggera e semplice, ma inadatta alle salite e discese ripide).

prima di tutto spiego perché, da totale dilettante del ciclismo, ho comprato una bici fissa: perché mi piaceva. mi piaceva la linea, mi piaceva nera opaca, mi piaceva il manubrio a corna di bue. ma soprattutto perché volevo provare qualcosa di nuovo. ogni tanto bisogna provare a fare cose nuove, anche se all’inizio ci mettono un po’ di paura. effettivamente le prime pedalate su una fissa ti mettono un po’ d’ansia, e la prima settimana che la usi hai qualche momento WTF, anche se non sono mai andato nemmeno vicino a cadere.

io sono un ciclista urbano. la uso in città, comunque in pianura, e non ho ambizioni di corsa o di escursionismo in collina. vivo al mare e se voglio fare una pedalata la faccio più volentieri in piano, quindi il problema della salita ripida per me non si pone (nel caso, ho anche una city bike più adatta all’escursionismo). per la ragione spiegata sopra – pedali che girano sempre – non puoi neanche piegare troppo, se no rischi di toccare per terra col pedale mentre curvi. ma non corro, quindi non piego.

poi è chiaro che non è una bici per tutti: richiede agilità e una certa forza nelle gambe e nelle braccia, non è molto pratica quando piove (niente parafanghi, anche se sul bagnato la frenata è più efficiente) né per portare le borse della spesa (non c’è modo di metterci borsoni laterali, io uso lo zaino o la messenger), niente sterrato (ma tanto quello solo in mountain bike) e come tutte le bici con ruote sottili non è molto confortevole sul terreno sconnesso o sul pavet. inoltre la fissa non è una bici adatta a ciclare con la testa per aria: richiede sempre un minimo di concentrazione: sul mezzo, sulle condizioni del terreno, sul traffico circostante. non è da andarci con la testa tra le nuvole, ma questo dovrebbe valere per qualunque bici.

la questione della sicurezza è la più discussa. grazie al pedale fisso, la fixie consente di rallentare o bloccare la ruota posteriore contropedalando, cioè spostando il peso in avanti e bloccando il pedale con una gamba tesa all’indietro. è una mossa spettacolare (la ruota si blocca e la bici skidda) ma è anche difficile da imparare, necessita di fasce che legano i piedi ai pedali (aiutano la frenata: io alterno le fasce ai pedali con le gabbiette anteriori per fermare il piede senza bloccarlo), richiede di sviluppare nuovi muscoli e parecchio allenamento, non è adatta alle persone pesanti, ma consente uno stop più rapido della frenata tradizionale. io ho scelto una bici fissa con entrambi i freni e non consiglierei a nessuno di partire subito con una fissa senza freni (molte sono vendute senza). alcuni dopo aver imparato li fanno togliere, io credo li terrò, per sicurezza.

ma una fissa dotata di freni non è più pericolosa di una bici normale: grazie al minore peso e alla maggiore maneggevolezza e risposta (la trazione diretta dà un maggior controllo e rende la bici più reattiva) nel traffico la fissa si governa meglio di una bici tradizionale. inoltre è del tutto silenziosa e richiede meno manutenzione (e si guasta meno). e ci puoi ballare ;)

però il vantaggio principale di pedalare in fissa probabilmente sta proprio nel fatto che senti meglio il mezzo (o, come dice Marco, “senti meglio la strada”): non c’è quel po’ di gioco e ritardo nella trasmissione del movimento tra gambe e ruota causato dal cambio di marcia o anche solo dall’esistenza di meccanismi intermedi, ti consente e comunica maggiore controllo, maggiore governabilità, reattività e flessibilità, la pedalata è più fluida. una volta abituato alla fissa, tornare su una bici normale è un po’ una delusione, non tanto per una sensazione di minor controllo, quanto perché, mah, ti sembra un po’ noiosa. è difficile da spiegare, è un po’ come la differenza che passa tra correre con le scarpe e a piedi nudi, tra guidare una moto e uno scooterone da città, o un’auto con il cambio manuale rispetto a una col cambio automatico.

sulla fissa ti vengono meglio tutta una serie di cose divertenti che appartengono al repertorio del ciclista urbano smart: stare fermo in equilibrio, zigzagare tra le auto, scattare al semaforo. inoltre tende a essere molto leggera (la mia pesa 8 chili) e quindi più scattante e meno faticosa.

da quando la uso ho scoperto che girare in città senza poggiare i piedi per terra, inflilarsi agilmente tra le auto, andare senza mani sentendo meglio il controllo della bici, non doversi preoccupare del cambio delle marce (e che ti scenda la catena), sono tutte cose divertenti. ho scoperto che si possono benissimo fare distanze medie (20-40km) senza marce. ovviamente faticando di più, che è un ottimo esercizio fisico. ho scoperto anche che per contropedalare si impegnano una serie di muscoli che non sono usati in nessun’altra occasione, e che te ne accorgi perchè le prime volte che li usi fanno male (dice qui Scottie: “Riding a fixie turns your legs into tree trunks“. aggunge heltonbiker: “quando torno su una bici a ruota libera mi sembra manchi una funzione fondamentale, perché non posso usare le gambe per frenare“. e David: “it will make you a better rider“).

sui modelli e sui prezzi: ormai quasi tutti i marchi principali fanno almeno un modello di fissa. la fissa italiana classica direi che è Cinelli, ottime bici ma sui sette-ottocento euro. di fisse medie se ne trovano attorno ai quattrocento o forse anche meno. a me piace State, per esempio, ma basta fare una ricerca su google e si trovano modelli di tutti i tipi.

quando qualcuno mi chiede perché usare una fissa l’unica cosa che posso rispondere è: è più divertente, hai più controllo del mezzo, ma vale la pena di farlo solo se ti incuriosisce, se la bici ti diverte di per sé e per te non è solo un mezzo di trasporto, se sei una persona a cui piace provare cose nuove. se poi ne compri una flip-flop (convertibile da fissa a libera e viceversa, come sono molte) mal che vada giri la ruota e la usi come bici normale. vedere qualche documentario su YouTube come Line of Sight (però quelli sono pazzi), o questo film qui, può aiutare capire se la cosa ci intriga veramente.

 

industrializzazione, automobilizzazione e internettizzazione hanno danneggiato la nostra empatia

il passaggio da paese rurale a industriale avvenuto nella prima metà del 900 ha causato una forte mobilità sociale, che insieme ad altri fattori ha determinato la fine della famiglia estesa tradizionale – un nucleo sociale collettivo che comprendeva un ampio numero di parenti – e la diffusione della famiglia nucleare, con genitori e figli che vivono lontano dal gruppo famigliare esteso che caratterizzava la famiglia rurale. l’effetto è stato quello di ridurre i contatti con persone e nuclei sociali diversi, quindi le capacità empatiche dell’individuo. l’avvento della TV come media di intrattenimento di massa ha ulteriormente ridotto l’esposizione fisica della famiglia nucleare all’altro da sé.

la diffusione dell’automobile ha determinato un ulteriore isolamento della persona: allontanatosi dalla famiglia estesa, ora il lavoratore si isola anche dalla società nel quotidiano, riducendo sempre più i rapporti casuali con persone diverse. a causa dell’isolamento fisico all’interno del veicolo, le interazioni tra automobilisti, ciclisti e pedoni sono ridotte al minimo livello di comunicazione possibile: occhiate, gesti, parole non udibili, rivolte più a esprimere le proprie emozioni a sé stessi che a comunicare con l’altro.

la riduzione dei contatti quotidiani con persone non appartenenti alla famiglia ristretta ha avuto l’effetto di ridurre la capacità di confrontarsi col diverso da sé: come la famiglia nucleare riduce la capacità di empatia dell’individuo, l’automobilista, isolato nel suo abitacolo, perde la capacità di interagire in modo culturalmente produttivo con gli altri perché non deve confrontarsi quotidianamente con persone appartenenti a culture diverse, come accadeva quando camminavamo o usavamo i mezzi pubblici.

l’automobile funziona come un media che filtra la comunicazione, impoverendola. ha poca banda emotiva, consente solo un linguaggio povero e basico, impedisce lo scambio e la comprensione.

internet, pur avendo potenzialmente una banda di modalità espressive più ampia, sembra avere un effetto simile: riduce le capacità empatiche delle persone, che faticano a mettersi nei panni dell’altro e spesso riducono lo scambio a conflitto. l’impossibilità di vedere la persona davanti a sé sembra disumanizzarci nel contesto del dibattito online, nel senso di diminuire la nostra capacità di considerare l’interlocutore come un essere umano con gli stessi diritti, le stesse imperfezioni e le stesse fragilità che esibiamo noi, e delle quali non riusciamo a essere consapevoli. questa non è necessariamente una caratteristica del media, ma un effetto dovuto alla nostra immaturità nell’usarlo.

 

l’isolamento geografico della famiglia nucleare, quello spaziale dell’automobile, quello visivo della Rete ci hanno gradualmente disabituato all’empatia e ad alcune delle più basilari regole di rispetto sociale. in automobile gridiamo parole che ci guarderemmo bene dal pronunciare se stessimo passeggiando, su Internet scriviamo cose che non potremmo mai dire di persona allo stesso interlocutore.

bisogna reimparare il rispetto, la considerazione dell’interlocutore, la capacità di rivolgersi agli altri come persone e non come oggetti. bisogna reimparare l’empatia, e per farlo è necessario un sforzo continuo di consapevolezza di chi abbiamo davanti, dei suoi diritti e del suo essere un nostro pari, meritevole dello stesso rispetto che esigiamo da lui. bisogna reimparare a non considerarsi al centro dell’universo.

 

foto di ElenahNeshcuet da flickr

Shopping spree saldi 2013

Gli acquisti più sensati fatti nell’ultima settimana di trasferta:

Auricolari Sennheiser cx150: considerate anche le recensioni su Amazon, forse il miglior rapporto qualità/prezzo che si trova in qualunque negozio. Buona qualità sonora in design gradevole a solo 19,99 (su Amazon o da Darty san Babila: follemente, da Saturn e Feltrinelli in Centrale costano dieci euro in più).

Guanti Thinsulate H&M: tessuto grigio isolante e un rivestimento interno in pile che ogni volta infilarli ti strappa un sospirello di godimento, alla modicissima cifra di 4,99. Made in China, ma a quanto ne so H&M di solito è attenta alla sostenibilità anche sociale della produzione.

Da Muji ci sono anche dei maglioncini grigi e neri scollo a V in lana e alpaca molto caldi per il prezzo (25 euro saldati al 50%).

image

Inoltre (update):

Luci da bici Reelight. Si montano sul mozzo con calamita corrispondente sui raggi: il passaggio della calamita a ogni giro di ruota fa lampeggiare i led per induzione. No batterie, no dinamo, teoricamente eterni. 29 euro da Decathlon.

image

Trova i tuoi stalker su Facebook: la mezza bufala di fine 2012

Sta girando parecchio un post che ripropone un trucchetto, molto discusso già mesi fa, che consentirebbe di visualizzare l’elenco dei follower che visitano più frequentemente il nostro profilo Facebook.

Il tutto parte dall’analisi del codice sorgente del profilo Facebook, che può essere effettuata da chiunque con un browser evoluto (su Chrome: tasto destro -> visualizza sorgente pagina). Una volta aperto il codice della pagina del proprio profilo, con CTRL-F si cerca la stringa “OrderedFriendsListInitialData“, che è seguita da una lunga lista di numeri.

Quei numeri sono codici che corrispondono ai profili dei nostri amici: incollandone uno per volta nella barra degli indirizzi del browser dopo https://www.facebook.com/ è possibile visualizzare i profili degli utenti che – secondo la teoria – sarebbero i più frequenti visitatori del nostro profilo, in ordine decrescente di maggior frequenza di visite. Secondo l’interpretazione, sarebbero quelli tra i nostri amici che vengono regolarmente a visitare il nostro profilo, si presume per interesse nella nostra persona.

Facebook ha già dichiarato più volte che non è così (è il genere di funzione che può facilmente generare frizioni sociali e problemi relazionali, cose che in Facebook sono attentissimi a evitare) ma anche non volendosi fidare, ci sono elementi che fanno pensare che l’interpretazione di quei codici come “i nostri stalker” non sia così attendibile.

Il codice presente in una pagina solitamente serve a generare qualcosa in quella pagina, e non c’è nulla sul nostro profilo che indichi i visitatori più frequenti: c’è invece un riquadro che mostra una selezione dei nostri amici. Quei codici potrebbero essere i dati di origine del riquadro Amici (e della pagina a cui si accede cliccando visualizza tutti), in cui compare sì una selezione dei nostri contatti, ma senza una correlazione diretta al numero di loro visite sul nostro profilo.

Secondo altri si tratterebbe di una “preparazione” degli amici di cui è più probabile che desideriamo ricercare il profili e contenuti, precaricati nel codice della pagina per velocizzare la ricerca.

Comunque sia, probabilmente quella selezione di utenti è frutto dell’algoritmo Edgerank – quello che determina quali contenuti ci vengono mostrati e quali no – applicato alle amicizie. Le foto degli amici che vengono mostrate sono presumibilmente una selezione tra gli identificativi utente dei nostri “migliori amici”, una lista prodotta dall’algoritmo che, come nel caso dei contenuti, è ottenuta pesando e incrociando una quantità di fattori diversi, tra cui le page view, i commenti, i like e in generale le interazioni reciproche tra persone. E’ probabile che il tagging sulle foto e negli eventi abbia un peso molto forte sull’algoritmo.

Lo stesso nome della variabile (“OrderedFriendsListInitialData“, cioè qualcosa che suona come “dati iniziali della lista degli amici in ordine”) lascia intuire che si tratti di una base dati usata per ordinare una lista di amici.

Per gli elementi che abbiamo a disposizione, la lista di contatti presente nel codice sorgente del nostro profilo non rappresenta le persone che lo visualizzano più spesso, ma una selezione secondo criteri sconosciuti di amici con cui abbiamo particolari affinità, derivate dal fatto che spesso interagiamo con i loro contenuti, e loro con i nostri.

Potrebe essere semicorretto affermare che si tratta di una lista di affinità elettive (o se non altro più elettive della media) in base alle interazioni che avvengono tra persone, e in particolare attraverso i contenuti che le persone esprimono. Quindi non è del tutto sbagliato affermare che tra quelle persone probabilmente ci sono quelle a cui piacciono di più i nostri contenuti, ma ci sono interazioni che esprimono un valore qualitativo della relazione (il like, il commento) e azioni più “quantitative” (il tagging, la presenza negli stessi luoghi): nessuna di queste rappresenta necessariamente un interesse affettivo, tantomeno un’intenzione di stalking).

La cosa veramente interessante però non è l’algoritmo o il suo funzionamento, quanto l’interesse che ha suscitato e le fantasie che ha scatenato. Ancora una volta una modalità di interazione “nuova” conferma una caratteristica umana “vecchia”: tutti desideriamo piacere, tutti siamo interessati a sapere a chi piacciamo, il bisogno di essere apprezzati e amati è una caratteristica fondamentale e un bisogno primario della natura umana.

 

foto di gopal1035 da flickr

perché voterò Vendola (e come ciò non sorprenderà nessuno)

ho smesso da lungo tempo di illudermi che in una democrazia rappresentativa il mio voto possa cambiare le cose. peraltro non vorrei nemmeno che IL MIO voto cambiasse le cose: desiderarlo è l’opposto della democrazia. ho però anche smesso di illudermi che il voto della maggioranza possa fare qualcosa di più che sostituire lo schieramento al potere con un altro schieramento che si comporti in modo simile sui temi che mi stanno a cuore.

mi sembra che le democrazie moderne assomiglino sempre più a una sorta di dittatura della maggioranza mediata da una casta di sacerdoti. e la maggioranza presa nel suo insieme è cattolica, mediocre e di centro (in Italia, probabilmente di destra). facile comprendere come non mi piaccia molto questo paese, e come alla fine dei conti non mi piaccia nemmeno più di tanto la democrazia rappresentativa.

il principio con cui vado a votare adesso, consumato l’ingenuo ottimismo della gioventù, è uno solo ed è del tutto strumentale: far avanzare il più possibile le istanze che mi premono.

non ho altri criteri: non mi interessa votare in modo da favorire le massime probabilità di vittoria al “mio schieramento”. votare per probabilità di vittoria è tapparsi il naso, deludere sé stessi e accettare di vivere in uno stato di emergenza per tutta la vita.

non credo nell’uomo del destino (ha fatto più danni della carestia), non credo nel populista rivoluzionario (di solito ha un secondo fine, che di solito è sé stesso), non credo nello sparigliatore di carte (di solito la situazione post-sparigliamento mi piace ancora meno di prima), né nel riformista ecumenico e moderno che prende voti da tutti (farà una politica centrista, senza ideali e in servizio della maggioranza, che è appunto cattolica, mediocre, di destra).

l’unico criterio che mi resta valido, quindi, è il puro opportunismo in salsa idealistica: quale dei candidati più probabilmente cercherà di portare avanti le istanze che mi premono? votando chi è più probabile che finiscano sul tavolo le questioni che mi interessano veramente?

quindi stavolta per me è facile, considerando quello che mi preme: difesa dell’ambiente e riconversione dell’economia, dell’agricoltura e della mobilità in ottica sostenibile, rifiuto totale, assoluto e definitivo del nucleare, diritti delle coppie same-sex adozione inclusa, guerra totale globale termonucleare contro l’evasione e la speculazione finanziaria, tobin tax e patrimoniale sui grandi capitali, riduzione dell’orario di lavoro per lavorare tutti e meglio, investimento sulla cultura e sul valore della scuola laica e statale, intervento statale in difesa della neutralità sulle infrastrutture strategiche (Internet, telefonia, ferrovie), risoluzione del conflitto tra impresa e lavoro su un tavolo istituzionale di pari diritti e doveri, una politica estera che metta al primo posto la pace superando le ragioni di Stato, solidarietà alla cooperazione internazionale, ai movimenti civili, alle ONG, ricorso sempre e comunque all’azione diplomatica come risoluzione dei conflitti, al rispetto delle risoluzioni dell’ONU, fine dell’ipocrisia sulle droghe, un approccio animalista ai rapporti tra uomo e altre specie (su questo punto Isotta ha fatto BAU).
e molto altro, ma non voglio menarla più di tanto.

io posso solo votare qualcuno che posso sperare voglia distanziarsi il più possibile dal soffocante abbraccio della Chiesa Cattolica® e dei poteri economici, finanziari e industriali, che abbia dimostrato di saper e voler lavorare sull’ambiente, che abbia o almeno sostenga di avere l’immaginazione visionaria per provare nuove forme di solidarietà sociale, di economia sostenibile, di valorizzazione del ruolo della donna nella società e al potere.

ovviamente, senza pensare di sorprendere qualcuno, e senza entusiasmi o ingenue adesioni incondizionate, quella persona è sicuramente Nichi Vendola. poi sono pronto a essere deluso per l’ennesima volta in vita mia, ma almeno saprò di averci provato.

questo ragionamento potrà sembrare cinico, egoista e disincantato, e invece no, perché il succo è: se si vuole un mondo migliore bisogna essere disposti a lavorare – in questo caso a votare – per un mondo migliore. votare per un mondo un pochino meno peggio non è abbastanza. e questo lo sa bene chi ha scelto di votare l’outsider Pisapia alle primarie di Milano.

 

 

 

Del perché non uso la trackpad sul Macbook, e del perché a Cult of Mac sono fuori di testa

Cult of Mac: There’s years of muscle memory at work that tells you that when you’re on your desktop or laptop, you scroll by swiping two fingers in the direction you want to go. Doing the opposite is going to seem counter-intuitive at first.

Me: Yes. It’s going to seem counter-intuitive because it is counter-intuitive.

Cult of Mac: “The reason Lion’s new way of scrolling seems so wacky at first is that after almost thirty years of using Macintosh OS, we’ve stopped associating our computer desktop as being analogous to a physical desktop, covered in pieces of paper“.

Me: Uh, actually we’ve never done that, because a computer desktop is not analogous to a physical desktop, and we all know that. It’s just a metaphor, and an outdated one at that.

Cult of Mac: “Likewise, we’ve also forgotten that a mouse pointer is supposed to represent where our finger is on that desktop“.

Me: Uh? WTF? No, it’s not. And anyway I don’t point my fingers at my real life desktop.

Cult of Mac: “Let’s think about how scrolling would work in a physical space“.

Me: 

Cult of Mac: “Let’s think of a web page loaded in Safari as a long piece of paper, while Safari is a fixed wooden frame around that paper“.

Me: Browser = wooden frame? Internet = a piece of paper? Are you out of your MIND?

Cult of Mac: “If you wanted to move the paper so that words that were below the lower boundary of the frame were within its viewing pane, you would have to use your finger to push the paper within the frame’s viewing area up towards the top”.

Me: IF I were in a physical space. I FUCKING AM NOT!

Cult of Mac: “If you remember that a computer desktop is actually a GUI metaphor for a physical desktop, and virtual objects are meant to manipulated using the same physics as real objects”

Me: NO THEY ARE NOT. IT’S A METAPHOR, NOT A REPLICA. WTF!!!!

Cult of Mac: “It becomes clear that OS X Lion’s so-called “reverse scrolling” is anything but. It’s actually realistic scrolling“.

Me: No! Realistic is NOT standard. Realistic is NOT intuitive. Realistic is NOT real.

Cult of Mac: “Adjust Your Thinking

Me: Yeah, fuck you.

it’s the question, stupid

davanti a un problema, l’approccio più naturale per il cittadino della società moderna è quello di andare a cercare una risposta e/o una soluzione. è talmente ovvio che persino scriverlo sembra imbecille. viviamo in una cultura pragmatica, che ha fatto dell’approccio scientifico una sorta di religione, e finché il problema è del tipo che ci si presenta nella maggior parte dei casi – scegliere un ristorante o chiedere indicazioni stradali – fin qui tutto bene.

però trovare una soluzione alla maggior parte dei problemi, quelli veri, quelli che contano veramente e riguardano la nostra percezione di noi stessi rispetto al mondo che c’è fuori, non è altrettanto facile, meccanico, intuitivo. se stiamo male, istintivamente scegliamo l’approccio a cui siamo abituati: cerchiamo qualcuno che ci dica cosa fare. un medico, un prete, un amico, uno sport; sono entità molto diverse tra loro, ma spesso assumono lo stesso ruolo nelle nostre vite: li scegliamo per avere una risposta, spesso perché speriamo sappiano la risposta che vogliamo avere, spesso addirittura per smettere di pensare alla domanda.

in adolescenza, età in cui il genere di problemi di cui sto parlando è particolarmente frequente e intenso, ci appoggiamo a un’industria culturale che sembra avere delle risposte pronte e valide per tutti. l’oroscopo, la musica, la letteratura dannata che ci fanno sentire così compresi e non soli, sembrano dare risposte facili e comprensibili.

ma non esiste nulla o nessuno che possa dare risposte facili e comprensibili ai nostri problemi, perché nessuno le ha. nessuno ha nemmeno gli stessi problemi, come può avere le soluzioni? quello che serve quando stai male e hai un problema non sono risposte generiche e applicabili a tutti, non è il manualetto di autoaiuto, non è la religione, che traslando il tuo malessere su un piano universale lo annulla e gli toglie qualunque identità, e nemmeno la letteratura, che fa più o meno lo stesso: quello che serve non è cercare le risposte ma le domande. citando douglas adams, la soluzione non è 42, ma la domanda a cui la risposta è 42.

per esempio non ci chiediamo quasi mai perché abbiamo fatto una certa cosa. e se ce lo chiediamo non consideriamo mai spiegazioni alternative alla prima che ci viene in mente, e di solito ci rassicura e conferma nella nostra visione di noi stessi. non siamo culturalmente, o forse persino geneticamente progettati per considerare motivazioni alternative alle nostre scelte che non siano la prima che ci viene in mente (che in genere conferma l’immagine che abbiamo di noi stessi), che vadano in conflitto con come ci vediamo, o ancora meglio, con come vogliamo che gli altri ci vedano.

è per questo che la psicoanalisi funziona meglio della religione o di qualunque altro sistema, per avere delle risposte (e non solo delle soluzioni). risposte non te ne dà, perché nessuno te ne può dare, ma ti costringe a farti un sacco di domande: quelle che non hai voglia di farti, quelle da cui stai fuggendo attraverso la ricerca di risposte. è curioso che l’immagine dell’analista nella concezione di chi non ha mai fatto analisi sia quella del medico o del prete: immaginiamo di sederci, che il tipo sulla poltrona ci chieda che cos’abbiamo, quindi faccia una diagnosi professionale con parole complicate (la psicoanalisi ne ha un sacco, ma non te le dice mai perché, a differenza della medicina, non fa una correlazione diretta tra diagnosi e cura). poi immaginiamo che ci dia la cura, il tipo di cura a cui ci hanno abituati il medico e il prete: le benzodiazepine o venti ave maria due volte al giorno.

l’analista invece ti guarda strano e ti fa delle domande che non capisci, a cui non hai risposte (per forza: sei lì per quello) e che ti mettono a disagio e ti fanno sentire stupido e molto poco a contatto con te stesso. a volte tace, a volte fa digressioni WTF, a volte sembra non avere idea di cosa ti passi per la testa, e sembra così perché è così: non ha idea di cosa ti passi per la testa. né lui, né il medico, né l’amico, né il parroco. e come potrebbero?

però a differenza degli altri tre, l’analista ha un metodo che ha visto un tasso di successo probabilmente superiore a quello degli altri tre soggetti messi assieme: ti mette sulla sua sedia e ti costringe a interrogare te stesso con le domande che contano, quelle che non vuoi sentirti fare. perché la risposta non sono le risposte, “la” risposta forse non c’è neanche, e sicuramente non ce l’ha nessun altro al di fuori di te.

tutto questo sembra uno spottone per la psicoanalisi ma non lo è: il punto è che nemmeno “andare in analisi” è una soluzione di per sé. il punto è che se non riesci a farti le domande che non ti vuoi fare, ad accettare che esistono e che sono l’unica strada per affrontare il problema, se non cerchi di capire quali sono, qualunque struttura politica, religiosa, scientifica, artistica o sportiva trovi a cui appoggiarti non sarà mai la soluzione, ma solo un modo di evitare il problema.

o, detto in modo più elegante da un qualche monaco buddista anonimo e probabilmente apocrifo: Se la risposta non è dentro di te, dove la cercherai?